IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Elogio della tolleranza

Elogio all'intolleranza

Proviamo a partire dal passato per approdare rapidamente al presente. Gli Eristi erano i più intolleranti e dogmatici tra i Sofisti dell’antica Grecia.

Di Paolo Protopapa

Siamo nelle ‘pòleis’ democratiche  di venticinque secoli fa e questi logografi (compilatori di discorsi, politici o giudiziari) si ritenevano possessori della ragione veritativa che, talora, negli agoni pubblici, opponevano  ad una opinione personale avversa. “Prostituti della cultura” (come li etichettò il conservatore Platone), essi si diedero – in un contesto di conflittualità sociale, anticipatrice di modernità – all’avvocatura spregiudicata e alla politica settaria del potere. Il populismo, in quanto nemico, ma limitrofo alla democrazia, nasce lì e non è esente da questa sorta di peste sociale diluita nel tempo storico. Sforziamoci, perciò, di incappare il meno possibile nella falsa ‘presunzione di verità’, poiché la “società aperta” – come insegna K. R. Popper –  cioè quella nutrita da spirito critico e autocritico, non deve  cadere in questo infantilismo di ignoranza e di corruzione intima della democrazia e del suo delicato tessuto dialogico.

È opportuno sottolineare che, circa mille anni dopo gli Eristi, mentre faceva l’occhialaio ad Amsterdam, Baruch (Benedetto) Spinoza, ebreo ‘maledetto’, scrisse un Trattato sulla Tolleranza. Non era filosofia della cattedra, come accade a tanti di noi nei salottini mediatici, ma vita vissuta. Gli Spinoza furono vittime della cupa corona portoghese e, di seguito, per il suo ateismo ‘panenteistico’, lo fu della sua stessa comunità rifugiata in Olanda, terra illuminata della finanza mercantile e del Giusnaturalismo di Grozio e Pufendorf. Gli mancò, ma per fortuna è morto da un pezzo, questo terzo esilio dai licei minacciato da un ministro oscurantista come Valditara.

Mi veniva in mente lo straordinario autore della migliore filosofia moderna e dell”Etica more geometrico demonstrata’ guardando all’universo diffuso dell’attuale intolleranza. E osservavo in TV uno dei tanti radicali e settari tendenzialmente estremista. Costui, pensavo, anche quando ha buone ragioni rischia di ragionare male. E ciò  avviene perché è tipico dell’estremista vedere le cose in maniera quasi solipsistica, applicando il manicheismo del bene contrapposto al male in termini feticistici. Buoni e cattivi come schema mistico, non come metodo del confronto argomentativo con ragione e torto talora difficilmente estricabili. È, però, proprio ciò – va sottolineato specie in democrazia – che distingue i dialettici dagli eristi, cioè i filosofi che si sforzano di essere obbiettivi dagli avvocati di parte, faziosi, appunto, intolleranti rispetto ad una giustezza altrui. Solo chi si ritiene in (pre)possesso di verità, oppure invasato da un viatico apodittico della verità, può presumere che esista un accesso facile, una conquista incontrovertibile della verità. La problematicità della verità è tipica, pertanto, del costume filosofico, mentre l’ideologia (dogmatica) spinge alla “falsa coscienza della parzialità conoscitiva” (K. Marx) e sogna una rotondità perfetta di una (inesistente) verità assoluta e definitiva.

Sbaglia, tuttavia, chi vede in questa prudenza o misura euristica l’esaltazione del relativismo, poiché si tratta, al contrario, dello scontro tra tesi aperte circa l’esito fallibile di un dialogo possibile.

Sicché chi parte da sistemi chiusi e apparentemente inattaccabili di auto-conclusa ragione, sfugge all’adozione di tesi aperte, correggibili, modificabili e integrabili. Questo è il metodo della scienza, sempre sperimentale, cioè nutrita dal dubbio ‘sino a prova contraria’. Io, ad esempio, nei comizi politici non potevo essere né dubbioso, né aperto, né tollerante e tantomeno inclusivo. Ero semplicemente assertivo. Da professore capì, con fatica nel tempo, che quella del comiziante, rigorosamente di parte, è la postura, obbligata e realistica, del persuasore ‘già persuaso’, il quale offre un sapere chiuso e veritativo al mercato dell’opinione. Senza estremizzare, va detto, naturalmente, che occorre essere fermi nei principi, ma duttili nelle procedure. Specialmente in politica, si pensi alla ferma condivisione e vigile custodia degli essenziali fondamenti che giustificano una Costituzione antifascista e solidale. Scopo della ricerca è, dunque, imparare e dubitare circa l’assolutezza di una verità qualora essa sfugga alla verificabilità intersoggettiva, peculiare al costume civico delle società aperte e pluralistiche.

La scuola, d’altra parte, se e quando si trasforma in partigianeria moralistica, e non in confronto argomentativo tra pari, genera brutture e cristallizzazione miopi, perché puramente e faziosamente intolleranti e asseverative.

Ricordo, a tal proposito, il filosofo Ludovico Geymonat a Varese a Villa Napoleone. Dopo aver parlato (e sapendosi abbastanza convinto delle proprie idee) chiese pubblicamente di “essere contestato”. Ecco, esposta una tesi, anche la più iperbolica e convinta, dovremmo impegnarci a trovarle le debolezze. Ci sono, eccome! Lavoriamo convintamente per un cauto probabilismo – fatte salve le certezze sui rari principî etici assoluti – e costruiamo dialoghi modificabili condivisi.


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