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Gestire il rischio nel mondo che cambia: quando sostenibilità, cultura e resilienza parlano la stessa lingua

GESTIRE IL RISCHIO NEL MONDO CHE CAMBIA

Di Serena Milisenna

Molti eventi aziendali restano confinati nel perimetro del business. Ma ce ne sono altri che riescono a trasformarsi in un’esperienza culturale, che rappresenta una dichiarazione di visione.

L’incontro organizzato da TIA Tecnologie Industriali & Ambientali al Museo Bagatti Valsecchi di Milano appartiene decisamente alla seconda categoria.

“Gestire il rischio nel mondo che cambia. Strategie e competenze per affrontare l’imprevisto” non è stato solo un talk dedicato a imprese, assicurazioni, risk manager e professionisti del settore ambientale, ma è stato piuttosto un tentativo — ben riuscito — di raccontare il rischio come tema umano e sociale, prima ancora che tecnico.

La scelta della location, del resto, non è stata casuale: il Museo Bagatti Valsecchi, con la mostra Depero: Space to Space – dedicata alle opere dell’artista futurista che aveva intuito lo stretto rapporto tra progresso, industria e cambiamento sociale – ha fatto da cornice a un dialogo in cui memoria, innovazione e trasformazione si sono intrecciate in modo sorprendentemente coerente.

E per me è proprio qui la chiave di lettura più interessante dell’evento: parlare di sostenibilità ambientale, dentro uno spazio dedicato alla conservazione della bellezza e del patrimonio culturale, per ricordare che proteggere il futuro non riguarda solo le tecnologie o i protocolli, ma il modo in cui scegliamo di abitare il presente, con responsabilità e impegno sociale verso ciò che ereditiamo e che lasciamo alle generazioni future.

Ad aprire la serata è stata Chiara Ghidotti, giovane responsabile marketing di TIA Spa e organizzatrice dell’evento, che ha subito introdotto un concetto centrale: i cambiamenti (anche quelli climatici) portano minacce e il rischio oggi è condiviso. Non appartiene più soltanto all’assicuratore, al risk manager o all’azienda, ma coinvolge interi ecosistemi economici, ambientali e sociali.

Un cambio di paradigma che richiede nuove alleanze e soprattutto nuove competenze.

Ed è qui che TIA Spa racconta la sua identità più autentica: non solo come azienda specializzata nelle bonifiche ambientali, ma come realtà che si impegna a costruire una cultura della prevenzione assieme a diversi partner.

Così nel corso dell’incontro sono intervenuti importanti esponenti del settore: Lisa Casali, Pool Manager presso Pool Ambiente; il geologo Massimiliano Confalonieri, dirigente responsabile U.O.C. Valutazione del Suolo, Sottosuolo e delle Acque Sotterranee presso ARPA Milano; Alfredo Parodi, Responsabile Unità Ambiente presso Assolombarda.

Stefano Dubini, amministratore delegato di TIA Spa, che ha aperto con i saluti e i ringraziamenti di rito, ha scelto un tono lontano dalla formalità dei discorsi aziendali: ha parlato certo di esperienza nel settore delle bonifiche di terreni e falde, di interventi estesi in 40 anni di attività, di presenza internazionale e di 250 collaboratori con varie specializzazioni, ma ha fatto riferimento in primis allo spirito della Casa Museo e alla volontà di far godere il pubblico di questa bellezza, mescolando la parte aziendale alla promozione della cultura del recupero e della memoria storica.

A portare la visione industriale di TIA è stato poi Ennio Rao, direttore commerciale, che ha raccontato un’azienda capace di unire i molti anni di esperienza operativa a una forte spinta verso l’innovazione sostenibile.

Non solo bonifiche ambientali tradizionali, dunque, ma bioremediation, phytoremediation, utilizzo di robot per la rimozione dell’amianto, droni e tecnologie in grado di ridurre il rischio umano nei cantieri più complessi. Perché la missione di TIA – come anticipato anche da Dubini – è quella di avere cantieri sostenibili, sicuri e multidisciplinari.

Le immagini dei robot utilizzati per la rimozione di amianto, dei droni impiegati nei cantieri e delle sperimentazioni hanno mostrato un’idea di innovazione concreta: tutelare la salute delle persone senza perdere il valore del lavoro umano.

Il messaggio emerso è stato chiaro: la sostenibilità non può più essere considerata una semplice etichetta reputazionale.

Deve tradursi in azioni concrete, misurabili e soprattutto preventive.

Ed è qui che io ho ravvisato il valore più alto dell’operato aziendale: non raccontare la sostenibilità come slogan ESG, ma come pratica quotidiana di cura.

Nel dialogo tra imprese, istituzioni e professionisti si è parlato continuamente di persone e della necessità di proteggere chi lavora nei cantieri, dell’importanza di costruire relazioni con i territori. Non può esistere insomma una vera strategia di sostenibilità senza una reale capacità di prevenire e riparare il danno ambientale: la sostenibilità non può essere una dichiarazione di intenti, è preparazione.

Molto significativo, in questo senso, anche l’intervento di Lisa Casali, che ha evidenziato un dato che fa riflettere: meno dell’1% delle aziende italiane possiede una copertura completa per i danni ambientali. Un numero che racconta quanto la cultura del rischio sia ancora fragile e quanto il sistema — imprese, assicurazioni e consulenza — debba lavorare sulla prevenzione e sulla consapevolezza.

Dal fronte istituzionale e tecnico è emersa, dunque, la necessità di un cambio culturale anche nella gestione delle bonifiche: meno smaltimento, più rigenerazione, meno logica emergenziale, più economia circolare, più integrazione fra tecnologia, ricerca e natura per evitare di consumare ancora porzioni di terra.

Ed è proprio qui che il tema “human spirit” tanto caro a me come giornalista e consulente di impresa diventa azione concreta e non solo retorica del marketer contemporaneo.

Ed è forse proprio questo il punto che gli organizzatori hanno voluto mettere al centro: dentro un museo che custodisce il passato, TIA e i vari relatori hanno parlato di futuro, ma lo hanno fatto evitando la retorica della performance perfetta incentrata spesso solo sui numeri.

Tutti hanno scelto di parlare un linguaggio fatto di competenze, relazioni, ricerca, impegno e cultura.

E tutto questo è affidato alla responsabilità di sviluppare tecnologie meno invasive e più circolari, all’interno di un’idea di innovazione che non sostituisce l’essere umano, ma lo tutela.

In questo contesto, la presenza di Emanuel Perathoner — atleta paralimpico italiano, vincitore di due medaglie d’oro nello snowboard alle Paralimpiadi Milano Cortina 2026 — ha assunto un significato profondamente simbolico.

Non una semplice “special guest”, ma una testimonianza coerente con il tema della serata. Perathoner rappresenta, infatti, qualcosa che il mondo del risk management conosce bene: la capacità di attraversare l’imprevisto trasformandolo in possibilità.

“A un certo punto – ha dichiarato – il mio obiettivo non era più vincere, ma riuscire a camminare senza stampelle.”

Resilienza, adattamento, forza mentale e ricostruzione: parole emozionanti, capaci di trasformare una fragilità in visione e che appartengono tanto alla storia personale, quanto allo sport paralimpico e quanto alle aziende chiamate oggi a confrontarsi con crisi climatiche, emergenze ambientali e cambiamenti sistemici.

Gestire il rischio non significa eliminare l’incertezza, ma creare strutture, competenze e comunità capaci di affrontarla insieme.

In un tempo in cui molte imprese parlano di sostenibilità solo attraverso KPI e report ESG, l’evento al Museo Bagatti Valsecchi ha suggerito un approccio diverso: più cultura, più relazione, più umanità, più rispetto per la terra.

Perché il vero cambiamento, prima ancora che tecnologico, nasce sempre da una visione che non si limita solo a offrire servizi, ma a generare significato e valore condivisi.

Conferenza gestire il rischio - Foto di S. Milisenna

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