Elena Zucchi, Il tempo degli inganni, Arkadia Editore 2026, pag. 188
di Marisa Cecchetti
Il romanzo di Elena Zucchi, Il tempo degli inganni, porta il lettore a Milano, nella splendida zona del Naviglio della Martesana, ce la fa percorrere e scoprire nelle corse liberatorie di Arianna Radice: “C’è una casa a due piani con la facciata in mattoncini a vista e le finestre ad anfora, il cui primo piano è praticamente dentro al Naviglio, se ti sporgi puoi toccare l’acqua con le mani. Case dai muri scrostati. Orti. Gradinate di pietra con piccole piante grasse allineate in bella mostra. Ville antiche con giardini dagli alberi secolari e angioletti di pietra sul tetto. […] Rami coi boccioli di fiore. Una cancellata di ferro con decori di metallo a forma di cuore”.
E ci fa scoprire persone di tutte le età e dalle abitudini più originali, perché Arianna ha lo sguardo esercitato e attento sugli altri, del resto lei dice: “Nella mia professione sono ricettiva a qualunque dettaglio, anche i più insignificanti. Amo sostenere che nel piccolo sta il grande e che tutto ciò che devia dalla norma e dalla media, anche se in modo millimetrico, è degno di attenzione”. Per questo non le può sfuggire “Filippo Ulisse con la gallina Lucifera, che se ne sta appollaiata sulla seggiolina di legno montata sul manubrio della sua bicicletta”.
Questa psicoterapeuta quarantenne ha bisogno di correre per alleggerirsi dei pesi che si porta addosso, infatti la scelta della professione non è nata per caso, ma dal suo stesso vissuto, dalle sue necessità: “Mi ha sempre intrigato questo paradosso di un guaritore, ferito a sua volta, che non può risanare se stesso. Forse perché dice tanto di me e della mia storia. È anche una metafora potente del lavoro terapeutico: come ha suggerito Jung, lo psicoterapeuta può aiutare gli altri nella misura in cui è lui stesso ferito e vulnerabile, e proprio per questo capace di entrare in sintonia con il dolore altrui”.
Arianna ha perso i genitori in terza media, vittime di un incidente stradale mentre stavano andando da lei “a un summer camp di ginnastica artistica che sarebbe durato quindici giorni”. Disorientata, sconvolta, con il senso di colpa addosso per l’incidente, è cresciuta con zia Bertilla, una donna dallo spirito libero, anticonformista, alla continua ricerca del partner giusto. Ma soprattutto la sua adolescenza è stata segnata dalla amicizia di Malena Malè, sua compagna di liceo portatrice anche lei di vuoti affettivi, di “ansia abbandonica”, un’amicizia basata su fiducia reciproca, condivisione, sincerità. Poi è successo qualcosa di grave tra loro che ha ferito pesantemente Arianna e l’ha portata a una depressione tale da avere bisogno di allontanarsi dalla scuola, da zia Bertilla, e cercare l’aiuto di uno psicoterapeuta.
Sono passati decenni e le due amiche non si sono più riviste. Intanto Arianna non è riuscita a crearsi un rapporto affettivo duraturo: “Un uomo una volta mi ha detto che in me opera una forza magnetica che attrae irrimediabilmente, compensata però da qualcosa di altrettanto forte che respinge […] Mi appartiene una dimensione drammatica dell’amore, il che non è così strano pensando a quello che è successo con i miei oggetti primari d’amore, cioè i miei genitori”.
Se crediamo che il tempo cancelli le sofferenze e le ferite, è una pura illusione: impariamo a conviverci, a razionalizzare, anche e relegarle in qualche angolo nascosto di noi, ma una scintilla inattesa può sempre riaccendere il fuoco. Per Arianna la scintilla è un paziente, Livio Ferrari, che soffre di un problema di deglutizione che non deriva da cause organiche e che inaspettatamente la riaggancia a Malena Malè.
La deontologia professionale richiederebbe di interrompere i colloqui con lui, ma un sottile bisogno di vendetta serpeggia e finisce per prevalere, senza che il paziente sappia di essere uno strumento nelle mani di colei di cui si fida, di una persona a cui “non siano concessi comportamenti contraddittori o problemi mentali, perché ritenuto immune dai disequilibri che affliggono le altre persone”.
L’incontro con Livio la porta a rivedere la sua adolescenza, la scopriamo piena di luci e ombre, di spazi in cui isolarsi, di creatività ma anche di gesti di ribellione e di sfida, quasi a colmare il vuoto rimasto dentro. Le porta inevitabilmente nuove situazioni di scontro e di sofferenza, tuttavia attraverso il dolore spesso si trova la via giusta, soprattutto quando si è capaci di ascoltare le esperienze degli altri, a non sentirci uniche vittime, ad accettarci e a saperci perdonare: “Sono una persona imperfetta. Come Malena. Come tutti gli altri. Ma questa imperfezione, per la prima volta, non mi appare un mostro da combattere, ma qualcosa con cui fare pace, venire a patti, e convivere”.
Romanzo che pone domande, che porta una inquietudine di ricerca interiore in chi legge, nella consapevolezza che un filo sottile divide un comportamento corretto dal suo contrario, ma soprattutto che un colloquio chiarificatore può apparire gravoso, imbarazzante, ma è l’unica via da percorrere.