IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Henrik Pontoppidan, L’ospite regale, Iperborea 2026, pag. 128, traduzione dal danese di Fulvio Ferrari

di Marisa Cecchetti

Pubblicato nel 1908 a Copenaghen, L’ospite regale, romanzo breve di Henrik Pontoppidan (1857- 1943) premio Nobel per la letteratura nel 1917, ci porta in una campagna solitaria e senza alberi lontano da Copenaghen, dove vivono da sei anni Emmy e il dottor Arnold con i loro figli, Caino, Abele ed Eva, più la servitù. “Un posto più isolato era difficile trovarlo […] Il paese consisteva soltanto di sette o otto misere masserie di povera gente. Non ci abitava nemmeno la famiglia del prete, c’era solo un maestro di scuola, che oltretutto era un terribile attaccabrighe”.

La famiglia del dottore è l’immagine della perfetta felicità, tutta racchiusa nelle proprie abitudini nello scandirsi uguale dei giorni. Amore, intesa, complicità regnano in questa bolla dove nessuna sollecitazione arriva dal mondo esterno: l’unica diligenza passa di notte. Ma un giorno si sentono avvicinare i campanelli di una slitta e si presenta alla porta uno sconosciuto che chiede di fermarsi per poche ore, visto che non ha trovato in casa l’amico a cui era diretto. È un uomo di statura media, massiccio, con riccioli bruni intorno alla fronte stempiata e occhi caprini. Non dice il suo nome.

Imbarazzati e sopresi i coniugi sono incapaci di negare l’ospitalità, ma da quel momento sono coinvolti nelle scelte e nelle strane richieste dell’ospite che scardina le abitudini e le scelte della famiglia, tra lo stupore della servitù e l’idea di tutti che sia un po’ matto, che gli manchi qualche rotella. Tuttavia stanno al gioco, visto che è il periodo di Carnevale.

Su invito di questo messer Buffone i padroni di casa scendono nei loro abiti da festa tirati fuori dai bauli: lasciati gli abiti di casa, Emmy risplende come una regina in tutta la sua femminilità. Si cena in un soggiorno ben illuminato, si brinda, si conversa in una atmosfera fiabesca. Poi dal pianoforte che Emmy non ha più toccato, perché ha rinunciato alla musica da quando è diventata mamma, si levano melodie dolcissime e l’ospite canta: “prosegue la vita la corsa bizzarra / il bianco fa nero / il falso fa vero. /Il giusto e l’ingiusto li butta in gazzarra, / ma ecco che arriva messer Buffone / e tutto al suo posto per bene dispone”.

A quelle melodie Emmy prova un’inquietudine che aveva dimenticato, uno struggimento che le fa brillare gli occhi. Questo non sfugge a Arnold che comincia a rodersi di gelosia, un sentimento che cresce nei giorni successivi e diventa sofferenza quando trova la moglie al pianoforte a suonare le stesse melodie. Fino a che punto può arrivare la sua sofferenza?

Qualcuno ha gettato una pietra nello stagno, ha turbato quella coppia soddisfatta della propria staticità. Chi è? Perchè non ha detto il suo nome? Ma non è il caso di svelarlo.

Emmy intanto è diventata più inquieta perché ha ritrovato le proprie emozioni, la propria fantasia; ora alterna momenti di malinconia a momenti di gioia e comunque ad Arnold non dispiace la “felicità malinconica” di lei: entrambi diventano più spontanei e più veri, senza preoccuparsi di chi li giudica e li critica per comportamenti ritenuti inadeguati.

Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, in un momento storico complesso per la Danimarca dal punto di vista politico, economico, religioso, letterario – come si legge nella postfazione di Fulvio Ferrari – in un periodo di dibattito sulla chiesa luterana, sui rapporti uomo donna, genitori e figli, matrimonio stesso, quando si mettono in discussione le tradizioni e le istituzioni e si cerca innovazione su tutti i fronti, Pontoppidan rientra tra gli scrittori della breccia moderna, la tradizione letteraria portata nel Nord dal danese Georg Brandes che fa conoscere le correnti realiste e naturaliste del Continente. Pontoppidan si fa portavoce dei problemi sociali del suo paese, della necessità di cambiamento: L’ospite regale va contro il perbenismo ottuso, l’idealizzazione dell’isolamento romantico in campagna, contro la rigidità delle tradizioni familiari, ma lo fa in un modo leggero, tra realtà, mito e riferimenti biblici. Bastano i campanelli di una slitta nella notte a dare il via al cambiamento.


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