IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Europa, così è, s’il vous placet

Stati Uniti d'Europa

di Gianvito Pipitone

Nel prestigioso resort scozzese di Turnberry, tra green impeccabili e il consueto circo mediatico in stile Trump, si è firmato un patto che odora più di resa che di cooperazione. Lo definiscono “il miglior accordo di sempre” — almeno secondo il presidente americano — ma nei dettagli si cela un’elegante trappola. Dentro: dazi unilaterali, energia imposta, investimenti direzionati. E soprattutto, nessuna reciprocità. Il modello “Take it or kneel” — prendilo o inginocchiati — torna in auge sotto il tycoon americano.

I numeri parlano da soli: +15% sui dazi UE per semiconduttori, auto e farmaceutica; +50% su acciaio e alluminio. Inoltre, l’Europa promette 750 miliardi per l’acquisto di energia americana e 600 miliardi in nuovi investimenti negli Stati Uniti. Cosa riceve in cambio? Nulla. Silenzio. Il compromesso, se mai c’è stato, è morto. E quel che resta è colonialismo economico in abito da gala.

A Bruxelles si recita, male, la parte dei diplomatici. Ursula von der Leyen parla di “bicchiere mezzo pieno”, ma il linguaggio del corpo è un bollettino di sconfitta: spalle rigide, voce smorzata, domande filtrate. È il teatro della sudditanza, in scena davanti a un pubblico sempre più disilluso.

Nel frattempo, Trump si prende tutto: l’anima economica dell’Europa, dopo aver già minato quella militare. Con la NATO guidata da Rutte, fresco di nomina, che abbandona ogni ambizione strategica, l’Unione Europea si ritrova nel ruolo di comparsa in un film a stelle e strisce — a colori, sì, ma senza un copione scritto da sé.

Eppure, non sempre è stato così. In passato l’Europa ha saputo dire no. Lo fece nel 2003 a Bush, rifiutando l’invasione dell’Iraq. Lo fece nel 2017, opponendosi alla proposta statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Lo fece nel 1966, quando De Gaulle decise di abbandonare temporaneamente la NATO. Quelli erano “no” che nascevano da identità e dignità. Oggi invece, il massimo che l’Europa riesce a produrre è un balbettio di circostanza.

Intanto il mondo corre. I BRICS si espandono. Il MENA si muove in maniera sempre più assertiva. L’Occidente non è più il centro: è solo una delle voci in una sinfonia multipolare e dissonante. Se l’Europa non vuole restare un’eco stonata degli Stati Uniti, deve smettere di seguirli a distanza di sicurezza.

Il patto di Turnberry non è un punto d’arrivo. È un campanello d’allarme. E come ogni allarme, può essere ignorato o ascoltato. Ma ignorarlo significa prepararsi alla paralisi. Con dignità, forse. Ma pur sempre in silenzio. Lentamente e inesorabilmente.


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