“Fiori di lavanda e pipi russi”, romanzo di Mavi Pajano

Storia di delitti, amicizia, amore, agone politico, cucina e fiori.
Sarà presentato sabato 24 ottobre 2026 alla Casa delle Associazioni e del Volontariato del Municipio 1 di Milano, via Marsala 10
di Paolo Rausa
Il romanzo di Mavi Pajano non nasconde l’arcano fin dal titolo, esplicitato ancor più dal sottotitolo che riassume le dis/avventure di una giovane donna, che è disillusa dalla vita. Che cos’è l’amore? si chiede al termine della notte. Il suo racconto di una vita all’apparenza appagata fra amicizie e amori e affermazione professionale di alto profilo – è un’architetta paesaggista – nasconde le delusioni amorose che si concludono con la separazione e il divorzio o restano in sospeso, proprio quando le sembrava di aver incontrato l’anima gemella. Quel Roby che le è subito apparso come l’angelo vendicatore dei luoghi comuni e delle promesse non mantenute. Tanto da spingerla a scrivere un catalogo di tipi da cui guardarsi in un libro dal titolo “Cinquanta sfumature di maschio” ad uso e consumo delle donne frementi d’amore, che puntualmente arrivano ad una conclusione diversa da quella che si aspettavano o desideravano. E allora non bisogna abbandonarsi ai sospiri o farsi abbindolare dalle promesse, spesso accompagnate anche dalla violenza e dalle percosse come accade ad una donna colombiana di nome Flor che è costretta a scappare dal suo compagno. Per andare dove? Ma nel Paese “de lu sule, lu mare e lu jentu”, il Salento, in un paesino di nome San Giorgio del Capo con riferimento al Capo di Santa Maria di Leuca de finibus terrae, dove, dice Bodini, i salentini dopo morti ritornano con il cappello in testa. Margherita invece opera a Milano, ha uno studio professionale avviato e dopo il matrimonio fallito convive con un gatto, che per puro caso intralcia l’operato di un ladruncolo che vorrebbe gettarlo dal balcone di un vicino. Senonché il ladro si trasforma in presunto omicida e interviene la Polizia per le indagini del caso, una squadra diretta dall’ispettore
Luca. Che cosa può offrire il poliziotto ad una bella donna cinquantenne sconvolta dal delitto? Una vacanza in Salento, nel paese dove intanto fervono i preparativi del gemellaggio con l’omonimo paese della Provenza. La trama si infittisce, qui Margherita incontra Flor vittima di violenza e scappata dal suo uomo che la malmenava a Milano. Flor porta con sé una specialità culinaria: le pietanze con i fiori e le erbe selvatiche, abilità che ha ricevuto in eredità dalla nonna quando ancora era in Colombia. Intanto arriva al paese dalla Provenza anche la delegazione di sindaco e chef con seguito che intende dare prova della bontà culinaria delle ricette francesi. Con disappunto di una parte della popolazione che vede messi in dubbio i piatti tradizionali salentini, temendo una sostituzione negli usi e costumi aviti. Malcontento che giunge anche in Consiglio Comunale e di cui si fa portavoce l’oppositore politico del sindaco. Gli intrecci si intrigano, diventa complicato uscirne e capire i nessi culturali ed esistenziali, anche se Margherita riesce a partecipare in pieno dal punto di vista professionale e come mano d’opera coinvolta nel preparare i pipi russi che inevitabilmente incrociano la lavanda provenzale condotta a dare sapore e profumo alle pietanze. Lo stesso accade per il vino locale, un robusto negramaro, che sarà inviato in Provenza per mescolarlo con quello lì prodotto.
Margherita vive pienamente le giornate in Salento e ricostituisce la passione e l’amore per gli uomini, per quanto ne avesse sbeffeggiato i caratteri. Torna a rivedere Roby, un amore irrisolto, e alla fine stringe un rapporto d’amore con l’ispettore, uscito anche lui da una crisi matrimoniale. Si capisce così il sottotitolo del romanzo, che abbraccia storie dipanate come il telo di Penelope, che per sua e nostra fortuna non si riavvolge permettendo così una conclusione della vicenda che potrà svilupparsi magnificamente con i migliori auspici.