Etica e politica

di Vincenzo Fiaschitello
Non c’è dubbio che fra i tanti scambi verbali quotidiani della gente comune, il discorso politico, accanto a quello dello sport, del clima, degli eventi più o meno drammatici, occupi un posto rilevante. Il più delle volte tale discorso è incentrato attorno a commenti sul malgoverno, sui comportamenti scandalosi di questo o di quell’uomo politico, sulla sua corruzione, sulla sua irresponsabilità, sulla sua assenza di moralità.
Si tratta di uno sfogo di ira, di violenza verbale, di cui fanno le spese esponenti di tutti i partiti politici, per concludere magari con la ben nota considerazione che “tanto sono tutti uguali”, nel senso che sono tutti pronti a ignorare quel fine per cui hanno avuto il sostegno del popolo e cioè il conseguimento dell’interesse generale, del bene comune, e non di quello personale.
Ovviamente questa accusa, da parte di coloro che manifestando così il proprio pensiero si ritengono buoni cittadini, in tempi gravi di crisi finanziaria, di inflazione, di guerre devastanti, si fa più pesante se il politico o i politici per più vasti interessi personali o di classe sono disposti a calpestare i principi fondamentali dell’etica e del diritto internazionale.
Se vogliamo trovare risposte soddisfacenti a una serie di problemi relativi alla tematica di così ampia complessità relativa al rapporto tra l’etica e la politica, la gestione del potere, le forme organizzative di una comunità, il ruolo dei governanti, nonché quello dei governati (sudditi o cittadini), non si può fare a meno di dare sia pure brevemente uno sguardo al passato.
Appare subito chiaro che siamo figli di Machiavelli. Nel 1513, in esilio in Garfagnana, dopo la giornaliera conversazione in osteria con gli amici, Machiavelli si ritirava nella sua casa, vestiva “panni curiali” e meditava sulla “cognizione delle azioni delli uomini grandi, imparata con una lunga esperienza delle cose moderne et una continua lezione dalle antique”. In pochi mesi compose quel prodigioso opuscolo intitolato Il Principe, dedicato dapprima a Giovanni de’ Medici e poi al Magnifico Lorenzo de’ Medici. E’ lo stesso Machiavelli a rivelare l’intenzione di acquistare grazia con un libro in cui apertamente e con estrema lucidità, proclamava l’autonomia della politica che ha leggi diverse dalla morale e dalla teologia. Era tanta l’urgenza di esprimere tali idee che Machiavelli decise di interrompere le più ampie argomentazioni contenute nel testo “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”, che in quel tempo stava scrivendo, non solo per la questione del suo esilio da Firenze, ma soprattutto perché cominciavano a circolare in Europa idee del tutto opposte, come quelle dello spagnolo Francesco de Vitoria, il quale appunto sosteneva che il diritto doveva essere fondato sulla teologia.
L’esplicito invito di Machiavelli che le azioni del principe e in genere dei governanti non potessero essere valutate sul piano morale, ma esclusivamente in base alla efficienza per il potere e la stabilità dello Stato, contribuì chiaramente a creare quel luogo comune della amoralità del fiorentino. Scriveva con sicurezza che la bontà non poteva essere una qualità distintiva del principe “perché un uomo, che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono! (N. Machiavelli, Il Principe, Milano, Feltrinelli, 1960, p.65).
La stessa presentazione della figura di Cesare Borgia in termini positivi non fa che confermare che il principe può usare mezzi immorali, crudeli, violenti, rapaci, pur di raggiungere lo scopo supremo che è quello di acquistare o mantenere lo Stato.
Senonché, prima Benedetto Croce e poi Federico Chabod cominciarono a scalfire la tesi tradizionale della amoralità di Machiavelli. Nel dibattito odierno si è fatto strada un nuovo orientamento, secondo il quale Machiavelli è visto non tanto come il filosofo che giustifica il politico dalle mani sporche, amorale, cioè come colui che sospende il giudizio morale nella sfera politica, ma colui che guarda alle conseguenze dell’azione politica. Questa è giusta non solo sulla base di criteri etici universali condivisi da tutti, ma se è utile, se giova alla collettività, se porta benessere generale.
Dunque lo statista deve far proprio il principio secondo cui “il fine giustifica i mezzi”. Difendere la violenza, l’inganno, la crudeltà, non è automaticamente da considerare amoralità, a condizione però che l’azione politica necessariamente lo richieda e conduca al bene pubblico.
Secondo questa prospettiva è chiaro che la posizione di Machiavelli cambia, non più amorale ma utilitarista. Egli guarda con lucidità alla “realtà effettuale”: i principi etici convenzionali sono irrilevanti per l’uomo di stato, purché agisca in vista del bene comune.
Bisogna attendere ancora un secolo per trovare altri giganti del pensiero politico giuridico dell’Europa come Alberto Gentili e Ugo Grozio. Il primo è il precursore del diritto internazionale; il secondo è il fondatore del giusnaturalismo, autore di due interessanti trattati: De iure belli ac pacis del 1625 e Mare liberum del 1609, in cui sostiene la libertà di navigazione nei mari.
Secondo il giusnaturalismo la visione utilitaristica dello stato trova la propria legittimazione nel contratto sociale fondato sul rispetto dei principi etici universali (diritto alla vita, al benessere comune, alla libertà, all’uguaglianza…), che precedono la volontà del legislatore (diritto positivo). Anche Thomas Hobbes, suo contemporaneo, condivide la teoria del contratto sociale: il Leviatano è il prodotto del diritto naturale. Ma se ne distacca dal momento che ritiene vincolanti e coercitive solo le leggi positive, sulle basi delle quali si può giudicare se si è nel giusto o nell’ingiusto, indipendentemente dai principi etici naturali.
Merita, infine, un cenno anche Samuel von Pufendorf (1632-1694), il quale pur accogliendo la teoria del diritto naturale e dell’origine del potere contrattuale del sovrano, tiene separata la sfera giuridica dello Stato, che stabilisce norme sanzionatorie, da quella dell’etica, le cui sanzioni sono regolate solo dalla coscienza. E’ evidente dunque che già con Hobbes e con Pufendorf, il giusnaturalismo si avvia verso la concezione di uno stato assolutistico, sia pure illuminato, con una chiara distinzione tra norme del diritto civile e norme di cui si occupa la teologia morale.
Ciò premesso, tornando alle considerazioni iniziali intorno alla indignazione popolare per i fenomeni di corruzione, malgoverno e comportamenti immorali di gran parte di coloro che costituiscono la classe politica del nostro tempo, appare tuttavia necessario ordinare le nostre riflessioni su varie questioni che si intrecciano e si influenzano reciprocamente.
Chi governa ha un potere legittimo o no? E’ un dittatore non legittimato da un voto popolare o è alla guida di un governo democratico?
E’ evidente che la risposta dei cittadini non può che essere diversa: può andare da una critica civile fino ad una insurrezione o rivolta sanguinosa.
Escludendo le circostanze di questo ultimo tipo, consideriamo che la legittimità della critica, perno della politica, è riposta sul principio fondamentale del rispetto da parte di chi governa dei diritti individuali contro ogni forma di arbitrio statale, nonché sull’agire politico nel suo complesso per valutare se esso è orientato esclusivamente al bene comune oppure all’interesse personale. La teoria del divorzio dell’etica dalla politica è respinta dal “buon cittadino”, perché ritiene che il politico debba non solo rispettare i principi etici naturali, ma anche possedere quelle virtù proprie della morale individuale. Egli presume che non è accettabile che la sfera politica possa avere un carattere etico svincolato dal corretto agire comune nel vasto orizzonte dei vari contesti culturali e sociali, per cui è portato a condannare il politico dalle mani sporche, anche quando quello afferma che abbia agito per il benessere generale e non solo per il proprio interesse. L’immoralità, la corruzione, il malgoverno, non trovano giustificazioni in una presunta distinzione tra etica istituzionale e principi morali individuali.
E’ vero, tuttavia, che J. Habermas, sulla scia di Hegel, distingue il discorso etico da quello morale, ma al di là di sottigliezze logiche, resta il fatto che quei valori e modelli di vita buona che si fanno rientrare nell’etica, non possono essere diversi da quelli che si ritengono appartenenti alla morale.
Il cittadino che rivendica il diritto di condannare il politico corrotto, pronto all’inganno, privo di moralità, dovrebbe per coerenza avere quelle stesse qualità virtuose di correttezza, di desiderio del bene comune, di legalità, che vuole siano proprie di chi governa. In caso contrario si rischia di confermare ciò che comunemente si dice: si ha il governo che il popolo si merita.
Ma la questione non è così semplice.
Pur concordando sul fatto che sia i governanti, sia i cittadini, debbano essere virtuosi, come si fa a definire il “bene comune”?
La nozione di bene comune è piuttosto generica e altamente equivoca.
Supponiamo che si intenda operare bene allo scopo che ogni famiglia della comunità abbia almeno il minimo per sopravvivere con dignità. Chi deciderà a quanto ammonta questa misura del minimo? Sarà forse il PIL, come potrebbero volere i tecnocrati, il criterio per valutare il bene comune? Sarà il mercato, come potrebbero rispondere i neo-liberali?
Si vogliono far trionfare strategie che comportano la remissività dei cittadini? Oppure quelle che spingono a delegittimare le persone con alto senso civico?
Esistono altresì questioni che in un certo senso sembrano in conflitto con la morale. Si considerino, per esempio, i problemi dell’aborto, del divorzio, dell’omosessualità, della eutanasia. E’ ovvio che non si possa restare inattivi e che occorra assumere una decisione. In tali circostanze è necessario non farsi condizionare dalla ideologia. La consapevolezza di non essere fanatici estremisti può essere l’ancora di salvezza, perché ci aiuta ad accettare il confronto con chi ha idee diverse dalle nostre, allo scopo di identificare il bene comune attraverso un dibattito leale e costruttivo. Conciliare interessi contrapposti è il grande merito di una politica seria che ha a fondamento del suo operare il rispetto dei valori morali, il controllo pacifico degli inevitabili conflitti all’interno di una comunità.
Per ritenersi virtuoso, un cittadino non può limitarsi a denunciare le bugie e la corruzione dei politici. Non è sufficiente solo il fatto di indignarsi con manifestazioni, con scioperi, con slogan più o meno carichi di disprezzo nei confronti dei politici, senza però una volontà mirata a influenzare le decisioni, a contribuire alla soluzione dei problemi attraverso incontri e dibattiti, nei quali si può infine trovare una via di uscita anche in quelle situazioni in cui, nonostante la contrarietà all’idea di separare la politica dall’etica, a volte la stessa realtà sociale pluralista del nostro tempo impedisce il rispetto di un unico codice morale per la sfera politica e per quella etica.
Non c’è chi non veda in tale conclusione come nuovamente si affacci la distinzione machiavellica tra morale politica e morale individuale. E’ molto probabile, pertanto, che una filosofia del diritto nel prossimo futuro dovrà occuparsi di una ridefinizione dei valori che stanno a fondamento di una etica istituzionale.

