Furto Antonello da Messina, Roberto Lai: «Opere così conosciute, ma chi può comprarle?»
Furto Antonello da Messina, Roberto Lai: «Opere così conosciute, ma chi può comprarle?»
di Simona Mazza
Per oltre vent’anni Roberto Lai ha seguito le rotte clandestine dell’arte rubata nel Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. Di fronte al furto delle opere attribuite ad Antonello da Messina, la sua prima domanda è disarmante nella sua semplicità: chi potrebbe comprarle?
La prima domanda: chi può comprare opere simili?

C’è una domanda che Roberto Lai si è posto appena ha saputo del furto delle opere attribuite ad Antonello da Messina: «Ma chi può comprare opere del genere?».
È un interrogativo quasi inevitabile per chi, per oltre vent’anni, ha prestato servizio nel Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, seguendo indagini sul traffico illecito di opere d’arte e reperti archeologici e conoscendo da vicino quel mondo sommerso, spesso assai meno lineare di quanto si immagini, che si muove intorno ai beni trafugati.
«È stata veramente la prima cosa che ho pensato. Parliamo di opere conosciute, fotografate, documentate. Non sono oggetti che puoi mettere sul mercato con facilità. E allora mi chiedo: dove devono andare? C’era qualcuno che le voleva e che ha commissionato il furto? Oppure chi le ha prese ha visto un’occasione e ha pensato di approfittarne?».
Lai, Luogotenente dei Carabinieri in congedo, oggi presidente della Sezione dell’Associazione Nazionale Carabinieri dedicata alla Tutela del Patrimonio Culturale, parla con l’esperienza di chi indagini di questa natura le ha condotte per molti anni. Proprio quell’esperienza, tuttavia, gli suggerisce cautela e lo tiene lontano dalle conclusioni precoci.
«Una cosa l’ho imparata: quando fai un’indagine non devi mai innamorarti della tua prima ipotesi. L’intuizione è importante, certo, ma poi servono i fatti. Può esserci un committente, può esserci un collezionismo clandestino interessato a quelle opere, ma può anche trattarsi di persone molto più improvvisate di quanto immaginiamo. Questo lo diranno le indagini».
La sicurezza comincia prima dell’allarme
Il furto apre inevitabilmente un secondo fronte, quello della sicurezza. Ogni volta che un’opera di particolare rilievo viene sottratta, l’attenzione torna sulle telecamere, sugli allarmi, sui sensori e sui sistemi di sorveglianza. Strumenti ormai imprescindibili, secondo Lai, che acquistano però piena efficacia soltanto quando si inseriscono in un sistema fatto anche di competenze, procedure e conoscenza concreta dei luoghi.
«Rispetto a quando ho iniziato io abbiamo tecnologie straordinarie. Però continuo a pensare che dietro una telecamera ci debba essere un uomo. La tecnologia aiuta, ma servono persone preparate, procedure serie e soprattutto conoscenza dei luoghi. La sicurezza di un museo non comincia quando suona un allarme. Comincia molto prima».
È una considerazione che sposta il discorso dalla semplice disponibilità degli strumenti alla qualità dell’intero dispositivo di protezione. La sicurezza, nella prospettiva di chi ha indagato per anni sui furti d’arte, vive anzitutto di prevenzione, osservazione e capacità di riconoscere le vulnerabilità prima che qualcuno riesca a trasformarle in un varco.
Capire la falla prima di cercare un colpevole
Proprio per questo Lai invita alla prudenza anche di fronte alla ricerca immediata delle responsabilità, reazione quasi fisiologica quando un episodio di tale gravità conquista l’attenzione pubblica.
«Dopo un furto è facile dire che qualcuno ha sbagliato. Io credo che sia molto più importante capire come sia stato possibile. Dove si è aperta una falla? Cosa non ha funzionato? Perché capire questo significa evitare che domani qualcuno possa utilizzare la stessa strada».
Individuare una responsabilità appartiene all’indagine; comprendere il meccanismo che ha consentito il furto significa invece intervenire anche sul futuro. È in questa differenza che l’esperienza investigativa incontra la cultura della tutela, perché ogni vulnerabilità riconosciuta e corretta sottrae spazio alla possibilità che la medesima dinamica possa ripetersi.
Un’opera rubata non è soltanto refurtiva
Il ragionamento, a questo punto, oltrepassa inevitabilmente il perimetro dell’indagine. Per chi ha trascorso tanti anni cercando opere sottratte in Italia e all’estero, un bene culturale non coincide mai soltanto con la sua natura giuridica di refurtiva e neppure con la cifra che potrebbe raggiungere sul mercato.
«Questo è un punto al quale tengo molto. Quando recuperi un quadro, una statua o un reperto archeologico non stai semplicemente recuperando un oggetto che ha un determinato valore economico. Stai restituendo qualcosa a un museo, a un territorio, alle persone che in quella storia si riconoscono».
È forse questo il passaggio nel quale emerge con maggiore nettezza la concezione che Lai conserva del proprio lavoro. Un’opera d’arte appartiene certamente a qualcuno, a un museo, a una collezione o a un’istituzione, ma appartiene anche, in una forma più profonda e meno misurabile, alla storia culturale del luogo nel quale è custodita.
«Un’opera può valere migliaia o milioni di euro, ma non è quello il punto. Il suo vero valore è anche quello che rappresenta. Quando rubi un’opera d’arte porti via un pezzo della memoria di una comunità. Ed è per questo che un furto di questo tipo colpisce tutti».
Il danno, dunque, eccede il valore patrimoniale. Nel momento in cui un’opera scompare, viene sottratta alla visione, allo studio e alla fruizione pubblica una porzione di memoria condivisa. Ed è precisamente questa dimensione, difficilmente traducibile in una valutazione economica, a rendere il furto d’arte un’offesa che riguarda una collettività intera.
«Riportare le opere dove la storia le aveva messe»
Nel corso della sua lunga attività nel TPC, Lai ha partecipato a importanti operazioni per il recupero di beni archeologici e artistici. Eppure, quando gli si chiede che cosa sia rimasto maggiormente impresso di quelle esperienze, il ricordo si sposta dalla conclusione investigativa al momento successivo, quello della restituzione.
«La soddisfazione più grande non era dire: abbiamo chiuso l’indagine. Era vedere quell’opera tornare a casa. Magari dopo anni, qualche volta dopo decenni. Io ho sempre riassunto il senso di questo lavoro con una frase molto semplice: riportare le opere dove la storia le aveva messe».
La prudenza dell’investigatore
Sul caso delle opere attribuite ad Antonello da Messina, tuttavia, Lai mantiene un confine rigoroso fra ciò che l’esperienza consente di osservare e ciò che soltanto l’indagine potrà accertare.
«Non conosco gli atti e quindi non sarebbe serio mettersi a fare l’investigatore a distanza. Ho grande fiducia in chi sta lavorando e oggi ci sono strumenti investigativi, banche dati e possibilità di cooperazione internazionale enormemente superiori rispetto al passato. Un’opera così conosciuta non è semplice da far sparire per sempre».
È la prudenza di chi conosce abbastanza bene le indagini da sapere quanto possano essere fuorvianti le ricostruzioni formulate dall’esterno. L’esperienza, in questo caso, serve meno a suggerire una soluzione che a ricordare la complessità dei possibili scenari e la necessità di lasciare che siano gli elementi raccolti dagli investigatori a comporre progressivamente il quadro.
Il paradosso dell’opera celebre
Resta infine la domanda dalla quale Lai era partito e che contiene uno dei paradossi più singolari del mercato clandestino dell’arte. Quanto più un’opera è celebre, documentata e riconoscibile, tanto più diventa arduo trasformarla in denaro senza esporsi.
«Perché il problema, alla fine, è proprio questo: puoi anche riuscire a rubare un’opera del genere. Ma dopo, cosa te ne fai? Non la puoi appendere tranquillamente in salotto, non la puoi mostrare, non la puoi vendere attraverso i normali canali. E spesso è proprio da quel momento che iniziano i problemi per chi l’ha rubata».
Una considerazione apparentemente elementare, dietro la quale stanno tuttavia molti anni trascorsi dall’altra parte, a cercare le opere scomparse, seguirne le tracce e ricostruirne percorsi talvolta lunghissimi, attraversando intermediari, confini, collezioni e passaggi di proprietà.
Perché il furto è soltanto l’inizio della vicenda. Dopo viene il problema di nascondere, trasferire, custodire o monetizzare qualcosa che proprio la sua notorietà rende ingombrante. Un capolavoro riconoscibile porta con sé, insieme al proprio valore, anche una sorta di indelebile carta d’identità.
L’auspicio è che anche questa vicenda possa concludersi come molti dei recuperi ai quali Roberto Lai ha assistito durante la sua carriera, quando un’opera sottratta riemerge dopo un percorso più o meno lungo e torna finalmente accessibile a tutti.
Dove la storia l’aveva messa.