IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

FOSCOLO E PAVESE DUE GRECITÀ NELL’ESILIO DELLA MEMORIA

Ugo foscolo e Pavese

di Pierfranco Bruni

Ho acceso il fuoco nel caminetto della mia casa in Calabria. Mi coglie lo spazio dell’attesa. E so che il fuoco brucia tutto tranne i ricordi. I Sepolcri sono appunto i custodi della memoria che diventa ricordo. È questa la prima legge foscoliana e l’ultima legge pavesiana. Il fuoco è storia che divora, è rivoluzione che tradisce, è passione che consuma. Ma c’è qualcosa che il fuoco non brucia: il sepolcro. Il sepolcro non è cenere. È pietra che custodisce. È parola che resta. È l’unica architettura che il fuoco non può abbattere.

Il Foscolo rivoluzionario diventa il poeta e il filosofo sulla sponda. Sulla sponda di cosa? Sulla sponda della delusione. Dopo Campoformio, dopo la vendita di Venezia, dopo l’esilio, Foscolo capisce che la rivoluzione è un falò che si spegne in una notte. Resta solo la memoria a fare luce. Per questo dai Sepolcri in poi Foscolo non è più un giacobino. È un tragico. Non crede più alla storia che avanza. Crede alla memoria che resiste.

Se dovessi pensare a uno scrittore del mio tempo al quale ho dedicato molti studi non potrei fare altro che pensare a Cesare Pavese. Altri contesti, altra realtà. Ma gli spiriti tragici hanno sempre comunanza di destini. Entrambi abitano l’esilio. Pavese ritorna dall’esilio. Foscolo vi muore. È questa la differenza che li unisce e che li rende fratelli.

Pavese è l’esule che torna a Torino, a Santo Stefano Belbo, confinato prima in Calabria, e scopre che tornare è più doloroso che partire. Perché il paese non è più lo stesso e tu non sei più lo stesso. Foscolo è l’esule che non torna a Zacinto, e scopre che non tornare è l’unica fedeltà possibile. Uno muore a Londra, a Turnham Green, con accanto la figlia Floriana, in povertà, inseguito dai creditori inglesi. L’altro muore a Torino, all’Hotel Roma, il 27 agosto 1950, con accanto i Dialoghi con Leucò. Due morti romane. Due morti stoiche. Due suicidi bianchi: uno lento, per idropisia e miseria; uno rapido, per sonniferi e solitudine.

Il mio Foscolo è il vizio che mi trascina a Pavese. Dove l’oltre è soltanto il gorgo muto. Come Pavese, Foscolo resta l’inattuale di un contemporaneo che aveva ben compreso la malattia della modernità. L’inattuale non è chi è fuori dal tempo. È chi vede il tempo prima degli altri.

Dal discorso antropologico del fuoco grande di Pavese al falò di Pavese, al fuoco della sensualità dannunziana, alle immagini che sono immagine di una cultura sacra.
Il fuoco in Foscolo è depurato e serale. È un fuoco che non incendia. Illumina. È quello de Le Grazie e della sera, la sua vera religione laica:
“Forse perché della fatal quïete
tu sei l’imago a me sì cara vieni,
o sera!”.

La sera è fuoco spento che resta luce. È il fuoco che si è fatto memoria. Un fuoco che mi parla. Mi racconta.  Il fuoco di Pavese è fatto di falò. Di luna. Di metafisica. Il suo fuoco è la metafora della quarta parete della sua stanza. Il mare fatto di onde di fuoco. È il fuoco contadino de La luna e i falò, dove la collina brucia e rivela il sangue, il rito, il sacrificio, il capro espiatorio. Pavese scrive: Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. E ancora, nel suo testamento mitico: La luna e i falò sono il mito, sono il sempre, sono ciò che ritorna.

E qui si apre l’antropologia del fuoco. Perché il fuoco non è solo occidentale. Anche le tribù indiane vivevano il falò, il fuoco, con una profonda spiritualità che era, e che è, la spiritualità della magia alchemica, ovvero della cultura e del mondo degli sciamani. Il fuoco è cerchio. È assemblea. È parola intorno. Lo sciamano non spiega il fuoco. Lo abita. Lo interroga. Come Foscolo interroga le urne.

Il fuoco nell’Oriente è stato, inoltre, un altro elemento importante soprattutto per i danzatori sufi, i quali legavano il cielo e la terra, come ha fatto Pavese con la luna che si trova in cielo. In altri termini, i danzatori sufi guardavano sempre in alto perché il loro dialogare era un dialogare con il cielo, con l’Altissimo, con l’Assoluto, il senso dell’Assoluto. La danza sufi è fuoco che gira, è vertigine che prega, è sema che non tocca mai terra. Il fuoco sufi non brucia. Innalza.

Mi pare che il senso dell’Assoluto sia una di quelle dimensioni profondamente radicate sia nella cultura occidentale, che nel dettato culturale orientale. Foscolo lo cerca nelle urne dei forti. Pavese lo cerca nella luna. I sufi lo cercano nella rotazione. Gli sciamani lo cercano nel falò. È lo stesso Assoluto con nomi diversi.

Per definire questi aspetti, tutto ciò che riguarda e interessa la tensione esistenziale ha sempre dentro di sé una dimensione e una tensione profondamente religiosa, quindi la letteratura è religiosità, da questo punto di vista, perché porta in sé i segni di una profonda metafisica ma, nello stesso tempo, porta in sé i segni di una profonda dimensione metaforica dettata e costruita intorno alla storia degli uomini, dei popoli e delle civiltà.

Pavese e Foscolo si incontrano qui: nella letteratura come religiosità senza Dio. Una religiosità del ricordo. D’Annunzio invece fa del fuoco sensualità. Il suo fuoco è Alcyone, è la carne che si fa verso: Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane. Ma è un fuoco che si spegne nella retorica. Foscolo e Pavese non fanno retorica del fuoco. Ne fanno metafisica.

Per Foscolo la religione è memoria dei forti:
“A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra”. Per Pavese la religione è memoria del sangue, del falò che torna e che giudica:
“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Due versi che sono due sepolcri. Due fuochi che non si spengono. Il dolore è dolore. La tragedia è tragedia nella memoria e nel ricordo.

La morte è morte. Non bisogna avere paura, come diceva Cesare Pavese nei Dialoghi con Leucò, di scavalcare i morti. Sono morti e dovremmo avere il coraggio della pietà. Scavalcarli non è oltraggio. È rito. Ma la pietà cosa è? Solo i morti lo sanno. Una volta scavalcati bisogna domandarsi perché e chiedersi il senso e la ragione. La pietà non è compassione borghese. È riconoscimento tragico. È dire al morto: tu sei stato, io sono, e tra noi c’è un fuoco che non si spegne.

Foscolo lo sapeva. Nei Sepolcri la pietà è la sola virtù che resta quando la libertà è perduta. Scavalcare i morti non è profanazione. È interrogarli. È questo il senso del sepolcro come lanterna: non celebrare i morti per seppellirli, ma interrogarli per restare vivi. E quando il tempo con le sue fredde ali spazzerà fin le rovine, cosa resterà? Resterà il fuoco che non brucia. Il ricordo è nel destino.  Quello di Foscolo è fatto di sepolcri e di sera. Quello di Pavese è fatto di luna e di falò. Quello di D’Annunzio è fatto di carne e di cenere. Due fuochi diversi. Una sola memoria tragica. Una sola antropologia: l’uomo è un animale che seppellisce e che accende fuochi per ricordare dove ha seppellito. Ogni urna custodisce anche le ombre.  Anche qualche notte vagano. Vagando giungono sino alla mia casa di paese e recitano.La filosofia del sepolcro

Pierfranco Bruni 

Può sussistere una filosofia foscoliana dell’illusione e del sepolcro? Ovvero della notte? Certamente sì. Con Ugo Foscolo siamo in pieno Illuminismo. Ragione, progresso, storia che cammina. Eppure Foscolo non cammina con quel passo. Non è un illuminista. È un uomo in esilio dentro il suo tempo. La ragione lo interessa, ma non lo salva. La storia la subisce, ma non la giustifica. Foscolo è giacobino senza fede, rivoluzionario senza illusioni, esule senza patria. Ha visto Napoleone tradire Venezia. Ha visto la libertà diventare calcolo. Da lì nasce la sua filosofia: una filosofia del limite.

Mi sorge spesso una domanda. Fu antirivoluzionario? No. Fu deluso dalla rivoluzione. C’è differenza. Credeva nella libertà, non nei giacobini che la mercanteggiano. Un’altra domanda mi ha molto suggestionato. Fu hegeliano? Anticipò Hegel? Assolutamente no. Hegel viene dopo. Ma anche se fosse stato contemporaneo, Foscolo non avrebbe accettato la ragione e la storia di Hegel. Hegel riconcilia tutto nello Spirito. Foscolo no. Per lui la storia è lacerazione. È perdita. È Sepolcri. Non è Sistema. Foscolo non crede alla storia come provvidenza. Crede alla memoria come resistenza. I morti non servono al progresso. Servono a tenere vivo ciò che il presente vuole seppellire.

Una sua massima taglia ogni retorica: “Una parte degli uomini opera senza pensare, una parte pensa senza operare, e pochi operano dopo aver pensato”. Ecco Foscolo. Sta nei “pochi”. Perché ha pensato troppo per agire a cuor leggero, e ha agito troppo per restare puro pensiero. Questa tensione lo spezza. È la radice del suo malinconico. C’è una costante malinconia che diventa sofferenza: “Coloro che non furono mai sventurati, non sono degni della loro felicità”. È piuttosto anticipatore del sottosuolo. C’è una legge foscoliana. Chi non ha toccato il fondo non conosce l’altezza. La gioia, senza la sventura, è rumore.

Da qui la sua idea delle illusioni. Non sono inganni da distruggere, come voleva l’Illuminismo. Sono necessarie. Sono ciò che rende sopportabile l’esilio, l’amore perduto, la patria venduta. Le illusioni non mentono. Salvano. Finché durano. Tutto è fatto di sonno e di morte. I Sepolcri sono anche la metafora di una tragedia pensata. Infatti Foscolo guarda la notte senza consolazione cristiana. La morte non è passaggio. È confine. E i sepolcri sono l’unica religione laica che gli resta. Nei Sepolcri, soprattutto usando una metafora, la tomba non è fine. È parola. È ciò che unisce i vivi ai morti contro l’oblio del potere.

Il decadentismo nascerà qui: nel culto del frammento, della rovina, della bellezza che si spegne. L’esistenzialismo nascerà qui: nell’uomo solo, senza Dio, senza storia che lo redima, che deve darsi un senso. Sarebbe possibile avvicinarlo a Kierkegaard? Sì, per tono. Entrambi stanno contro il sistema. Entrambi dicono: l’esistenza precede la teoria. Entrambi conoscono l’angoscia. Kierkegaard ha la fede. Foscolo ha le illusioni. Kierkegaard sceglie Dio nel tremore. Foscolo sceglie la memoria nel naufragio. Sono fratelli di soglia. Uno guarda l’abisso con la Bibbia in mano. L’altro con un sepolcro. Forse anche per questo non accoglie Montaigne sul quale scrive: “…stando sempre attentissimo al proprio cuore, ha filosofato imparzialmente sugli altri”.

Così il sepolcro diventa una lanterna. Foscolo non dà risposte. Tiene accesa una lanterna sulla rovina. La sua filosofia è questa: vivere tra illusione e disinganno, tra pensiero e azione, tra amore e perdita, senza farsi ingannare dalla storia che promette tutto e restituisce nulla. Non è illuminista. Dunque non è assolutamente hegeliano. È moderno prima del moderno. È decadente prima del decadentismo. È esistenziale prima di Kierkegaard. Perché ha capito che l’uomo non è spirito che si compie. È sepolcro che resiste. Dentro ciò vive una profonda antropologia della seduzione che caratterizza nel tragico il suo Jacopo: “Credo fermamente che l’uomo sia creato per tentare di conoscere non le fonti della sua esistenza, non la natura delle sue facoltà, non i principj delle arti; bensì per trovare e seguire il modo migliore a giovarsi delle facoltà, delle arti e della vita, onde ricavarne il maggior piacere possibile per sé stesso, e la maggiore possibile utilità per la comunità de’ mortali”. Se c’è una ulteriore domanda è questa: Foscolo aveva compreso che la filosofia è motivata disobbedienza? Certamente sì. Ma egli stesso era un iniziatore della filosofia post-ragione.
Infatti così è. Ma c’è la grecità…

La grecità profonda passa inevitabilmente dalla oralità al sentire della scrittura. Il canto è un linguaggio nella eredità del labirinto con incisi di metafore strazianti. Foscolo e d’Annunzio non citano la Grecia. La costruiscono come architettura. È una impalcatura di pensiero e di verso: misura metrica, solennità, hybris. Una Grecia che non adorna. Fonda. E la fondazione regge perché è attraversata dalla latinità. Foscolo costituisce l’intreccio tra una grecità fisica e una grecità d’anima. A Zacinto non è un lamento d’esilio. È atto di fondazione. L’isola diventa centro da cui parte ogni canto e a cui ogni canto ritorna.

Nei Sepolcri il morire non è tema. È legge antropologica. Una civiltà sussiste se seppellisce e trasforma i morti in memoria operante. Qui si saldano due codici. Omero dà il tempo del cerchio. Infatti è Ulisse che diventa prova, riconoscimento, ritorno. Virgilio invece è il tempo della linea. Così Enea si fa rottura, profezia, fondazione di altrove. Foscolo li tiene insieme. Non sceglie. Intreccia simbolo greco e archetipo latino in un’unica fedeltà mediterranea. La tradizione non è passato. È struttura con cui abitare il presente.

In d’Annunzio la stessa architettura si fa corpo e rito. Si pensi a Maia. Laus Vitae. È un viaggio che fonda un’estetica. Il viaggio in Grecia del 1895 è tracciato indelebile. Da Atene alla tragedia.

Perché nel mezzo c’è Nietzsche. In Nietzsche opera Foscolo. L’Ortis come figura del tragico, il dionisiaco come forza che distrugge per creare. D’Annunzio li raccoglie e li porta all’eccesso. Il suo Ulisse non torna. Va. È volontà di potenza, è orizzonte che si sposta man mano che lo raggiungi. Preferisce il mare aperto alla città da fondare. Ma anche l’eccesso chiede forma. E la forma viene da Virgilio. Da quel Virgilio cantato anche da Ungaretti. Il dionisiaco dannunziano non si dissolve ma si scolpisce in marmo.

Tra i due si apre l’intero dilemma mediterraneo. Ritorno o partenza. Memoria o profezia. Limite o superamento. Omero detta la rotta fatta dal navigare, errare, riconoscere. Virgilio detta il destino con tre concetti: lasciare, promettere, costruire. Foscolo li concilia nel verso. D’Annunzio li separa per spingerli all’estremo. E qui si contestualizza Pavese. Non per “chiudere” in senso cronologico. Pavese rilegge entrambi con il suo pensiero tragico del mito. Capisce che Ulisse ed Enea sono due modi di abitare il tempo. Uno torna per riconoscere chi è e l’altro parte per inventare chi sarà.

Il tragico nasce dallo strappo tra riconoscimento e invenzione. Per Pavese il mito non è un archivio. È struttura viva. È il modo in cui l’uomo ripete un gesto per tenere in piedi il cosmo. Insomma da Foscolo a d’Annunzio a Pavese corre una sola costellazione. Verso come fondazione. Viaggio come rito. Mito come pensiero. Greco il respiro, latino la misura, mediterraneo il patto.

Tra Omero e Virgilio l’uomo resta sospeso. Come se navigasse senza approdo, a fondare senza origine, a ripetere il gesto che salva dal caos. Bisogna convivere con il labirinto. Ma occorre necessariamente evitare il caos. Perché nel caos il disordine non è senso tragico. È una morte lenta nella banalità del morire senza incidere segni. Da Omero in poi la morte deve essere tragica. Altrimenti resta un comune morire.


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