IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

Fragilità e potenza della filosofia

Castro

di Paolo Protopapa

Comincio dalla fine, intanto ringraziando chi, tra i pochi, è il raro e coraggioso interlocutore a parlare ‘oltre’ l’insipienza convenzionale. Forse proprio perché è… filosofo. Castro, ecco. Iniziamo da qui. La mia Castro è molto simile (forse addirittura in felice sinonimia) a Martano, Sant’Andrea, Otranto ecc. È il tempo messianico che viviamo tutti una volta o rarissime volte nella vita. E che si impasta – sino a coincidere – con i luoghi in cui viviamo. Il tempoluogo (tutto unito) mi ha sempre intrigato, persuaso, come sono, che i luoghi differiscono geograficamente e linguisticamente, non già ontologicamente. Sono, pertanto, la nostra essenza dipanata nella sua esteriorità materiale, ma in uno con la spiritualità immateriale. Chi ci impedisce di andare a Castro, di rivedere Castro, di riscoprire Castro? Probabilmente la commozione o la nostalgia filosofica (e novalisiana) che potremmo intimamente provare per un’altra remota Castro. Oppure, il sospetto di non avvertire l’emozione di una Castro, inventata e costruita nel tempo, ma ormai illanguidita. Adesso mi viene in mente un vecchio pescatore, seduto e muto sulla piazzetta di fronte alla vecchia, antica, affascinante Cattedrale di ‘Castro di sopra’. Per me e Anna (sarà stato il ’75) quell’uomo fu l’archetipo del marinaro. Uno come tuo padre, il castrese di pelle scura, bruciata e raggrinzita. Fu per noi l’emblema vivo di un passato che era già finito, però lo vivemmo con la felicità nostra di quel momento luminoso e irripetibile. Voglio aggiungere che non passo da almeno trenta o quaranta giorni da Sant’Andrea.

Mi spavento nel constatarlo. Perché? Perché raramente trascorrevano tre o quattro giorni senza andarci; anche per vederla e, spesso, senza neanche scendere dall’auto. D’estate e d’inverno, con la pioggia e il vento. Magari a godermi le schiume del maestrale contro il Tafaluro e le alghe profumate della Punta.
A Santa Cesaria (e la sera a cena a Castro) c’è un altro frammento di tempo messianico e aurorale, denso e urgente di futuro, ma è del 73 (pensa tu!). Quando ci sposammo nella bella chiesetta che guarda le acque sulfuree e l’ultimo costone leucadico nebbioso. Dovrei allora tornare a Santa Cesarea? Sì, certo. E chi può impedircelo? Ma non lo faccio ciò da anni.

Ieri non sono andato in piazza. Neppure l’altro ieri e neppure lo ieri dell’altro ieri. Perché? Qualcuno lo vieta, qualcosa lo impedisce? La piazza, per noi Salentini, non è uno spazio neutrale. È il rito quotidiano della comunità che si ritrova e parla. Come si può cessare di andarci, specie la sera? Eppure, come per Castro, Otranto, Santa Cesaria e…si può smettere di andare, scoprendo altri spazi alternativi nel passaggio generazionale. Esattamente come succede per la frequentazione delle persone e, forse, delle idee. Come queste idee di adesso, che furono fatti ed esperienze vitali, effettuali. Epperò i luoghi, nella nostra esistenza, diventano immagini di ricordi e, dunque, ricordi di immagini. Sbiadite in vividezza empirica, ma pulsanti in densità teoretica, a volte letteraria.

Se ora passiamo all’altro problema – ma sono temi significativamente simmetrici – pare utile riprodurre il tuo ficcante e severo pensiero: “Perché ti accalori per la filosofia? La filosofia=libertà: a chi vuoi che interessi oggi in questo mondo di pecoroni?”.
Proprio perché la Filosofia è libertà, rispondo, dobbiamo estenderla a tutti, nessuno escluso, per condividerla, cioè intenderla insieme. Nulla è più efficace, caro P., della definizione di filosofia come libertà. Mettendoci un pizzico di retorica, diremmo socraticamente che essa non è la sapienza, ma “l’amore della sapienza”. Sono due conceti diversi, quello di sapienza (sofìa) e quello di amore della sapienza (filo-sofìa). Ed è un peccato originale imperdonabile che molti professori di filosofia non ce l’abbiano impresso nei primordi dell’avviamento curriculare della disciplina. Mancando di sottolineare che la filosofia nasce sì dalla meraviglia (‘Thàuma’), ma più ancora dal dolore di una assenza, ‘penìa’, povertà come la definì Platone. La meraviglia come stupore e ‘curiositas’ di apprendere (Aristotele, Protreptico o Esortazione alla filosofia), unità a ‘penìa, madre di Eros, infatti, è condizione di ogni spinta progressiva umana. Di ogni avanzamento civile, diciamo, sia soggettivo, sia plurale e collettivo (‘poros’, acquisto). Libertà coincide dunque con civiltà; e civiltà ha nella radice ‘civis’ la sua pietra angolare. Anche Sallustio dice che possiamo progredire “se non vogliamo vivere nell’oscurità come pecore […] prone per terra” (la Congiura di Catilina).

Mai come oggi, in una società moderna di massa, appiattita in una indifferenziata uguaglianza e conformistica omologazione, urge un pensiero critico coraggioso e radicale. Ne va del destino della nostra malata democrazia. Perciò “mi accaloro’. Specialmente perché noi non siamo oggi nelle mani, paterne e, talora, ingenuamente paternalistiche, di buoni maestri e di diligenti governanti. Siamo, vichianamente (e post-vichianamente) nell’età degli uomini. Sempre più adusi al conformismo, all’autoritarismo immemore e colpevole.

Il popolo, modellato tendenzialmente in ‘pubblico dei sondaggi’, e la democrazia, cucinata nei salotti televisivi, settari e corporativi, richiedono libertà filosofica. Direi, baconianamente, ‘ab imis fundamentis’, cioè sin dai primi innalzamenti antropologici verso l’età del fare pensando e del pensare facendo. Di qui la cruciale rilevanza della funzione educativa della filosofia, che è ‘naturaliter’ pubblica, ossia politica e ‘della città’, comune vivificata dal dialogo-confronto tra eguali tendenzialmente inclini all’auto-governo tramite la cittadinanza.

Vogliamo, allora, finalmente capire che il sogno progettuale degli uomini liberi, eticamente colti, in ogni epoca storica, da Protagora a Kant, da Marx a Gramsci, da Primo Levi a Carlo Ginzburg significa nient’altro che questa “Uscita dallo stato di minorità”? E, dunque, di “Esercizio critico della propria ragione?”. Filosofia, allora? Sì, filosofia.


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