IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Erminio Giulio Caputo “Lu core spitterra”

       Traduzioni dialettali inedite fra Leopardi e Neruda, Milella, 2019

Di Lidia Caputo. Sono particolarmente commossa questa sera nel presentare insieme alla cara collega Albarosa Macrì questo prezioso saggio dei Professori Carlo Alberto Augieri ed Emilio Filieri, con un repertorio antologico curato da me e dallo stesso Prof. Filieri, sulle traduzioni in dialetto salentino di mio padre Erminio Giulio Caputo da poeti di tutto il mondo.                                                                                                                                                                              

Erminio Giulio Caputo
Erminio Giulio Caputo

        Sono trascorsi 15 anni da quando il poeta Erminio, marito e padre  amorevole, l’otto febbraio del 2004, ci ha lasciati, ma la sua presenza si percepisce in ogni spazio della casa prediletta e nella memoria della sua bontà e cultura. Dagli scaffali della biblioteca richiamano la nostra attenzione gli autori di ogni tempo e  latitudine, essendo stato un lettore appassionato non solo di poesia, ma di molti generi lettetari fin dagli anni della sua prima giovinezza: dai Salmi biblici ai lirici greci,  da Orazio e Catullo a Dante e Petrarca, da San Juan de la Cruz a Miguel de Unamuno, da Calderon de la Barca a Shakespeare, Ibsen, Beckett, Eliot, dai romanzieri dell’Ottocento, come Goethe, Manzoni, Tolstoj, Stendhal a quelli contemporanei come Pavese, Moravia Bevilacqua, Joyce, Hesse, dai simbolisti francesi ai poeti in lingua spagnola del vecchio e nuovo mondo, come Rafael Alberti e Pablo Neruda. Le prime edizioni di Ossi di seppia di Montale e della Terra Santa di Alda Merini occhieggiano tra  le sillogi poetiche di Pascoli, Scotellaro, Gatti, Bodini, Fallacara, Pasolini, De Donno, in un serrato dialogo tra autori in lingua nazionale e dialettale, poiché per  Caputo tutte le corde poetiche vibrano all’unisono nel suo petto. Grazie alla tensione agonica a trascendere i confini storico- geografici della sua terra sempre amata, l’autore attinge alle tematiche, agli stilemi, agli archetipi della letteratura universale, sia dotta che popolare.

Busto di Erminio Giulio Caputo

   Dalla prima silloge poetica, La focara del 1953, a Marisci senza sule (1976), La chesura(1980) Aprime Signore (1990, Spilu de Site(1994), fino ai Dieci inediti, pubblicati postumi nel 2012 con la postfazione del prof. Filieri, prevale la tendenza del poeta salentino ad attingere dall’humus della sua terra genesiaca valori, immagini, sentimenti in una tensione civile e spirituale verso l’oltre e l’altro,                      cosicché il Salento non si configura come punto d’arrivo (Ankunftpunkt),bensì come punto di partenza (Ausgangspunkt) del suo itinerario spirituale ed artistico. Lo documenta il titolo della poesia eponima dei Dieci inediti: Salentu, ndrizza la prua e salpa mmeru Oriente, nonché il volume che presentiamo questa sera con le traduzioni di poeti di tutto il mondo in dialetto salentino,  da me rinvenute tre anni addietro, mentre ordinavo gli scritti di mio padre. Come ho potuto accertare successivamente, egli aveva preparato le traduzioni per leggerle durante le trasmissioni che un’ emittente locale, Radio Salento, dedicava agli autori contemporanei.

 Significativo è un passaggio della sua introduzione alle traduzioni in cui il poeta salentino rivendica la dignità letteraria della poesia in vernacolo, che, pur attingendo alle fonti vive dell’ispirazione popolare, è in grado di affrontare tematiche impegnative e sfidare sul piano dell’autenticità le lingue nazionali. Condividendo la presa di posizione di Contini e Mengaldo che nelle loro antologie di      Letteratura italiana presentano su un piano paritario poesie in italiano e poesie in dialetto, Caputo  stigmatizza la tendenza accademica di considerare  la poesia dialettale come poesia popolare. C’è poesia popolare in lingua come in dialetto, ma la poesia autentica, come opera di cultura e raffinata sensibilità ha la capacità di piegare qualsiasi mezzo linguistico all’esplorazione della complessità del mondo interiore ed esteriore. (Tristano Bolelli, Poesie scelte nei dialetti d’Italia, La Domenica del Corriere, 1984, p. 6 sgg.)  Nella  sua lingua arcaica, genesiaca, salentina capace di offrire un’alternativa alla parola stereotipata e usurata dei mass-media, il poeta offre un’immagine più viva e bruciante della storia individuale e collettiva, schiacciata dall’onnipotenza e dalla pervasività degli apparati di potere.                                                                     Non soltanto per i contenuti, ma per il tono accorato, l’appassionata scansione dei suoi versi  Giacinto Spagnoletti nella sua introduzione all’antologia Poesia Dialettale dal Rinascimento ad oggi, Garzanti,1991, annovera Caputo tra gli autori più impegnati culturalmente e socialmente della poesia vernacolare, quando ancora non era stato  riconosciuto come tale dai critici letterari. In seguito il poeta viene pienamente rivalutato da Donato Valli, Oreste Macrì, Mario Marti, Giorgio Barberi Squarotti, Gino Pisanò, Emilio Filieri, Carlo Alberto Augieri, Gianni Oliva e molti altri.  

                                                                                                                                                                        Nella Lettera al poeta Erminio Caputo, scritta dal Prof. Oreste Macrì il 14 settembre 1992 in occasione della presentazione del volume Aprime Signore e pubblicata sula “Rivista italiana di letteratura dialettale”, l’illustre critico, dopo aver messo in luce e componenti culturali e mistiche della poesia di Caputo, afferma testualmente: “Lei entra di diritto e di fatto nello zodiaco dei nostri migliori poeti leccesi, ossia, ripeto, Europei. Uno spirito parentale del Dio vivente soffia nei suoi versi tra voce e silenzio, confidenza e disperazione d’un abbandono teso a nuova speranza[…]Lei scrive in puro e bellissimo dialetto leccese, tradizionale e tellurico. La spoglia dialettale è musica, fonemi di certo inimitabili; ma la sostanza universale è voce universalmente ripresa e originalmente rielaborata da Jacopone, Dante della Preghiera alla Vergine, Ungaretti degli Inni.                                                                                                                                                 

Il titolo di questo ultimo volume sul poeta salentino, …lu core spitterra, tratto dalla traduzione di un verso del Passero solitario di Leopardi, fornisce una prima connotazione semantica e una chiave di lettura a queste traduzioni che reinterpretano in modo originale i loro modelli in uno “stato di grazia spirituale” in una condizione di sovrabbondanza di emozioni, condivise con gli autori prediletti e con i lettori. “Questa pienezza è “simile ad una terra promessa, ma non ancora posseduta, è miraggio salvifico”. La cifra poetica che accomuna Caputo a  Leopardi, Lorca, Fortini, Montale, Quasimodo è la tensione inesausta verso l’alterità, è lo Streben, il tendere verso l’inconoscibile e l’altrove, che talvolta  genera delusione e angoscia, ma anche Einfủhlung, ossia viva sintonia con le emozioni e i sentimenti di ogni  vivente.                                                                                                            All’erosione del “principio di realtà” tematizzato da Gianni Vattimo in riferimento all’omologazione e alla perdita di un “ubi consistam” del genere umano, il Caputo oppone il suo strenuo bisogno di varcare nuovi orizzonti temporali e spaziali alla ricerca di memorie  condivise con i vissuti personali o di un intero popolo, come nella lirica di Eugen Jebeleanu “Incontro con Hiroshima”.                                                                                                                                              

Vibra nei versi la partecipazione accorata ai drammi e alle ferite ancora aperte, ma anche la tensione al suo superamento, la speranza nel futuro grazie  alla poesia, alla solidarietà, alla natura rigenerata.                                                                                                                                                                                    

Sul piano formale la propensione del poeta salentino a mutare il ritmo e la sintassi dei versi originari, potenzia  il fonosimbolismo della scrittura, grazie anche alle allitterazioni, alle anafore, alle onomatopee.    Ritengo che l’eccellente presentazione del Prof. Augieri, l’incisivo e dettagliato saggio del Prof. Filieri, le lucide interpretazioni degli spunti religiosi nella scrittura caputiana della Prof. Albarosa Macrì, offrano autorevoli riflessioni sull’arte della traduzione in generale e intorno all’ ars poetica del nostro  in particolare.

Foto di Famiglia di Erminio Giulio Caputo