Giovanni Pascoli e Karl Marx, tra scoperta, desiderio e poesia
di Paolo Protopapa
Giovanni Pascoli, tra i più grandi poeti del Novecento, è la nostra poesia naturale. Una delle poche che sgorghi con immediatezza e libertà, senza costrizione logica o sintattica o convenzionale. Sensazione e pensiero, impulso e parola, sguardo percettivo e frase si incontrano e dicono. Senza, ovviamente, trascurare la raffinatezza tecnica del sommo, ancorché eclettico romagnolo.
Anche Karl Marx, settanta anni prima di lui, in un momento assai fecondo e geniale del suo lavoro critico (Grundrisse, 1857), collegò il “mondo dei fanciulli normali” con l’espressione ed esperienza poetica tipica della fanciullezza.
Se Pascoli inventò “il fanciullino”, oltre che dalle culture antropologiche derivandolo anche e soprattutto dalle proprie introspezioni psicologiche, il giovane Marx ricavò la preziosa intuizione dalla conoscenza profonda di due assi teorici apparentemente dicotomici o, comunque, reciprocamente estranei. Dico l’economia e l’arte. La prima come scienza sociale aderente ad ogni piega e oggettivazione storicamente determinata.
Ora, questo è nient’affatto il caso del poeta italiano. Per quest’ultimo, infatti, la virginalità poetica naturalistica si dà spontaneamente alla e nella psiche del bambino che, in tale dimensione ontologica, appare nella postura di tramite essenziale per universale scoperta estetica. Nel filosofo ebreo tedesco, in effetti, la parentesi (in vero molto di più!) dell” ‘Arte greca’ alita da sempre (tranne forse quando si esercitò come poeta liceale) tra ragione scientifica di radice sociologica e desiderio umano. Anche perché la matrice letteraria, (schilleriana, goethiana ecc. ‘lato sensu’) tipica dell’educazione tedesca è di nota e robusta diffusione e condivisione intellettuale.
Si comprende che tra i possibili nessi di apparentamento comparativo, da noi azzardato, l’elemento comune può essere il concetto di universalità. Universale può essere, pertanto, la sensibilità dell’ente umano naturale e il “Gattung-Swesen” appartenente al genere naturale-umano, già magistralmente disegnato nel primo Ottocento da Ludwig Feuerbach.
Semplificando: dal fanciullino pascoliano e del fanciullo marxiano il risultato che ricaviamo dal nostro approccio, è che l’uomo – nella sua postura adulta, cioè integralmente matura – non solo è stato bambino, ma in qualche modo continua ad esserlo. Perché?
Per le premesse accennate, ossia il ripetersi nell’infanzia, in “ogni” infanzia, come sottolineato da Karl Marx, l’infanzia e, dunque, la “fanciullezza dell’umanità”.
Ovvio che in ‘X agosto’ al poeta di San Mauro di Romagna sta a cuore, ancora sanguinante, la ferita mai rimarginata di una data per lui fatidica, l’assassinio feroce del padre che “portava due bambole in dono”. E che, quindi, la sua istanza lirica fondante è nel suo ‘particolare’ personale, intimo e irripetibile, con cui interagiamo. Laddove, in un contesto qualitativamente diverso, a Marx importa, d’altra parte, il sentimento agognante del gioco-guerra degli “eroi fanciulli”. Espressione di una Grecia ormai modernamente irrappresentabile nelle sue proprie radici identitarie e peculiari remote. Il bambino è colpito in quanto viene irrimediabilmente tradito dall’ “atomo opaco del male”, da una parte. Mentre, dall’altra parte, siamo di fronte al modello, probabilmente autobiografico e formativo, di una ormai impossibile praticabilità estetica della morta classicità. E qui sarebbe temerario inoltrarsi in una qualche, assolutamente inappropriata, hegeliana ‘Morte dell’arte”.
Il Novecento decadente e quasi solipsistico del grande lirico romagnolo e, sul piano dell’ermeneutica filosofica marxiana, invece, l’universalismo di una condizione storicamente recuperabile in una forse possibile prospettiva politica inedita, questo mi pare un intrigante tema di fondo.
Cose assai autonome, diremmo. Con un ma e con un se.
Bambino o, meglio, Fanciullino e Fanciullo (qui presi come categorie conoscitive) si somigliano. Sono uomini nella congiuntura data. Nella fase del sentimento e dell’emozione e, perciò stesso, del dolore e del desiderio. Anch’esso comunque cifra dolorosa dell’esistenza. E, passando al ‘se’, entrambi materializzano il sentimento contraddittorio della permanenza oltre la caducità delle cose. Più in Marx, indubbiamente, dove la redenzione dell’umanità, ritornante nell’infanzia generazionalmente replicata, appare reale e universale.
Non così, mi pare, per il ‘nido’ romagnolo, sfregiato irreversibilmente dalla ferocia irredimibile del male. E il male, come è noto, è principio ontologico, non cifra passeggera e transeunte per l’uomo solo temporaneamente vivente e morente.
Mi viene da pensare, in conclusione, che i due straordinari raccontatori dell’uomo naturale, colto in un momento cruciale della propria avventura, si affacciano dallo stesso balcone, ma non riescono a vedere lo stesso mondo. Un poeta e un filosofo. Appunto.