IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Geopolitica del dolore: i conflitti che il mondo non vuole guardare

Mondo in fiamme

di Pompeo Maritati

Nel cuore del XXI secolo, mentre la tecnologia avanza a ritmi vertiginosi e le società si illudono di essere sempre più connesse, il mondo sembra invece sprofondare in una crisi etica e politica senza precedenti. I conflitti che infiammano l’Ucraina, la Palestina e molte regioni dell’Africa non sono soltanto episodi di violenza armata, ma sintomi di una malattia più profonda: la perdita di senso, la disintegrazione della responsabilità collettiva, l’abbandono della dignità umana come principio fondante della convivenza.

In Ucraina, la guerra iniziata nel 2022 ha superato il triennio di devastazione, e nonostante le promesse di pace, le trattative, i vertici e le dichiarazioni, il sangue continua a scorrere. Le ultime notizie parlano di un possibile incontro tra Zelensky e Putin, con Trump che si propone come mediatore, ma la realtà sul campo è ben diversa: la Russia avanza nel Donetsk, Pokrovsk è quasi circondata, i droni colpiscono le città, i civili muoiono, e l’Europa si interroga su quali garanzie di sicurezza possa offrire a Kiev. La legittimità di Zelensky è messa in discussione da Mosca, che lo accusa di aver superato il mandato presidenziale, mentre l’Ucraina ribadisce che non accetterà ricatti né ultimatum. Intanto, la Cina viene esclusa come possibile garante, e la Turchia si dice pronta a fare la sua parte, ma senza inviare truppe.

Tutto questo mentre la popolazione ucraina vive sotto le bombe, con infrastrutture distrutte, ospedali colpiti, bambini traumatizzati. La guerra in Ucraina non è solo una questione geopolitica, ma una ferita aperta nella coscienza europea, una prova della fragilità delle istituzioni internazionali, una dimostrazione che la pace non è più un valore condiviso, ma una moneta di scambio. In Palestina, la situazione è ancora più drammatica. Gaza è sotto assedio, le forze israeliane hanno avviato l’occupazione di Gaza City, e il ministro della Difesa israeliano ha minacciato di radere al suolo la città se Hamas non rilascerà gli ostaggi e non accetterà le condizioni imposte da Tel Aviv. Netanyahu ha approvato i piani per la conquista totale della Striscia, mentre gli insediamenti in Cisgiordania continuano a espandersi, dividendo il territorio e rendendo impossibile la realizzazione di uno Stato palestinese. Le Nazioni Unite denunciano la crisi umanitaria, con il 90% della popolazione di Gaza confinata in zone militarizzate, sotto ordini di sfollamento, o entrambe le cose. I bambini sono sfollati ripetutamente, le famiglie vivono in tende, i civili muoiono mentre cercano aiuti umanitari.

Hamas ha accettato una proposta di tregua mediata da Egitto e Qatar, ma Israele ha risposto con freddezza, ribadendo che non accetterà accordi parziali. La guerra in Palestina è diventata una guerra contro la memoria, contro la possibilità stessa di immaginare una coesistenza. È una guerra che ha cancellato il diritto al ritorno, che ha trasformato la resistenza in disperazione, che ha reso la vita quotidiana un atto di sopravvivenza. In Africa, la situazione è altrettanto complessa. In Congo, lo stato d’assedio imposto dal 2021 ha fallito nel garantire la pace. I sacerdoti di Bunia denunciano la complicità tra militari e miliziani, gli attacchi alle chiese, le profanazioni, gli arresti arbitrari, persino di minori. I gruppi armati si sono moltiplicati, le violenze si sono intensificate, la popolazione è in fuga.

In Nigeria, oltre 30 milioni di persone sono a rischio di insicurezza alimentare, con bambini e donne in fase di allattamento tra le categorie più colpite. I cambiamenti climatici aggravano la situazione, con siccità e alluvioni che distruggono i raccolti e costringono le famiglie a migrare. In Sudan, oltre alla guerra, è scoppiata un’epidemia di colera che ha già ucciso migliaia di persone. I campi profughi sono devastati, l’acqua potabile è un lusso, le madri non sanno come nutrire i propri figli. L’Unione Europea, il Giappone, il Regno Unito e il Canada chiedono il passaggio degli aiuti umanitari, ma le milizie continuano a combattere, e la popolazione è intrappolata. In tutto il continente africano, la violenza non è solo armata, ma strutturale: è la violenza della povertà, dell’abbandono, della marginalizzazione. È la violenza di un mondo che guarda altrove, che si commuove per un incendio in una cattedrale, ma ignora i bambini che muoiono di fame. Di fronte a questo scenario, la riflessione etica diventa urgente. Che senso ha parlare di progresso, di civiltà, di diritti umani, se milioni di persone vivono sotto le bombe, senza acqua, senza cibo, senza speranza? Che senso ha celebrare la democrazia, se i leader mondiali trattano la pace come un affare, se le vite umane sono ridotte a statistiche, se la giustizia è subordinata alla geopolitica? Il XXI secolo avrebbe dovuto essere l’epoca della consapevolezza globale, e invece è diventato il secolo della disumanizzazione.

Le guerre non sono più dichiarate, ma gestite. I morti non sono più pianti, ma contabilizzati. I profughi non sono più accolti, ma respinti. La politica ha perso il suo orizzonte etico, e l’economia ha divorato ogni spazio di solidarietà. Le istituzioni internazionali, nate per garantire la pace, sono paralizzate. Le università, che dovrebbero formare coscienze critiche, producono algoritmi. I media, che dovrebbero informare, spettacolarizzano la sofferenza. E noi, cittadini del mondo, siamo diventati spettatori anestetizzati, incapaci di indignarci, di agire, di immaginare alternative. Ma non tutto è perduto. In mezzo a questa oscurità, ci sono ancora voci che resistono. I sacerdoti di Bunia, che denunciano la complicità dei militari. I volontari in Sudan, che portano acqua e limone ai malati di colera. I giovani palestinesi, che scrivono poesie sotto le bombe. I bambini ucraini, che disegnano la pace con i pastelli. Sono loro i veri protagonisti di questo secolo.

Non i leader, non i generali, non gli economisti. Sono loro che ci ricordano che la dignità umana non è negoziabile, che la giustizia non è un lusso, che la pace non è un’utopia. E allora, Pompeo, forse il compito della macro-politica non è quello di gestire il potere, ma di restituire senso. Forse il compito dell’economia non è quello di crescere, ma di servire. Forse il compito della cultura non è quello di intrattenere, ma di risvegliare. Forse il compito di ciascuno di noi è quello di non dimenticare. Di non voltarsi dall’altra parte. Di non accettare la violenza come normalità. Di non smettere di credere che un altro mondo è possibile. Perché se il XXI secolo ha dimenticato i suoi valori, allora tocca a noi ricordarli. Tocca a noi scriverli, viverli, difenderli. Tocca a noi essere la voce di chi non ha voce. Tocca a noi essere umani.


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