IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Firenze accoglie uno degli eventi culturali più attesi della primavera 2026

Piazza Strozzi Firenze

Piazza Strozzi Firenze

di Riccardo Rescio

Camminare per le sale di Palazzo Strozzi è come entrare in un’altra dimensione.
La mostra su Mark Rothko non è una semplice esposizione, ma un’esperienza che ti prende dentro e non ti lascia più.
Curata da Christopher Rothko, figlio dell’artista, ed Elena Geuna, riunisce oltre settanta opere provenienti dai più grandi musei del mondo. New York, Londra, Parigi, Washington hanno aperto i loro scrigni per questo momento unico.
Ma la vera magia è che Rothko torna a casa. Firenze lo accolse negli anni Cinquanta e lui ne rimase folgorato.
La luce di Beato Angelico al Museo di San Marco, lo spazio del Vestibolo della Laurenziana firmato da Michelangelo, tutto questo diventò parte di lui, trasformò per sempre la sua pittura.

Per questo la mostra esce dalle sale di Palazzo Strozzi e abbraccia la città.
Nelle celle di San Marco, cinque opere dialogano in silenzio con gli affreschi del Beato Angelico.
Secoli diversi, linguaggi diversi, ma la stessa ricerca: rendere visibile l’invisibile, toccare l’anima di chi guarda.
Alla Biblioteca Laurenziana, nello spazio che tanto lo aveva colpito, due tele sembrano respirare con l’architettura di Michelangelo.
Rothko non dipingeva per spiegare qualcosa. Dipingeva perché sentiva, e voleva che chi guardava sentisse a sua volta.
Non importa se la stessa cosa: importa che il colore diventasse emozione, che i confini tra te e la tela si sciogliessero, che tu potessi entrare dentro quella luce.

Le sue grandi tele non si guardano in fretta. Chiedono tempo, silenzio, respiro.
I rossi che pulsano, gli arancioni che vibrano, i blu che aprono spazi infiniti, fino ai neri profondi degli ultimi anni: sono porte che si aprono verso dentro.
Negli anni Sessanta la sua pittura si fa più raccolta, più essenziale.
I colori si addensano, diventano soglie.
Poi la serie Black and Gray del 1969-1970, neri profondi, grigi trattenuti, malinconia senza disperazione, le sue ultime tele non parlano di chiusura, parlano di concentrazione estrema, di dignità, di verità.
In una città come Firenze, piena di immagini e di memoria, Rothko apre uno spazio raro.
Il suo è un invito a fermarti, a respirare, a lasciarti avvolgere, il colore diventa esperienza interiore, l’arte torna alla sua funzione più profonda, che è quella tentare di avvicinarci a  ciò che siamo, al di là delle parole.


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