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Finanza: la pericolosa interpretazione ipocrita dei numeri

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Aumento-prezzi

Aumento-prezzi

di Pompeo Maritati

Se ricordate bene, parlando di economia e finanza, si è sempre cercato di fare riferimento ai numeri, ovvero ai dati, unici veri elementi rappresentativi di una realtà presa in esame. Bandite le chiacchiere di salotto, o peggio ancora alle facili quanto discutibili interpretazioni di non pochi politici, e non solo, non sempre in buona fede, si è cercato di basare le analisi interpretative dei vari quadri economici  sui numeri consuntivi e soprattutto sul loro andamento confrontati e rapportati  all’insieme dei fattori che li determinano.

In questi ultimi tempi si rileva, soprattutto in campo dell’informazione, una manipolazione ad arte dei dati consuntivi che, a quanto pare, è determinato dalla volontà consolidata, ma tragicamente errata, che tutto va bene e soprattutto indirizzare l’attenzione mediatica su aspetti di second’ordine.

E’ macroscopicamente insopportabile la strombazzata notizia sul nostro PIL (Prodotto Interno Lordo) in crescita. Sotto il profilo numerico è vero, ma non sotto il profilo qualitativo. Mi spiego meglio. Se nel 2021 il PIL è stato  100, e nel corso del 2022 si è attestato  a 101, è legittimo asserire che l’incremento è dell’1%. Ma se nel corso dell’anno preso in esame, l’inflazione è risultata superiore notevolmente a quell’1%, come si fa ad asserire che l’economia del Paese è cresciuta?  

L’economia produttiva ha dovuto far fronte ad un feroce incremento dei costi della materie prime e dell’energia, che ovviamente ha scaricato sulla quotidianità delle famiglie, le quali, se nel 2021 hanno speso 100, per fare le stesse cose nel 2022,  hanno dovuto spendere 112. Questo peraltro, ha comportato un altro aspetto sconfortante di cui la politica se ne guarda bene di affrontare. Se lo stesso prodotto continua a crescere nel prezzo, fermo restando la stessa condizione economica del soggetto acquirente, questo prodotto sarà destinato as vendersi sempre di meno. Questo comporterà una riduzione della quantità di prodotti acquistati che porterà le relative aziende che lo producono, a ridurne la produzione con conseguente riduzione del personale e dell’acquisto di materie prime.

Il politico in cattiva fede andrà strombazzando che l’economia del paese è cresciuta, solo che nasconde, se non è addirittura all’oscuro del meccanismo su descritto, il che forse, è la situazione peggiore, a crescere sono solo i numeri, ovvero i prezzi. A questa dinamica economica, l’ulteriore aspetto negativo è rappresentato dai risparmi che si assottigliano.

Le famiglie, inizialmente tendono a ridurre gradualmente i consumi, passando all’acquisto di prodotti sostitutivi, ma alla fine, come sta succedendo in questi mesi, dove l’inflazione reale è oramai a doppia cifra, le famiglie devono fare ricorso ai propri risparmi. Questo fenomeno presuppone prelevare liquidità dalle banche, che a loro volta disporranno di capitali da investire inferiori, e volendo queste guadagnare sempre alla grande, non faranno altro che aumentare le commissioni bancarie e i tassi d’interesse sui mutui e sui prestiti erogati alle aziende. Quest’ultime, dovendo pagare più oneri finanziari, non faranno altro che aumentare i prezzi dei loro prodotti, che si venderanno sempre meno e che le porterà nel breve termine a produrre di meno e a ridurre, di conseguenza, il personale.

Ecco questa è la semplice idilliaca rappresentazione ipocrita di un PIL cresciuto dell’1% strombazzato come “finalmente il paese cresce”.

Per me cresce solo l’ipocrisia.

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