IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Enzo Panareo, Bibliotecario, Poeta e Scrittore

Enzo PANAREO

Enzo PANAREO

di Maurizio Nocera

«Ho consegnato la prima copia ad Enzo [Panareo (Castelfranco Emilia, 1926 – Lecce, 11 giugno 1987)] durante l’incontro con l’autore: Bonea/Bello, all’Oxford di Lecce./ Era emozionatissimo. Come un ragazzo al primo libriccino. In realtà Anni estivi era il suo primo vero libro. È morto qualche mese dopo. Io non ho, adesso, entrando in Biblioteca, chi mi possa dire: “Voli con le ali degli angeli!” – Antonio Verri».

Questa nota manoscritta del Verri me la ritrovo sul frontespizio della copia di Anni estivi a me destinata. L’altra copia che posseggo invece mi fu donata direttamente da Enzo e, come era usanza tra di noi, non ha alcuna dedica.

Antonio L. Verri aveva conosciuto Panareo nel giugno 1981. Io, invece, lo conoscevo già a partire dai primi anni ’70, all’epoca della mia militanza politica rivoluzionaria. Verri conobbe Enzo in occasione dell’inchiesta che, come redazione culturale del «Quotidiano di Lecce», fece sullo stato della poesia in Italia. Era l’inverno ‘80-81 quando, nei locali della Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini” di Lecce, avvenne l’incontro fra i due.. L’intervista venne pubblicata qualche mese dopo da «Quotidiano», il 31 maggio-1 giugno 1981.

Tutte valide le affermazioni sullo stato della poesia che Panareo rilasciò a Verri. Tra le tante questa:

«Una poesia è sempre nuova quando nasce nel clima di situazioni storiche, di vasto respiro e di profonda penetrazione: c’è, semmai, da intendersi sul concetto di trasformazione socio-culturale. Come sta avvenendo questa trasformazione? Gli impulsi dai quali trae origine ed intorno ai quali ruota rispondono veramente ad esigenze collettive, di massa? Nella misura in cui la trasformazione si pone in una tal problematica, il rapporto è istituibile, se no il rapporto non c’è e la poesia resta in un ambito molto limitato, di pura evasione: ma, in definitiva, a questo punto, è la poesia che non c’è. […] Forse conviene diffidare del concetto di poesia come istituzione-comunicazione: la poesia è ciò che è in rapporto a chi la produce ed in rapporto a chi la fruisce. Non vedo punti intermedi». 

Quando Panareo rilasciava tali affermazioni aveva alle spalle la pubblicazione del suo primo quaderno poetico – Alzo Zero (Tipografia di Matino, 1973, pp. 21 + 3) – una piccola raccolta di 20 liriche scritte tra gli anni 1971-1973, quando da poco aveva superato i 40 anni e in Italia montava l’onda della contestazione studentesca con la battaglia politica che incendiava i cuori. Enzo mi aveva donato quel libretto dalla spartana copertina rossa in una delle nostre riunioni “appartate”, ciò significa che entrambi facevamo politica però, mentre di me si sapeva della mia militanza, di Enzo invece non si doveva sapere perché occupava un impiego istituzionale. Non voleva che altri lo vedessero parlare con me che a quel tempo, come militante rivoluzionario del Circolo Lenin di Puglia, avevo la responsabilità politica del Basso Salento, mentre Pietro Mita era il massimo dirigente regionale e Gianni Turrisi ricopriva il ruolo di responsabile dell’organizzazione a Lecce città. Panareo, che all’epoca militava nel PCI, ma che aveva anche simpatia verso noi rivoluzionari, per non recare offesa ad altri del suo stesso partito, viveva la politica in modo discreto. Natura diversa avevano invece i nostri incontri in Biblioteca (la Provinciale “N. Bernardini” di Lecce), dove ci incontravamo spesso, io per imparare da lui l’arte della buona lettura e lui per assecondarmi col prestito di qualche libro che non avevo i soldi per comprare.

Dunque il libro Alzo zero. Nessuno finora ha scritto che si tratta di una raccolta poetica connotata politicamente, dalla forte caratterizzazione rivoluzionaria, di contestazione al regime politico allora vigente. Non per caso, dopo una prima lirica di carattere autobiografico (Tu, esausto strumento), Enzo dedica la seconda poesia ad uno sfortunato giovane anarchico rivoluzionario – Per Franco Serantini – morto ammazzato nel carcere di Pisa il 7 maggio 1972, a soli 21 anni, dopo un violento pestaggio, avvenuto due giorni prima, da parte dei militi del I° Raggruppamento celere di Roma, schierati a difesa di un comizio del Msi. Significativo è lo stesso titolo della raccolta poetica, Alzo zero, ripreso dal primo verso della lirica Curva parabolica (p. 13), in cui Enzo, in una strofa di soli sei versi stigmatizza tutto il suo credo politico:

«Alzo zero: in fatto di ordine/ pubblico, quando il nemico è un ragazzo/ di vent’anni, la curva/ parabolica del candelotto lacrimogeno/ è soltanto una brillante/ opinione politica».

Dopo la pubblicazione della prima raccolta poetica, egli continuò a pubblicare altre poesie un po’ dovunque: su riviste, giornali, libri (ad esempio su Oltre Eboli: la poesia, a cura di Carlo Alberto Augieri e Antonio Motta) e pensò pure di pubblicare una seconda raccolta completa, includendo poesie già pubblicate in Alzo zero e altre pubblicate altrove, più alcune di esse inedite. Teneva sempre a portata di mano un fascicolo di poesie intitolato V comma, introdotto da una citazione de La Divina Mimesis di Pier Paolo Pasolini, alla quale egli teneva molto:

«… E proseguii: “Ecco, insomma, volevo dire semplicemente … che rifare questo viaggio consiste nell’alzarsi e vedere tutto da lontano, ma anche nell’abbassarsi e vedere tutto da vicino …”».

Le liriche di V. comma sono suddivise per sezioni: la prima è Figure che comprende sette liriche (Reparto pediatrico, Rebibbia, Per Franco Serantini, Cabral, Dottor Jekyll, Per Pablo Neruda, Campo dei fiori); la seconda è Filosofia comprendente 12 poesie (Approssimato per difetto, Tu esausto strumento, Filosofia, Rigore morale, Evoluzione, Preistoria, Il punto, Genesi, Fagocicli, In una selva di pietra, Nascita, La casa del padre/ Dopo uno spettacolo dell’Odin Teatret); la terza, che dà poi il titolo alla raccolta “V comma”, comprende sette liriche (Fantascienza, V. comma, Curva parabolica, È ancora tempo, Rapporto Meadows, Privacy, Canzone ecologica); la quarta è Momenti privati comprendente 11 poesie (Partenza, Paese decrepito, Sera a Brindisi, Sole e sangue, Estate, Figura, Sangue nero, Fantasia leccese, Notturno a Lecce, Come un gufo, Il tempo si ferma). A mo’ di postfazione lo stesso Enzo aveva scritto:

«Il nucleo originario della presente raccolta è costituito da Alzo zero, un fascicolo stampato nel 1973 per essere distribuito a pochi amici: venti poesie scritte tra il 1971 ed il 1973 appunto. Le poesie venute dopo sono inedite, salvo Partenza e Sera a Brindisi, apparse nel n. 1 (1974) di UT, ed È ancora tempo, apparsa in un ciclostilato de La Comune di Puglia, sempre nel 1974. Esse rappresentano lo sviluppo della problematica avviata con Alzo zero. A conferma di ciò il titolo, V. comma, che è l’indicazione scientifica del vibrione colerico, protagonista reale di un amaro episodio della recente storia del Mezzogiorno, ma di tale storia, che dura ormai da secoli, protagonista ideale».

Alcune di queste poesie, più altre inedite, furono riprese e pubblicate in un opuscolo, con in copertina un Ritratto di Enzo Panareo, dipinto dal suo amico pittore Nello Sisinni di Maglie, e curato da Antonio Errico con presentazione dell’allora Presidente provinciale, senatore Avv. Giovanni Pellegrino. Il libro in questione è Il groviglio di vivere, edito dalla Provincia di Lecce (Galatina, dicembre 2004, pp. 56).

In questi anni trascorsi dal suo incredibile volo verso cieli che non conoscono confini, Enzo Panareo è stato ricordato sempre dai suoi compagni, amici ed estimatori. L’ultimo suo ricordo è dovuto a Nicola Carducci, che gli dedicò alcune pagine del suo libro Scrittori salentini tra coscienza del passato (Pensa, Lecce 2005).

E ancora, sulle pagine di «S. C.» (che sta per Scienza e Conoscenza) (settembre 2005, p. 3), Donato Valli, a proposito dell’incontro di studio su “Bibliotecario, Scrittore, Uomo”, organizzato dalla Provincia, scrisse un toccante Ricordo di Enzo Panareo che, con la raccolta poetica Il groviglio di vivere, ci ha lasciato «questo pensoso e suggestivo messaggio, nel quale è rappreso il suo spirito e vibra la sua presenza».

Della stessa raccolta poetica una bella recensione fu fatta anche dal critico letterario Rossano Astremo (Enzo Panareo, un poeta da riscoprire, in «Quotidiano di Lecce», 13 gennaio 2005), che scrisse:

«Ciò che colpisce positivamente in questo breve e intenso libro è la nitidezza e l’esattezza della scrittura di Panareo, che mai termina con sfocianti banalità in versi di molta poesia nostrana, ma si mantiene sempre nel solco della tradizione di una parola innamorata, colta, raffinata, semanticamente profonda».

Nel 1996, quando si andava verso il decimo anniversario dal grande ultimo volo del poeta bibliotecario, un’insegnante elementare, Enza De Luca, allora appena laureata in Materie letterarie, che nel 1979 aveva conosciuto Panareo, lo ricordò sulla rivista «Libera Ars» (n. 1, 5-6 ott.-dic. 1996, p. 28), con una memoria riferita a un foglio unico magliese («Lo studente a spasso»), sul quale Enzo, nel 1946, aveva scritto un articolo. La De Luca lo ricorda come «l’uomo buono, l’uomo giusto, l’uomo gentile, la sua umanità».

A dieci anni dalla scomparsa, l’11 giugno 1997, sulle pagine di «Quotidiano» lo ricordò il suo amico Ennio Bonea che, in Un attore nella vita culturale del Salento, scrisse:

«Nei sette fascicoli dei “Concittadini”, supplementi ideati da Antonio Maglio in cui sono riuniti i nomi dei salentini che hanno lasciato il segno del loro passaggio nel corso del tempo, non si ritrova quello di Enzo Panareo, scomparso a 61 anni l’11 giugno 1987, forse perché nacque, da genitori otrantini, nel 1926, a Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Si dovrà riparare a questa assenza, visto che si sta preparando una più sistematica bibliografia, non ritenendo tassativa l’anagrafe civile che, come nel caso di Panareo, non rivela quel che invece gli scritti e la griglia dei rapporti esistenziali mostrano».

E ancora nello stesso anno, un numero della rivista «l’incantiere» (anno XI, n. 42, giugno 1997) gli fu interamente dedicato con la pubblicazione della sua poesia inedita Non senti com’è tenera la morte, scritta nell’estate-autunno 1980, commentata da Arrigo Colombo, più alcuni altri suoi inediti, Ante-scriptum, Provvisorietà e A mio figlio, commentati da Walter Vergallo attraverso l’articolo Un profilo poetico: il simbolico ‘vuoto’ l’alterità la metafora; Donato Valli invece scrisse Memento per un amico: un profilo morale.

Nel 1987, al momento doloroso della definitiva partenza da questo mondo, a ricordarlo furono in tanti amici e compagni: Maria A. Bondanese, con l’articolo Cultura e umanità di Enzo Panareo su «Il nostro giornale» (anno XI, n. 27, dicembre 1987); Lucio Giannone, con il saggio Enzo Panareo l’uomo lo studioso lo ricordò su «Salento domani» (anno XIX, n. s., nn. 12-13, 1 luglio 1987, p. 3), lo stesso Giannone lo ricordò ancora Nel primo anniversario della sua scomparsa, commemorazione avvenuta il 31 maggio 1988 nella Sala Dante dell’Istituto tecnico commerciale “O. G. Costa” di Lecce; sullo stesso numero di «Salento domani» intervennero anche Giovanni Bernardini (Un comportamento schivo e modesto), Donato Valli (Amare l’arte d’un amore pudico), Francesco Lala (Simbolo della condizione dell’intellettuale periferico), Nicola G. De Donno (Quale mite ironia), Alessandro Laporta (Un punto di riferimento); tutti questi interventi furono poi ripresi anche da «l’immaginazione» i Manni Editore, n. 44-45, agosto-settembre 1987, pp. 14-15.

La decima edizione della Festa rionale leccese della “Cecora resta” (14-15 settembre 1987) istituì un Premio a lui intitolato; Carlo Caggia lo ricordò su «Il Corriere Nuovo di Galatina» (anno II, n. 6, giugno 1987, terza pagina) come Un romantico nella terra dei Borboni; su questo stesso giornale anche Giorgio Casalino scrisse È morto Enzo Panareo; mentre, sulla rivista del Basso Salento, «I Salentini» (anno I, n. 4, giugno 1987, pp. 26-27), il suo amico Francesco Greco lo ricordò come Compagno di viaggio; ancora su «Quotidiano di Lecce» a ricordarlo furono la scrittrice barese Maria Marcone (Omaggio ad un caro amico scomparso, 30 giugno 1987); l’altro suo grande amico Nerio Tebano (Le ragioni del cuore, 27 giugno 1987); infine Rina Durante (Ancora più soli, 12 giugno 1987), che fu la prima a darci la notizia della scomparsa.

Un altro bello e commovente ricordo del giornalista bibliotecario fu quello pubblicato il 26 giugno 1987 dall’editore Lorenzo Capone di Cavallino, allora direttore responsabile della testata «Il Cittadino», sul quale scrisse un articolo dal titolo Enzo Panareo, una vita vissuta con stile. Eccone uno stralcio, ancora oggi commovente:

«La notizia mi arrivò telefonicamente dalla voce del figlio […] Mi sconcertò, perché mi colpì in modo lancinante: era una di quelle notizie che ti lasciano inebetito. L’avevo sentito per telefono qualche giorno prima; non mi aveva dato alcuna impressione particolare, anzi, fuori del solito, non lamentava acciacchi e faceva progetti. Voleva lavorare per una nostra collana, quella degli “Itinerari Meridionali”, alla quale aveva già dato in passato un notevole contributo. Mi raccomandò, quasi presago di quel che stava a poche ore per accadergli, di evitare, come mio solito, di portargli fretta: il lavoro, mi disse, te lo consegno a settembre, dopo l’estate. Quel lavoro non arriverà più: i nostri lettori non gusteranno il piacere di un’altra sua interessante lettura: Enzo Panareo, quel meticoloso, pignolo, profondo uomo di cultura salentina; Enzo Panareo non c’è più. È un pezzo di noi stessi che va via. È un pezzo di me stesso, lo dico con la tristezza nel cuore, un pezzo di me stesso che se ne va».

Nel 1988, un approfondito studio sulla sua figura e l’opera letteraria gli fu dedicato dalla rivista «Contributi./ Rivista della Società di Storia Patria per la Puglia – Sezione di Maglie e Otranto» (anno VI, n. 2-3, dicembre 1988, pp. 65-88), con interventi di Giovanni Bernardini [Ricordo di Enzo Panareo (pp. 65-66), lettura tenuta la sera del 10 giugno 1988 nel Castello Carlo V di Lecce], che scrisse:

«Conobbi Enzo Panareo negli anni del dopoguerra, quando cominciai a frequentare la Biblioteca provinciale di Lecce, dove egli era ed è rimasto impiegato fino alla fine […] Attivo in quasi tutti i contemporanei avvenimenti culturali della nostra provincia, non è mai rimasto chiuso entro quei confini, anche se in un certo senso egli è stato il simbolo di tutti noi […] simbolo della condizione dell’intellettuale periferico»; Walter Vergallo gli dedicò lo scritto Per Enzo Panareo (pp. 67-70), nel quale attraversa criticamente buona parte del suo percorso letterario, soffermandosi in partciolare sulla sua narrariva e la sua poesia; infine il robusto contributo bibliografico, di ben 17 pagine, fatto da Gianfranco Scrimieri che, giustamente, lo dedica a Maria, la compagna moglie di Enzo Panareo, che mai ha dimenticato e che ancora oggi continua a tenere vivo il ricordo del marito.

Per quanto mi riguarda, in questi anni trascorsi, ho continuato a leggere e studiare gli scritti di Enzo Panareo, compagno e amico tra i più cari. Come scrivevo in apertura di questo articolo, ci eravamo conosciuti agli inizi degli anni ’70. Ritornato da Trento, dove avevo fatto gli studi universitari (Sociologia), mi ero ritrovato qui, nella nostra provincia, come uno spaesato. Dovevo preparare la mia tesi di laurea sulla questione agraria ed Enzo, con le sue buone conoscenze bibliotecarie, mi fu di grande aiuto. Nel 1969, io ero uscito dal PCI divenendo un militante politico dell’allora cosiddetta sinistra extra-parlamentare, mentre Enzo, di vent’anni più grande di me, continuò ad essere ideologicamente comunista del Pci, senza mai disprezzare il movimento nel quale militavo io più altri giovani salentini. Egli ben sapeva e vedeva che eravamo giovani che lottavamo per una più equa giustizia sociale e per un nuovo concetto di democrazia e di pace.

Le occasioni che permisero a me di conoscerlo furono tutte culturali e politiche allo stesso tempo. In comune avevamo un punto di riferimento straordinario: don Tommasino Fiore, il grande meridionalista socialista che aveva politicamente caratterizzato quasi tutto il Novecento pugliese ed anche italiano.  Quando lo conobbi, Enzo si era interessato già e aveva già scritto di Tommaso Fiore e, soprattutto in quegli anni della nostra prima conoscenza, grazie all’editore Lorenzo Capone di Cavallino, aveva curato e dato alle stampe due riedizioni del Fiore, entrambe pubblicate a Torino agli inizi degli anni ’20 da Piero Gobetti editore: una prima, Uccidi. Taccuino di una recluta (Capone, Cavallino 1977) ed una seconda, Eroe Svegliato Asceta Perfetto (Capone, Cavallino 1978).

All’inizio degli anni ’70, io militavo nei Comitati antimperialisti antifascisti d’Italia (sezione di Trento), frequentando rapporti di vicinanza politica soprattutto col comitato di Bari. Ad un certo punto, questi comitati cercarono di darsi un proprio organo di stampa, che vide la luce nel 1970 con la testata «Lotta partigiana». Sia pure ormai vecchissimo, Tommaso Fiore aveva voluto dare (su nostra pressante richiesta) ancora il suo contributo divenendo il direttore responsabile di quel periodico. Per questo suo impegno politico, civile e morale egli, alla bella età di 87 anni, si vide querelato (febbraio 1971) e dovette subire un processo, nel quale svolse le funzioni di accusatore e pubblico ministero il magistrato leccese Michele Paone. Noi giovani antifascisti rimanemmo ancor più attaccati al grande vecchio, mentre Enzo Panareo, che tenevo informato della vicenda, ne soffrì molto.

Un’altra occasione d’incontro tra me ed Enzo Panareo fu questa: a quel tempo facevo parte del Consiglio nazionale dell’Associazione per i rapporti culturali e d’amicizia con l’Albania, della quale Tommaso Fiore ne era un autorevole membro della Presidenza onoraria. A Lecce e provincia avevamo costruito dei circoli di questa associazione (noti erano quelli di Gallipoli, Otranto, Soleto e della stessa Lecce), che Panareo seguiva da vicino pur non facendone parte come iscritto (sempre per discrezione). Il suo contributo alla nostra attività fu però notevole. Avviò una grande ricerca bibliografica sull’Albania con centinaia e centinaia di schede, alle quali pure noi contribuimmo e che ha visto una prima pubblicazione con i libri della Biblioteca provinciale di Lecce. Quando poi si presentò l’occasione di fare delle nostre modeste pubblicazioni associative, il suo contributo fu determinante. Nel 1979, a cura del Circolo di Gallipoli, pubblicammo uno opuscolo e, per l’occasione, volevamo introdurlo con uno scritto proprio di Tommaso Fiore. Enzo, che non volle essere citato, fu straordinario nel rintracciarci e consegnarci l’articolo Alla nuova Albania, scritto dal grande meridionalista barese. Qualche anno dopo, nel 1986, pubblicammo un nuovo opuscolo, questa volta a cura del Circolo di Lecce dell’Associazione. L’invito rivolto a Enzo Panareo a contribuire alla pubblicazione si trasformò nel suo splendido saggio Tommaso Fiore e l’Albania, che per me resta una pietra miliare degli studi sul grande meridionalista.

L’anno prossimo 2027, scadono 40 anni dalla sua scomparsa, e per me come per altri amici, Enzo Panareo è ancora nel nostro cuore.

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1 ha pensato a “Enzo Panareo, Bibliotecario, Poeta e Scrittore”

  1. Il testo di Maurizio Nocera su Enzo Panareo mi sembra soprattutto un atto di restituzione alla memoria. Non è soltanto il ritratto di un bibliotecario, di un poeta o di uno scrittore: è il tentativo di riportare alla luce una figura che ha attraversato la cultura salentina con discrezione, rigore e una profonda idea civile della cultura.
    Particolarmente significativo è il rapporto tra biblioteca, poesia e impegno. Panareo sembra incarnare un’idea dell’intellettuale oggi sempre più rara: non colui che cerca il centro della scena, ma chi mette il proprio sapere a disposizione degli altri. La biblioteca, nelle parole di Nocera, diventa così molto più di un luogo di conservazione dei libri: è un luogo di incontro, di formazione, di emancipazione.
    E c’è un passaggio che trovo ancora più importante: la necessità di riconoscere Panareo come parte della storia culturale del Salento, al di là dell’anagrafe. Essere nati altrove non significa necessariamente appartenere altrove. Sono gli affetti, le opere, le relazioni, il lavoro culturale e civile a costruire una vera appartenenza.
    A quarant’anni dalla sua scomparsa, nel 2027, questo ricordo assume dunque un valore particolare. Perché recuperare Panareo non significa soltanto celebrare il passato: significa interrogarsi su quale idea di cultura vogliamo consegnare al futuro. Una cultura che non sia ornamento, ma coscienza; non esibizione, ma servizio; non memoria imbalsamata, ma strumento per leggere il presente.
    Forse è proprio questa la ragione per cui figure come Enzo Panareo non dovrebbero essere semplicemente ricordate. Dovrebbero tornare a parlare.

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