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Francesco d’Assisi, ottocento anni dopo. L’eredità di un santo scomodo

Francesco d’Assisi, ottocento anni dopo. L’eredità di un santo scomodo

Di Simona Mazza

Ottocento anni dopo la morte di Francesco d’Assisi, la prima ostensione pubblica delle sue spoglie ha trasformato la città umbra in un luogo di raccoglimento collettivo, dove storia, arte, spiritualità e inquietudine contemporanea tornano a misurarsi con il senso della povertà, del potere e della libertà

Assisi davanti al corpo di Francesco

Ad Assisi, nella Basilica che da secoli custodisce la memoria del Poverello, la venerazione pubblica delle sue spoglie mortali ha assunto il valore di un evento storico prima ancora che devozionale. Dal 22 febbraio al 22 marzo 2026, in occasione dell’ottavo centenario della morte del santo, avvenuta nel 1226, i resti di Francesco sono stati esposti nella chiesa inferiore della Basilica, dopo essere stati traslati dalla cripta e collocati ai piedi dell’altare papale.

Oggi, a ostensione conclusa, il pellegrinaggio ad Assisi conserva la risonanza di quell’evento. Le spoglie sono tornate nel luogo ordinario della custodia e la Basilica continua ad accogliere fedeli, visitatori, turisti e curiosi da ogni parte del mondo. Francesco, patrono d’Italia, torna così nel nostro presente come una figura capace di mettere ancora in crisi il rapporto tra possesso, libertà, limite, relazione e creato.

San Lino in viaggio

Anche il pellegrinaggio organizzato dalla parrocchia di San Lino di Roma si inserisce in questa scia di memoria viva. Assisi invita infatti a misurare la distanza tra l’immagine addomesticata di Francesco, spesso ridotta a icona gentile della pace e della natura, e la sua radicalità storica, assai più aspra, inquieta e difficile da neutralizzare.

Il figlio del mercante e il nome che viene dalla Francia

Per comprendere meglio il personaggio occorre tornare alla vita di Francesco, nato ad Assisi tra il 1181 e il 1182 con il nome di Giovanni. Fu il padre Pietro di Bernardone, ricco mercante di stoffe, a chiamarlo poi Francesco, nome che significa “francese” e che richiama il mondo commerciale paterno, legato ai traffici con la Francia e alla cultura cortese d’Oltralpe. In questa piccola notazione biografica si intravede già l’ambiente da cui il giovane assisano proveniva, un universo dinamico, borghese, mercantile, attraversato dall’ascesa dei comuni, dalla circolazione del denaro e dalla competizione tra nuovi ceti urbani.

La conversione di Francesco nasce dentro questa frattura. Dopo la giovinezza mondana, la guerra, la prigionia, la malattia e una lunga crisi interiore, egli iniziò a percepire come insufficiente il linguaggio del prestigio, del denaro e dell’affermazione sociale. La sua vicenda spirituale nasce dunque dentro il cuore stesso di una società che stava imparando a misurare il valore degli uomini attraverso il possesso, l’onore e la posizione.

San Damiano e la voce del Crocifisso

Il Santuario di San Damiano

A San Damiano, poco fuori Assisi, questa svolta interiore acquista una concretezza quasi fisica. Secondo la tradizione, proprio davanti al Crocifisso del Cristo risorto, con gli occhi aperti (l’originale è esposto a Santa Chiara) trova Francesco udì la voce di Cristo dirgli: «Va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». In un primo momento egli comprese quelle parole in senso letterale e si dedicò alla ricostruzione materiale della chiesetta diroccata. Solo in seguito quel comando assunse un significato più ampio, legato al rinnovamento spirituale della Chiesa.

San Damiano conserva ancora oggi una forza particolare. Il complesso si raggiunge scendendo lungo una strada che apre lo sguardo verso campagne, uliveti e colline. Dentro quel paesaggio, il racconto della conversione perde ogni astrattezza. Tra gli affreschi si riconoscono episodi della vita del santo, compresa la scena del conflitto con Pietro di Bernardone, raffigurato mentre lo minaccia con un bastone. Una finestra viene tradizionalmente indicata come il luogo dal quale Francesco avrebbe gettato il denaro destinato alla ricostruzione della chiesa, gesto che segna la rottura definitiva con il mondo mercantile da cui proveniva.

Lo stesso luogo è legato in modo profondo anche a Chiara d’Assisi. Dopo la fuga dalla casa paterna, la giovane nobile assisana trovò a San Damiano la propria dimora spirituale e guidò per oltre quarant’anni la comunità delle Clarisse, fino alla morte avvenuta nel 1253. Ma continuiamo con la nostra storia.

La spoliazione e la minorità

Il celebre episodio della spoliazione davanti al vescovo di Assisi rappresenta una delle scene più potenti della biografia francescana. Francesco restituì al padre persino gli abiti che indossava per rinascere a livello spirituale.

Francesco inaugura così una forma di esistenza fondata sulla cosiddetta “minorità”, termine decisivo nella sua esperienza. Utile precisare che essere minori significava collocarsi volontariamente nell’ultimo posto, sottrarsi cioè alla logica del dominio e rifiutare la superiorità come misura del valore umano. Per questo i suoi compagni si chiamarono Frati Minori, secondo una scelta spirituale e sociale precisa, ben lontana da una semplice formula di modestia.

La Porziuncola e la nascita della fraternità

Attorno a Francesco si raccolsero presto compagni attratti da quella forma di vita evangelica. La piccola fraternità trovò nella Porziuncola, presso Santa Maria degli Angeli, uno dei suoi luoghi originari. Il nome stesso, significa “piccola porzione”, “piccolo appezzamento”, e già nella parola sembra racchiudersi una misura francescana: poco spazio, poche cose, essenzialità, custodia del minimo.

Quando Francesco la incontrò, la Porziuncola era una piccola cappella rurale quasi abbandonata, nella pianura ai piedi di Assisi, in una zona un tempo umida e paludosa. Egli la restaurò e la trasformò in uno dei cuori spirituali della prima fraternità. 

A questo luogo sacro è legato anche il cosiddetto Perdono di Assisi, l’indulgenza plenaria che la tradizione fa risalire a una richiesta dello stesso Francesco.

La Regola e l’approvazione della Chiesa

Nel 1209 Francesco si recò a Roma con i primi compagni per chiedere a papa Innocenzo III l’approvazione della propria forma di vita. La tradizione racconta l’incontro come un momento decisivo, nel quale la Chiesa riconobbe oralmente quella fraternità ancora fragile e priva di una struttura definita. Successivamente la Regola conobbe diverse elaborazioni, fino alla Regola bollata approvata da Onorio III nel 1223.

E qui emerge una delle contraddizioni più feconde del francescanesimo.

Il fondatore davanti all’Ordine

La crescita rapidissima dei Frati Minori mise Francesco davanti a un problema decisivo. La fraternità nata come esperienza semplice e itinerante stava diventando un ordine religioso esteso, bisognoso di regole più precise, di responsabilità, di formazione, di rapporti stabili con la gerarchia ecclesiastica.

Nel 1220 Francesco rinunciò dunque alla guida diretta dell’Ordine, gesto che segna una lacerazione profonda. Il fondatore intuiva infatti che la sopravvivenza del movimento richiedeva una struttura, ma percepiva anche che ogni incasellamento poteva attenuare la nudità evangelica delle origini.

Da qui nasce una delle grandi domande del francescanesimo. Come custodire un carisma senza trasformarlo in apparato? Come dare durata storica a una forma di vita nata dalla libertà radicale? Come evitare che la povertà, una volta istituzionalizzata, diventi emblema, norma, disciplina, persino potere?

La storia successiva dell’Ordine conferma la profondità di queste tensioni. I francescani entrarono nelle università, elaborarono sistemi teologici raffinatissimi, produssero filosofi come Bonaventura da Bagnoregio e Giovanni Duns Scoto, divennero predicatori, missionari, confessori, consiglieri di principi e papi. In alcuni contesti collaborarono anche con gli organismi ecclesiastici impegnati nel controllo dell’ortodossia e nella repressione delle eresie.

È vero che il ruolo più strutturato nell’Inquisizione medievale fu svolto dai domenicani, soprattutto per la loro preparazione dottrinale e per la vocazione alla predicazione contro l’errore. Anche i francescani, tuttavia, furono coinvolti in questa azione ecclesiastica, specialmente nei secoli successivi, quando l’Ordine era ormai pienamente integrato nella vita istituzionale della Chiesa.

La partecipazione di alcuni francescani alla difesa dell’ortodossia mostra dunque quanto profonda fosse stata la trasformazione del movimento. La minorità evangelica, nata come disarmo spirituale, venne progressivamente assorbita dentro una Chiesa che combatteva le eresie anche attraverso strumenti giudiziari e disciplinari. Una storia complessa, dunque, che si riflette anche nella Basilica a lui dedicata.

Passiamo adesso alla cosiddetta “follia” di Francesco

La presunta follia e la lucidità del gesto

Agli occhi di molti contemporanei, Francesco apparve inizialmente come un folle. La rinuncia alla ricchezza paterna, l’abbraccio ai lebbrosi (di cui aveva forte repulsione in gioventù), la scelta di mendicare, il rifiuto degli onori e la predicazione di una fraternità estesa a tutte le creature potevano sembrare segni di squilibrio in una società che stava costruendo nuovi codici di prestigio urbano e mercantile.

Eppure quella follia apparente conteneva una straordinaria lucidità. Francesco comprendeva che il Vangelo, se assunto senza accomodamenti, non poteva restare un discorso edificante. Doveva diventare corpo, abito, cammino, relazione, rinuncia, stile quotidiano. La sua santità nasce dunque da una immersione ancora più profonda nella realtà concreta degli uomini, della malattia, della fatica e della natura.

Ma andiamo avanti col racconto così da comprendere al meglio la sua prospettiva.

Il Cantico delle creature e la fraternità del cosmo

Nel 1225, ormai malato e quasi cieco, Francesco compose il Cantico delle creature, chiamato anche Cantico di frate Sole. È uno dei testi fondativi della letteratura italiana e, insieme, una delle espressioni più alte della sensibilità religiosa medievale.

La tradizione colloca la composizione del Cantico proprio a San Damiano, negli ultimi anni della vita del santo. Nella piccola stanza legata a questa memoria, due finestre si aprono sulle colline umbre e sugli uliveti che circondano Assisi. L’immagine è potente perché il Cantico nasce da un uomo ormai segnato dalla malattia, dalla quasi cecità e dal dolore fisico. Eppure, da quella condizione estrema scaturisce una meravigliosa lode.

Un inno ambientalista?

A leggerlo meno superficialmente, il Cantico non è un ingenuo inno naturalistico. Francesco si muove pienamente dentro una visione cristiana, nella quale il creato rimanda al Creatore. Tuttavia, proprio dentro questa cornice, compie un gesto spirituale di enorme portata. Chiama fratello il sole, sorella la luna, la terra, l’acqua, fratello il vento, il fuoco, e persino la morte, temibile presenza per ogni uomo medievale e per ogni cristiano, diventa sorella. Il mondo visibile assume così la forma di una comunità di creature, una famiglia cosmica attraversata dalla lode.

Questa fraternità con il creato possiede un valore quasi rivoluzionario per l’epoca. Francesco sottrae cioè la natura alla pura funzione utilitaria ma coglie una forma di simbiosi spirituale con il cosmo, una percezione dell’unità del vivente che sfiora, senza coincidere con esso, un sentimento panteistico.

Per questo il Cantico continua a parlare anche alla sensibilità contemporanea, offrendo una concezione del rapporto tra uomo e natura fondata sulla fraternità più che sul dominio.

Le stigmate e la sofferenza come trasfigurazione

Negli ultimi anni della sua vita, Francesco entrò in una stagione di estrema consunzione fisica e spirituale. Il corpo, già provato dalla malattia, dalla fatica e dalla quasi cecità, divenne il luogo in cui la sua adesione al Cristo povero e crocifisso assunse la forma più radicale. Nel 1224, sul monte della Verna, ricevette le stigmate, che la tradizione cristiana interpreta come segno di una particolare conformazione alla Passione.

La Verna, tuttavia, non va letta come una scena di dolore cercato per sé stesso. In Francesco la sofferenza non appare come punizione, né come compiacimento ascetico del patire. Entra piuttosto in una prospettiva salvifica, nella quale il dolore viene attraversato e trasfigurato alla luce di un bene più grande. A questa disposizione interiore si lega la frase attribuita alla tradizione francescana: «Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto». Formula che, nella sua essenzialità, colloca appunto la pena dentro un orizzonte ultimo, dove la ferita non ha l’ultima parola.

Il ritorno alla Porziuncola e la morte sulla nuda terra

Negli ultimi giorni della sua vita, Francesco chiese di essere riportato presso la Porziuncola, il luogo delle origini, dove la fraternità aveva preso forma e dove il Vangelo era diventato esperienza quotidiana. Quel ritorno ha un valore fortemente simbolico, perché il fondatore torna al punto iniziale, quasi a chiudere il cerchio della propria vicenda terrena.

Secondo la tradizione biografica francescana, sentendo avvicinarsi la morte, Francesco volle essere deposto sulla nuda terra, in un gesto estremo di povertà e di identificazione con il Cristo povero. Morì la sera del 3 ottobre 1226, presso il luogo oggi ricordato come Cappella del Transito, accanto alla Porziuncola. A onor del vero, la festa liturgica cade il 4 ottobre, ma il transito avvenne al termine della giornata precedente, e proprio questo spiega la doppia memoria tra la sera del 3 e la celebrazione del giorno successivo. A questo punto, spendiamo qualche riga sul luogo che conserva le spoglie di Francesco.

La Basilica come corpo artistico del francescanesimo

Costruita dopo la canonizzazione del santo, avvenuta nel 1228, la Basilica di San Francesco divenne rapidamente uno dei cantieri più importanti del Medioevo europeo. La sua struttura a due chiese sovrapposte possiede un valore simbolico fortissimo. La Basilica inferiore, raccolta, ombrosa, quasi sepolcrale, accompagna il visitatore verso la dimensione della memoria e del silenzio. Quella superiore, più luminosa e slanciata, afferma invece la diffusione pubblica e universale del messaggio francescano.

Dentro questo edificio si incontrano alcune tra le più alte esperienze della pittura medievale italiana. Cimabue, Giotto, Simone Martini, Pietro Lorenzetti e altri maestri trasformarono l’edificio in una sorta di grande libro visivo della cristianità occidentale. Gli affreschi trasformano le pareti in un racconto teologico e umano, dove la vita del santo diventa storia visibile.

Il ciclo con le Storie di san Francesco, tradizionalmente attribuito a Giotto e alla sua bottega, segna poi una svolta capitale. La vita del santo viene infatti tradotta in una lingua visiva nuova, fatta di spazio, peso, gesti e relazioni. Francesco, allora, diventa una figura che entra nei luoghi, attraversa le architetture, si manifesta nei volti e nei corpi degli uomini.

La chiesa porta anche una ferita più recente. Il 26 settembre 1997 il terremoto che colpì Umbria e Marche provocò il crollo di una parte delle volte della Basilica superiore, danneggiando affreschi di straordinario valore e causando la morte di quattro persone, due frati e due tecnici della Soprintendenza. La lunga opera di recupero dei frammenti e di restauro trasformò quel crollo in una delle più complesse imprese di ricostruzione artistica del patrimonio italiano contemporaneo.

La memoria inquieta del Poverello

A ottocento anni dalla morte, Francesco d’Assisi resta una figura inesauribile, continuamente reinterpretata e mai del tutto riconducibile a una sola immagine. Ogni epoca ha cercato di farne il proprio santo: il pacifista, l’ambientalista, il mistico, il ribelle, il poeta della creazione, il povero volontario, il fratello universale. Tutte queste letture contengono una parte di verità, ma nessuna riesce a trattenerlo per intero.

L’ostensione delle sue spoglie, anche dopo la sua conclusione, restituisce Francesco alla sua realtà più elementare e più alta. Prima delle interpretazioni, prima delle leggende, prima delle appropriazioni culturali, c’è un corpo vissuto, ferito, consumato, diventato nei secoli luogo di memoria.

Il suo Testamento conserva forse la chiave più sobria per accostarsi a questa eredità. Francesco vi ricorda l’inizio della propria conversione con parole disarmanti: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza». La formula è essenziale. Attribuisce l’inizio a un dono, non a un progetto di grandezza personale.

Anche il Cantico si apre con una lode che tiene insieme altezza e umiltà: «Altissimo, onnipotente, bon Signore». Tra queste due parole, altissimo e buono, si comprende molto del suo sguardo. Dio è oltre l’uomo, eppure si lascia riconoscere nella prossimità delle creature, nella luce del sole, nell’acqua umile e preziosa, nella terra che sostiene e governa, perfino in «sora nostra morte corporale».

Forse è qui che la visita ad Assisi trova il suo significato più profondo. Le ossa di Francesco riportano la sua storia al lessico concreto della sua vita, fatto di minorità, fraternità, povertà, lode, obbedienza e inquietudine. Davanti a ciò che resta del suo corpo, Assisi consegna una misura. E quella misura, ottocento anni dopo, continua a chiedere all’uomo quanto spazio sia disposto a lasciare a ciò che non possiede.

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