“Frugale”: la poesia che scava nell’essenziale e restituisce l’umano di Giuseppe Pellegrino

Una recensione di Pompeo Maritati
“Frugale” di Giuseppe Pellegrino è un libro che non si limita a raccogliere poesie: è un attraversamento dell’esistenza, un itinerario interiore che si snoda tra fragilità, consapevolezze, nostalgie, metamorfosi e rivelazioni. È un’opera che chiede al lettore di rallentare, di respirare, di ascoltare. Il titolo, “Frugale”, è già una dichiarazione di poetica. Pellegrino non propone una frugalità come rinuncia o privazione, ma come scelta di essenzialità, come ritorno a ciò che conta davvero, come ricerca della bellezza nascosta nelle cose sobrie, nei gesti minimi, nelle parole che non urlano ma incidono. La frugalità diventa un modo di stare al mondo, un’etica dello sguardo, una postura dell’anima. È un invito a togliere, a sottrarre, a liberarsi del superfluo per lasciare emergere ciò che è autentico.
Pellegrino risponde con la poesia, che per lui non è ornamento, ma strumento di conoscenza. La sua scrittura è limpida, precisa, mai compiaciuta. È una poesia che nasce dall’esperienza, dall’osservazione, dall’ascolto profondo delle vite altrui e della propria. Non stupisce che l’autore sia un medico e psicoterapeuta: la sua voce porta con sé la gravità e la delicatezza di chi ogni giorno incontra fragilità, paure, desideri, ferite. La sua biografia – medico dell’ASL di Lecce, impegnato nella medicina generale, nella psichiatria, nella psicologia clinica e nella medicina delle dipendenze – non è un dettaglio accessorio, ma una chiave di lettura. Pellegrino è un uomo che conosce l’umano da vicino, nei suoi chiaroscuri, nei suoi abissi, nelle sue resurrezioni. Le sue precedenti pubblicazioni – Mostruosità letterarie, Interni d’uomo, Assoluto relativo, Erotico caos, Il bisturi e la penna, Omnia vincit amor – mostrano un percorso coerente: un autore che usa la parola come bisturi e come carezza, come strumento di indagine e come possibilità di cura.
In Frugale questa doppia anima – clinica e poetica – raggiunge una maturità piena. Le poesie non sono mai esercizi di stile, ma distillati di esperienza. Ogni immagine è un frammento di verità, ogni verso è una fenditura attraverso cui passa un pensiero che non vuole essere definitivo, ma condiviso. Il messaggio interiore del libro è chiaro: l’essere umano è un impasto di fragilità e desiderio, di nostalgia e speranza, di ombre e luce. La vita non è un percorso lineare, ma un labirinto in cui ci si perde e ci si ritrova, un mare in cui si affonda e si riemerge, un corpo che cambia e che racconta, una parola che ferisce e che salva.
La frugalità, allora, non è un tema, ma un metodo. Pellegrino sottrae, asciuga, riduce all’essenziale. Non cerca l’effetto, ma la verità. Le sue poesie parlano di giorni intorpiditi, di spalle curve, di sguardi evitanti, di cammini incerti. Parlano della fatica del vivere, della vergogna, della rabbia, della fragilità che accomuna tutti. Ma non c’è mai rassegnazione. L’autore guarda l’umano senza veli.
Uno dei fili conduttori del libro è il rapporto con il tempo. Il tempo che consuma, che trasforma, che scava. Il tempo che rende lucente una calvizie e argentati i capelli, che toglie vigore ma aggiunge profondità. Pellegrino non teme il tempo: lo accoglie, lo ascolta, lo interpreta. L’invecchiamento non è perdita, ma metamorfosi. Il corpo non è un oggetto da giudicare, ma un archivio vivente, un diario di bordo, una raccolta di memorie di viaggio. La bellezza non è più quella dei boccioli in fioritura, ma quella della solidità fragile, della maturità che non ostenta, della luce che non abbaglia ma scalda.
Un altro tema centrale è la nostalgia, ma non una nostalgia sterile o idealizzante. È una nostalgia che nasce dal bisogno, dal desiderio di ritrovare un senso di comunità, di calore, di autenticità. Pellegrino contrappone la povertà contadina – fatta di fuochi accesi, di fumi di stufa, di anime in sintonia – alle solitudini tecnologiche e nucleari dell’oggi. Non per rimpiangere il passato, ma per denunciare la falsità di un presente opulento e vuoto. La nostalgia diventa allora un atto di resistenza: ricordare ciò che era vivo per riconoscere ciò che oggi è spento.
La natura, nel libro, è spesso specchio dell’anima. Il mare in tempesta è un corpo furente che canta, inghiotte, danza. È un luogo di rivelazione, di paura, di estasi. Il poeta si pone davanti al mare in postura adorante, come suddito fedele di una forza che lo supera. La natura non è sfondo, ma interlocutrice. È un modo per parlare dell’inconscio, del desiderio, del caos interiore. È un modo per dire che la vita è movimento, collisione, trasformazione.
L’amore, in Frugale, non è mai romantico o edulcorato. È una forza che plasma, che scolpisce, che brucia. È un’esperienza che rende mutevoli, vulnerabili, cangianti.
La parola, infine, è il vero centro del libro. Pellegrino la conosce, la studia, la teme, la ama. Le parole sono corpi che attraversano altri corpi, palloni aerostatici che elevano o frecce che feriscono. Sono strumenti di seduzione, di vendetta, di cura. L’autore riconosce il potere ambivalente del linguaggio e ne fa un uso responsabile, consapevole, frugale. “Noi siamo tutte le parole che possediamo”: questa affermazione racchiude l’intera poetica del libro. L’identità non è un’essenza, ma un vocabolario. Pensiamo e siamo pensati attraverso le parole che scegliamo.
In questo senso, Frugale è anche un libro politico, nel senso più alto del termine. È un invito a scegliere le parole con cura, a non cedere alla retorica vuota, a non farsi ingannare dal rumore. È un invito a recuperare la mitezza, l’umiltà, l’ascolto. In un mondo dominato da ego tronfi e narcisismi sterili, Pellegrino propone un’altra via: la via della leggerezza, della sobrietà, della profondità.
Frugale è un libro che non consola, ma accompagna. Non offre risposte, ma domande. È un libro che parla a chi sente il bisogno di ritrovare un centro, una misura, una verità. È un libro che invita a vivere con meno, ma a sentire di più. A togliere, per vedere meglio. A rallentare, per ascoltare davvero.
È un libro che resta.