“Filo di mare, memoria di pietra”: le sorelle Pes e il segreto del bisso

Di Simona Mazza
Il bisso, fibra aurea della Pinna nobilis, attraversa miti, poteri e liturgie del Mediterraneo. A Sant’Antioco, nel Sulcis (Sardegna) due sorelle, Assuntina e Giuseppina Pes, custodiscono una tradizione rarissima. Con loro indaghiamo materia, tecnica ed etica di un filo che ancora oggi trattiene luce e memoria
Il bisso: materia, storia, responsabilità

A ben vedere, il bisso – byssus, sea-silk – non è un filato qualunque: nasce dai sottili filamenti vischiosi con cui la Pinna nobilis si àncora al fondale. Separati, purificati, filati e talora tessuti o lavorati a maglia, rivelano una lucentezza calda, quasi metallica, che i secoli hanno associato al rango e al sacro.
Non stupisce che le fonti antiche oscillino tra lini preziosi d’Oriente e “seta di mare”: l’ambiguità lessicale custodisce un prestigio condiviso, mentre reperti medievali – emblematica la cuffia lavorata a maglia datata al XIV secolo rinvenuta a Saint-Denis – confermano usi di alto valore simbolico e statutario.
Sul piano tecnico la lavorazione compone un’alchimia di gesti: lavaggi ripetuti per liberare i filamenti da sabbie e detriti, filatura con torsioni calibrate (S/Z), titoli variabili e prove di resilienza; infine la messa in opera (maglia fine, ricamo, trama). Le artigiane ricorrono a bagni chiarificanti naturali per esaltare i riflessi dorati. Ovunque, però, domina la regola antica del “pochissimo, ma giusto”: più cura che chimica.
Le minacce per il bisso
Il valore sociale è duplice: da un lato ornamento e segno di prestigio (cordonerie, manufatti liturgici, doni nuziali); dall’altro memoria comunitaria. Nelle oralità costiere al bisso si attribuivano perfino virtù emostatiche: racconti che, pur non convalidabili come pratiche cliniche, ne attestano il fascino.
E tuttavia, oggi il bisso interroga la coscienza. La Pinna nobilis è specie criticamente minacciata: epidemie parassitarie e pressioni antropiche ne hanno decimato le popolazioni mediterranee. Una legge europea, dal 1992, ne proibisce disturbo e raccolta. Da qui la centralità di Sant’Antioco e del Sulcis come luoghi di custodia – non di sfruttamento – e la scelta etica di lavorare fibre storiche documentate, evitando raccolte in mare e facili surrogati.
È in questo orizzonte che si colloca il lavoro delle sorelle Pes: una pratica che tiene insieme rigore tecnico, fedeltà a una scuola e responsabilità ambientale. Utile precisare che il bisso storico documentato è solamente quello del 1920 della scuola del maestro Italo Diana donato alle sorelle Pes da Emma Diana (figlia di Italo).
Con queste coordinate entriamo nell’officina del loro sapere.
Intervista alle sorelle Assuntina e Giuseppina Pes

Trasmissione del sapere: le origini. Potete raccontare la vostra genealogia di apprendistato – chi vi ha istruite nella lavorazione del bisso e quali tracce pratiche conserva ancora oggi quel sapere originario?
Siamo due sorelle, Assuntina (61 anni) e Giuseppina (58), nate in una famiglia agro-pastorale. Lavoriamo nel mondo della tessitura da 45 e 40 anni. Il nostro incontro con questo universo è stato del tutto casuale: nel 1980, grazie a un corso regionale I.S.O.L.A. (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiani), nasce una cooperativa attiva fino al 2006, in cui abbiamo ricoperto anche i ruoli di presidente e vicepresidente.
Il nostro cammino è stato sempre dedicato alla tessitura tradizionale, con ricerche e studio di disegni e manufatti antichi: i nostri lavori sono espressione dell’identità del nostro paese. Alla fine degli anni Novanta abbiamo conosciuto la nostra maestra Efisia Murroni, allieva della scuola del maestro Italo Diana, aperta a Sant’Antioco negli anni Venti. Da lei abbiamo ricevuto conoscenze orali e gestuali sul bisso marino, che hanno arricchito ulteriormente il nostro sapere tessile. Ogni nostro gesto rimane fedele a quella tradizione.
Quanto a Italo Diana (1890–1967), nato a Sant’Antioco, è ricordato per aver recuperato, dopo venti secoli, la lavorazione del bisso marino ottenuto dalla Pinna nobilis. Questo mondo antico, fatto di storia, fili e colori, ci ha sempre appassionato al punto da intrecciare la nostra vita quotidiana con esso.
Pratica e tecnica della lavorazione
Entrando nel dettaglio operativo: nel vostro laboratorio quali movimenti distinguono una buona separazione dei filamenti da una lavorazione imperfetta e come si differenzia dalla cardatura o pettinatura?
Eseguiamo cardatura, pettinatura e filatura esclusivamente a mano. Con movimenti delicati districhiamo la fibra senza spezzarla, preparandola per la filatura.
Sul piano della filatura, quali regole pratiche adottate per il titolo del filo e per la torsione (S/Z) quando intendete destinare il bisso a maglia fine, a ricamo o a trama tessile?
La torsione varia secondo l’uso: più morbida per la tessitura. La qualità del filo la riconosciamo con l’esperienza, valutandone la tenuta.
Approvvigionamento ed etica materica
Quali criteri etici e pratici adottate oggi per l’approvvigionamento del materiale (fibre vintage, scarti di altre conchiglie, uso di Atrina come sostituto)? Come conciliate rispetto per la specie e continuità della pratica?
Non raccogliamo fibre vive e non usiamo sostituti. Lavoriamo solo con bisso autentico e documentato, proveniente da raccolte storiche donate da Emma Diana, figlia del maestro Italo, risalenti alla sua scuola degli anni Venti. La priorità è il rispetto della Pinna nobilis.
Parametri tecnici e ambientali
Quali parametri microclimatici (umidità relativa, temperatura, tempi di essiccazione) ritenete imprescindibili per ottenere una fibra filabile e come li controllate empiricamente durante il ciclo? Avete sperimentato o rifiutato trattamenti chimici o naturali (es. bagni acidi, infusi vegetali, enzimi) per modificare la lucentezza o la stabilità del filo? Quali esiti pratici avete osservato e quali rischi avete evitato?
Come accennato, usiamo solo bisso storico. Dopo averlo rigenerato, seguiamo i procedimenti trasmessi da Efisia Murroni. Controlliamo tutto con l’esperienza, ricorrendo a un’asciugatura lenta e naturale, senza strumenti. No a trattamenti aggressivi: solo rimedi naturali. La bellezza del bisso è intrinseca.
Analisi scientifiche e confronto interdisciplinare
Immaginando una collaborazione con un laboratorio scientifico, quali analisi prioritarie proporreste (microscopia, spettrometria, test meccanici) per rispondere ai quesiti che più vi intrigano sulla struttura e sulla durabilità del bisso?
Microscopia, spettrometria e test di resistenza per comprendere meglio la struttura della fibra, purché non vengano consumate inutilmente le fibre stesse.
Storia, simbolismo e ricerca documentaria
Ci potete parlare della relazione simbolica e rituale del bisso nelle comunità locali (matrimoni, doni, paramenti): come si manifesta il valore sociale oggi rispetto al passato?
Nella comunità è stata una riscoperta identitaria: non era un manufatto comune, ma simbolo di prestigio e ricchezza.
Guardando i manufatti antichi (per esempio la cuffia medievale datata al XIV secolo), quali tecniche o motivi ritenete ancora leggibili nella pratica contemporanea e quali sono invece perduti?
Alcuni motivi e punti decorativi sono ancora leggibili e visibili, altri purtroppo si sono persi. Rispettiamo ciò che la tradizione ci ha consegnato, senza ricostruzioni arbitrarie.
Cosa pensate del confronto tra la narrativa pubblica (es. le storie mediatiche attorno a singole figure-maestro) e la documentazione accademica sul bisso: dove si incontrano e dove divergono verità storiche e costruzione mediatica?
La storia vera è nelle fonti e negli insegnamenti della scuola di Italo Diana. Le leggende attirano, ma allontanano dalla realtà.
Criteri curatoriali e museali
Se vi chiedessero di redigere un protocollo museale per l’esposizione di un manufatto in bisso, quali sarebbero le prescrizioni essenziali in termini di supporto, microclima, illuminazione e interventi di restauro minimo? Quali soluzioni tecniche o materiali alternativi suggerireste a musei e laboratori per esporre e conservare oggetti in bisso, vista la fragilità del filo e i limiti di approvvigionamento?
Il filato di bisso che usiamo, con oltre cent’anni di età, risulta molto resistente e mantiene la sua lucentezza. Consigliamo l’esposizione in teche trasparenti con microclima stabile, lontano da luci calde dirette, con apparati didattici accanto. Restauro minimo. La regola è conservare prevenendo.
I motivi tradizionali sardi – a rilievo o in progressione ritmica – trovano nel bisso un’espressività inedita. Potreste indicarci quali punti o sequenze ornamentali considerate irrinunciabili quando lavorate con questa fibra, e perché?
Usiamo motivi antropomorfi, fitomorfi, zoomorfi, religiosi e geometrici, tipici della nostra tradizione antiochense. Sono tutti irrinunciabili: appartengono alla memoria collettiva e nel bisso trovano un’identità unica.
Visioni per il futuro e trasmissione del sapere
Guardando oltre il presente, come immaginate la conservazione viva del sapere del bisso? Preferireste una scuola di apprendistato locale, residenze d’artista integrate con biologia marina, o un modello ibrido che unisca ricerca, produzione e tutela ambientale – e perché? Se doveste formulare un progetto di trasmissione del sapere (scuola, residenza d’artista, borsa di studio), quali elementi curricolari considerereste imprescindibili affinché la pratica del bisso sopravviva in forma responsabile e scientificamente documentata?
Una scuola di apprendistato locale, radicata nel territorio ma aperta al dialogo con biologi e studiosi. Nel 2006–2007 abbiamo già trasmesso l’insegnamento in un corso regionale, unico finora dedicato al bisso marino.
Tre sono gli elementi fondamentali: tecnica tradizionale, documentazione storica e scientifica, rispetto ambientale. Solo così il bisso marino può sopravvivere in modo autentico.













