IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Emilio Passeri il poeta che “usava i versi come uno scultore cesella il marmo”

Di Laura De Vita

Tra tutti i poeti salentini, ed in particolare gallipolini, Emilio Passeri è stato certamente uno dei più importanti ed apprezzati negli ambienti culturali del Novecento, riscuotendo lusinghieri consensi e riconoscimenti dalla critica, sia a livello nazionale che internazionale. La sua innata passione per la letteratura e le arti lo portarono a studiare intensamente da autodidatta, per poi raccontare, con parole serene, limpide e che mi piace definire “luminose”, ma con spirito ardente e appassionato, i frammenti di storia e di vita della sua terra natia, componendo testi teatrali e liriche, in vernacolo e in lingua, tra le più belle del nostro patrimonio culturale.

LE ORIGINI

Il Prof. Giorgio Croce, direttore delle Edizioni R. Omnia di Roma, scriveva: Emilio Passeri, gallipolitano di nascita, di quella fulgida ed industriosa Gallipoli in terra di Lecce che il violaceo omerico Jonio incanta, laddove le onde greche vanno a ricercare le latine, accomuna in sé per virtù di sangue, la pacatezza e la saggezza dei figli di Apulia, l’ardenza e la spontaneità dei Partenopei, la fermezza virile dei prescelti che respirano l’aure del Campidoglio”.
Ed infatti, Emilio Passeri nacque a Gallipoli il 1° febbraio 1910, in Via Presta, a pochi passi dal suggestivo specchio di mare del seno della Purità, da Torquato e da Abbondanza Greco, famiglia umile, ma di nobili e patriottici natali. Torquato era infatti l’unico figlio maschio di Attilio Passeri, di origine romana, figlio di Giuseppe (a sua volta discendente di Giovanni Battista Passeri, famoso pittore del periodo barocco) e della napoletana Maddalena Denza, sorella del religioso, meteorologo e astronomo Francesco Maria Denza, fondatore nel 1859 dell’Osservatorio Meteorologico di Moncalieri, nonché direttore e riorganizzatore della Specola Vaticana sotto il pontefice Leone XIII.
Attilio, fervente mazziniano e repubblicano, era giunto a Gallipoli proprio grazie all’aiuto dello zio Francesco, che aveva protetto la sua fuga dalla gendarmeria vaticana che lo braccava ovunque. Nella bella Gallipoli, Attilio riorganizzò la sua vita aprendo una scuola di danza e un punto vendita di generi alimentari che ebbe vita breve; ma la sua attività principale fu il mestiere dell’orologiaio. Sposò la gallipolina Cosima Maggio, dalla quale ebbe otto figli: Torquato, Amelia, Rubina, Zaira e Bianca (queste due svolsero il suo stesso mestiere, fatto insolito per quei tempi, essendo donne), Maddalena, Graziosa ed Etna. Dal matrimonio tra Torquato e Abbondanza Greco, nacquero cinque figli: Attilio, il nostro Emilio, Nello, Corrado e Ada.

Terminata la scuola elementare, Emilio fu uno degli undici studenti che nel 1922 diedero vita al primo nucleo della nuova Scuola di Avviamento Professionale, diretta all’epoca dall’Architetto Napoleone Pagliarulo, dove apprese l’arte di maneggiare il legno che gli permise di svolgere anche qualche lavoretto remunerato come aiutante tecnico dal 1924 al 1929, anno in cui il direttore della scuola si accorse che l’alunno-aiutante era sprovvisto della tessera del partito fascista e lo licenziò seduta stante.
Emilio non si perse d’animo, nemmeno quando pochi mesi dopo, nel 1930, la sua vita fu irrimediabilmente segnata dalla perdita del padre. “I dolori più sono veri e profondi più vanno consumati in solitudine” sosteneva fermamente e “Le tempeste rinforzano le radici degli alberi”; così aprì coraggiosamente un piccolo laboratorio artigianale nella stessa Via Presta dove abitava, dove svolse il mestiere di falegname. Nel dopoguerra venne reintegrato nella scuola professionale, grazie all’interessamento dell’ingegnere Pasquale Bidetti, nuovo direttore dell’Istituto, e sposò Clotilde De Marini, dall’unione con la quale nacquero quattro figli: Leonardo (Duduccio, che morirà a soli sette mesi), i gemelli Giuseppe e Anna Maria, e Antonio.

Emilio Passeri ventenne

Egli stesso raccontava di sé: “Il giorno lavoro e mi allontano dalla mia naturale, autentica passione per la poesia, la musica e la pittura. La sera e la notte però mi tengono attaccato ai libri, alla riflessione ed allo studio di ogni cosa, seduto al vecchio unico tavolo della mia casa, a lume di petrolio”.
Ed è proprio alla tremula luce di quella lampada che i suoi appassionati studi diedero vita alle sue prime opere, tra cui Appunti storici filosofici: pensiero cosmologico dei primi antichi filosofi e psicologico pedagogico religioso da Socrate a San Tommasostampato presso la Tip. Stefanelli di Gallipoli nel lontano 1939.
Da quel momento Emilio non smise mai di scrivere: la sua vita fu un susseguirsi incessante di versi, di saggistica, di narrativa e testi teatrali. Tre furono le idee portanti di tutta la sua produzione: la religiosità, la patria e gli affetti familiari. La fede incrollabile del poeta in questi ideali sempiterni non solo gli funsero da motivo di ispirazione, ma riuscirono a dargli la forza per affrontare le difficoltà quotidiane della vita e per vincere le sue recondite paure, donando al suo sensibile e nobile spirito la libertà e la pace necessarie per esprimersi al meglio.

LE OPERE

Alleati e Gabriella, dati alle stampe entrambi nel 1947, sono due racconti drammatico – patriottici adattati per la televisione aventi come sfondo la Seconda Guerra mondiale e la lotta partigiana; edito nel 1959 è Il divorzio e l’amore, relativo ai problemi della vita di coppia durante il matrimonio e il modo di affrontarli secondo la fede cattolica, una rielaborazione per la televisione del suo omonimo atto unico che, l’anno precedente, aveva ottenuto la segnalazione d’onore al Concorso Letterario Gastaldi di Milano; Cronaca di un reduce salentino, Ed. Opet, 1966, mirabile racconto sul drammatico ritorno a casa di un reduce di guerra; lo sceneggiato La campanedda de la notte de Natale, misto di storia e di favola in dialetto gallipolino ed in lingua, per fanciulli della scuola elementare, corredato da un profilo storico sull’origine del Natale, edito nel 1979; e poi ancora l’appassionante racconto La preghiera della mamma scritto nel 1941 ed edito nel 1985, storia d’amore durante la Seconda Guerra mondiale tra un soprano di fama internazionale ed un dirigente della Regia Dogana di Tripoli; il romanzo La voce del cuore, scritto nel 1946 e pubblicato nel 1985, definito come “una rappresentazione della realtà scritta con linguaggio particolarmente poetico”.


Nei testi teatrali, dove emerge il suo “fascinoso linguaggio”, Emilio Passeri ha consegnato ai posteri appassionate e straordinarie storie di amore e di fede, di guerra e di sacrifici: “… La formula scenica scorre fluente e la ridondanza dei sentimenti e la sonorità dello stile ci rivelano l’inconfondibile arte del Passeri, che nel teatro ha saputo trasfigurare in modo originale la fatalità, gli stenti, la miseria, gli ideali umani… I suoi personaggi sfilano sul palcoscenico scandendo quelle che potremmo chiamare le ‘intermittenze del suo cuore antico’, sul filo dei ricordi” (Gianni Caridi, Rivista L’Uomo e il mare, n. 49/1999).
In particolare, la commedia in tre atti ’Ulia trou furtuna, edita da Casa editrice Salentina, Galatina, 1973, rappresentata per la prima volta nel 1975 al Teatro Schipa di Gallipoli dall’Associazione Filodrammatica Comunità del Canneto diretta da Don Santo Tricarico, gli valse la menzione d’onore al Concorso Letterario Nazionale Gastaldi per il Teatro a Milano nel 1957 e l’encomio assoluto della giuria al Premio Letterario Omnia per il Teatro nel 1963, in considerazione degli altissimi requisiti morali che la caratterizzavano.

In copertina, il Palazzo Tafuri di Gallipoli in un quadro
del pittore Giulio Pagliano

Ma gli accenti più vibranti dei suoi sentimenti e dei suoi affetti hanno la loro maggiore espressione nelle sue liriche. Egli era un poeta impressionista, e la sua poesia provocava suggestioni, evocava vere e proprie visioni. Innamorato della sua piccola cittadina, niente sfuggiva al suo sguardo attento: fin da giovanissimo cercò di descriverne ogni minimo particolare, di fotografarne i colori e i profumi, gli aspetti più caratteristici e più vivi; la cultura gallipolina, gli usi, le tradizioni, la fede, le leggende, le vicende del popolo gallipolino venivano sapientemente raccontati dalla sua penna, con una semplicità stilistica disarmante ma al contempo con una forza emotiva di profondissimo impatto per il lettore, al quale sembra quasi di vedere e toccare con mano la fontana antica (La funtana ‘ntica de Gaddipuli), il grattacielo (Lu grattacelu de Gaddipuli), la luce dei lumi delle barche (Le lampàre); di vivere in prima persona le tradizioni natalizie (Natale), carnevalesche (Vecchiu carniale de Gaddipuli e La pignata), pasquali (La prucissione de la Puritate cu Gesù Cristu mortu e la Madonna de la Croce); di sentire la struggente nostalgia dell’emigrante (Il canto dell’emigrante), lo straziante dolore di un padre che ha perso il figlioletto (Mio figlio Duduccio), il peso degli anni che avanzano inesorabilmente (Vecchio) e le emozioni più disparate.
Diceva di lui l’editore Guido Miano nel 1959: “Emilio Passeri di Gallipoli si rivela nella poesia dialettale con tutta quella ricchezza e varietà di sentimenti propri di questo genere letterario. La gente, la vita quotidiana, il paese, il mare sono i protagonisti della poesia che egli coltiva con passione sin dalla fanciullezza e con spiccato senso del bello e del buono”.

È utile qui ricordare che molti componimenti, poetici e narrativi, in lingua e in vernacolo, furono poi raccolti dall’autore stesso in vere e proprie collezioni tutte edite dalla Tip. Stefanelli di Gallipoli: Cento versi, del 1971; Silloge, 1986, comprende gli scritti della giovinezza, dal 1929 al 1943 e Antologia Passeriana, del 1988. Ed è una fortuna che l’intelligente autore abbia donato molte sue opere alla Biblioteca Comunale di Gallipoli, presentando anche un vero e proprio inventario, corredato da notizie biografiche sulla sua persona e dalla documentazione delle lodevoli recensioni ricevute dalla critica nel corso degli anni: ciò ha impedito che le opere venissero disperse e rende possibile la loro libera fruizione a tutti coloro che volessero conoscerle.


Impossibile riportare qui tutti i componimenti poetici dell’autore, pertanto ne citerò solo alcuni.
In Notte de primavera a Gaddipuli si ha la sensazione di contemplare una fusione perfetta tra i personaggi e l’ambiente descritto, tra il profumo e l’azzurro del mare e l’animo stesso del poeta:

La luna an cielu è propiu ‘nu ‘ncantu
lu mare tremula tuttu d’argentu
‘na varca a vela la porta lu jentu
Luntanu luntanu vene ‘nu cantu.

Passa ‘na nuùla e scunde la luna
‘nnanzi ‘na pèntuma gira ‘na fiacca,
e pisca pisca ‘nu pesce nu’ ‘zzacca:
puru cu pischi ài bire furtuna!

Sprusce ‘na stedda de mienzu lu cielu:
«Tiempu se cangia!» dice ‘nu vecchiu,
e ‘nvoca Maria cu santu rispettu.

‘Rbata se face, ‘nu specchiu lu mare,
‘ncielu la luna ridendu se ‘mbira,
‘nfacciata ‘na bedda canta d’amore.

È evidente come la cadenza del dialetto gallipolino, i semplici sentimenti di fede espressi (invoca Maria con santo rispetto) e l’uso di certe espressioni assolutamente intraducibili (sprusce, ‘rbata) compiano un vero e proprio miracolo, dando vita non ad una semplice poesia, ma a una Barcarola della quale sembra di sentire la melodia, così come sembra di essere investiti dall’odore della salsedine e di essere avvolti dal luccichio del mare.
Per Emilio Passeri, cogliere il termine dialettale “suo proprio” di ogni descrizione paesaggistica, di ogni antica tradizione popolare, di ogni scenetta familiare che fosse espressione del mos majorum, era operazione assolutamente fondamentale: il termine dialettale unicocaratteristicoesclusivo e perciò necessariamente ed intrinsecamente intraducibile, che fosse in grado di racchiudere in sé il significato di ciò che il poeta andava descrivendo. Questa era per lui la vera ambizione letteraria, e quindi il vero pregio, della poesia dialettale, così “antiletteraria” nella sua apparenza.

In copertina, Alba del venerdì Santo 1927, del pittore Giulio Pagliano

Impossibile non ricordare la famosa La Prucissione della Puritate cu Gesù Cristu Mortu e la Madonna de la Croce, Ed. Salentina, Galatina, 1976, con prefazione dell’On.le Avv. Guido Franco, nella quale viene descritto vivamente uno degli aspetti religiosi più antichi e radicati del popolo gallipolino.
Già il solo suggestivo incipit riesce a rievocare nel lettore echi lontani di suoni che vengono percepiti quasi come irreali, perché descritti dall’autore mentre è in stato di dormiveglia (sonnu ‘mbiju, altro termine affascinante che tradotto in italiano non sortirebbe più lo stesso effetto):

Era l’arba de Sabutu Santu
de l’annu 1974,
e stava a sonnu ‘mbiju
quandu ‘nu lamentu de tromba,
comu ‘nu chiantu de mamma,
ca nde facìa ecu,
comu ‘nu sussurru,
‘nu lamentu de tamburru,
chianu chianu se ‘mbicinava,
se santìa chiù chiaru, poi chiù forte,
poi ‘ntorna chianu
e chianu chianu se ‘lluntanava…
[…]

Di quest’ode, il Prof. Mons. Antonio Antonaci dell’Università di Bari, scrisse, in una lunga recensione su Il Galatino del 15 luglio 1976:  “… Il poeta descrive la processione del Cristo morto e della Desolata che si fa la mattina del Sabato Santo di ogni anno e che ha come sfondo la chiesa della Purità… i versi del Passeri hanno tutta la natura di un racconto, quasi un pezzo giornalistico che descrive le prime mosse, l’evolversi e poi la fine di questo rito religioso a cui prende parte tutto il popolo di Gallipoli. Ma quel che colpisce nell’ode non è tanto questo aspetto descrittivo, quanto la puntualizzazione di certi quadretti che egli sa cogliere nello sviluppo della narrazione. Il fatto narrativo gli serve come mezzo, come strumento di analisi dell’animo popolare, delle sue tendenze e credenze, dei suoi affanni e della sua routine quotidiana. Nella immagine plastica del Cristo e della Madonna egli vede, quasi in sottofondo, rievocata la storia cittadina… Straordinario l’uso di certi termini del vernacolo gallipolino che il Passeri sa usare e misurare con un dosaggio che a volte rasenta la raffinatezza”.

Si pensi anche all’ode in vernacolo Burraschia de marzu edita da R. Omnia, Roma, 1964. In questo componimento, il poeta parla, pensieroso, del mutevole volto della natura. Viene descritta infatti una splendida giornata di marzo: l’aria tiepida, il cielo azzurro, il mare calmo, le ragazze che spettegolano tra loro mentre stendono i panni sui terrazzi. Ma ad un tratto non si odono più gli uccellini cantare, il cielo diventa scuro “di una tinta che fa paura”, scende il vento di ponente e la gente comincia a correre di qua e di là: la burrasca improvvisa e inclemente si abbatte su Gallipoli.
Nella prefazione all’ode, la poetessa Anna Lo Monaco Aprile scrisse: “… Questo componimento è ricco di estetismo e di naturale leggiadria… Emilio Passeri ci appare fortissimo e multanime; si compiace di modi sommari ma vigorosi, adopera il verso come lo scultore adopera il marmo e ne cesella i contorni. Burraschia de marzu ha lampeggiamenti e voci da corale, è impossibile leggere questa lirica senza addentrarsi in un mondo di violenza accorata e di umanissima poesia”.

In copertina, il carro allegorico che vinse il I° premio
durante il Carnevale Gallipolino 1962

Ed ancora, Vecchiu Carniale de Gaddipuli, composizione in dialetto gallipolino scritta nel lontano 1931 sulla base della sua esperienza personale, quando il Carnevale veniva festeggiato in Via De Pace, nel centro storico di Gallipoli. L’ode nel 1965 gli valse l’ottavo premio assoluto al Gran Concorso Internazionale di Filosofia e Poesia Greta de la Vallière di Roma con Medaglia di Bronzo e Pergamena, e fu pubblicata dalla Ed. Salentina di Galatina nel 1982.

I RICONOSCIMENTI

Emilio Passeri riscosse in vita un numero non indifferente di premi e di riconoscimenti. Oltre a quelli già citati nel corso della precedente narrazione, ricordiamo: nel 1948, il premio della giuria al Concorso indetto a Washington da Drew Pearson, all’epoca corrispondente del giornale Il progresso Italo-Americano di New York, diretto da Generoso Pope; il terzo premio per la poesia, con medaglia d’argento, al Concorso Letterario Nazionale Omnia di Roma nel 1960; il secondo premio per la narrativa nel Concorso Nazionale R. Leone di Taranto nel 1969, con relativa coppa; la coppa dell’Amministrazione Provinciale di Lecce quale vincitore del Festival gallipolino di poesia del 1970.
Nel 1986, ricevette una delle tre targhe d’argento all’ottava edizione del Concorso Nazionale Città di Gallipoli L’Uomo e il Mare. Nella commovente motivazione, a firma del suo presidente Augusto Benemeglio, si legge: “… La sua poesia è semplice, viva, vera, autentica, ricca di musicalità e di umori ed esprime compiutamente la fierezza, la passione e la disperazione del suo popolo… Un premio ad Emilio Passeri è anche, al di là dei meriti letterari e artistici, un premio a quegli uomini immutabili che ricuciono il passato al presente e che sono carne viva, sangue e anima di Gallipoli”.

Premio Greta de la Vallière

LE ANTOLOGIE

Poesie, saggi e racconti di Emilio Passeri figurano anche in importanti antologie: Nuovi poeti dialettali, Ed. Guido Miano, Milano, 1959; VIII Convegno poetico, La Procellaria, Reggio Calabria, 1961; I narratori del mare, S. Maturanzo, Napoli, 1962; I Racconti di Santo Stefano, Opet, Roma, 1966; Il padre nel canto dei poeti contemporanei, Convivio letterario, Milano, 1966; L’Italia centrale meridionale e insulare vista da poeti e scrittori contemporanei, Gastaldi, Milano, 1967; Antologia di fiabe e leggende, L’Ariete, Milano, 1968; I Premiati del Concorso di poesia e narrativa R. Leone, Centro di cultura Leone, Taranto, 1969; Poeti d’Italia, Il Carrarese, Carrara, 1972; Cento e passa poeti dialettaliAntologia critica; Todariana, Milano, 1973; I Cento del Cimento. Antologia critica, Centro letterario del Lazio, Roma, 1973; Poesia popolare gallipolina, di Oliviero Cataldini, Ed. Salentina, Galatina, 1974; Cùnde antiche. Antologia di poesie dialettali pugliesi, Tip. Ragione, Brindisi, 1975; Meravigliosamente un amore, Antologia del premio San Valentino, Ed. Ape, Terni, 1976; Poeti della solitudine, Ed. Antonio Carello, Catanzaro, 1981.

EMILIO PASSERI E LA MUSICA

Infine, preme ricordare che Emilio Passeri amava moltissimo la musica, passione che ha tramandato al figlio Giuseppe e ai nipoti Tommaso ed Elena. Inoltre, moltissimi suoi componimenti furono messi in musica dai Maestri più famosi del periodo.

Lo spartito di Sabbia Verde

Oltre a Michele Pagani, che musicò L’Angelico ciboInno Eucaristico eseguito dalla Schola Cantorum della Basilica Cattedrale di Sant’Agata di Gallipoli durante la solenne processione del Corpus Domini del 1951, il maestro gallipolino Gino Metti trasformò molte delle poesie di Emilio in vere e proprie canzoni, spaziando dal Valzer al Beguine, dal Rock al TangoSorte e fortuna Non ti scordo più;  Sabbia verde, ispirata alla bellezza del deserto libico e al miracolo compiuto dai ventimila lavoratori italiani per renderlo fertile; Suona campana amica;  Bella!;  Il Valzer dell’amore che fu una delle venti canzoni ammesse al Primo Festival interregionale della canzone di Foggia nel 1960; Il valzer del pallone, dedicato al carro allegorico che fu allestito dagli allievi dell’Istituto Professionale Industriale di Gallipoli e che vinse il primo premio al Carnevale gallipolino del 1962 (che abbiamo visto in foto);  Auguri a Colombinella, del 1963, una serenata inserita nella omonima farsa con prologo e due tempi destinata ai fanciulli della scuola elementare.
Musicate dal figlio Giuseppe Passeri sono: La mamma,  Lu ‘mbriacu e  Notte de primavera a Gaddipuli.

Sorte e Fortuna, una delle poesie di Emilio Passeri musicate dal M° Gino Metti

Emilio Passeri morì il 26 febbraio del 2000 e nel suo necrologio, voluto dalla moglie, si legge:
Uomo buono e generoso amò tanto la cultura da riuscire con le sue sole capacità ad affermarsi ed a ricevere importanti riconoscimenti con la prosa e la sua dolce poesia”. 

Emilio Passeri
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