I Centri di Permanenza per il Rimpatrio: una visita a Gradisca d’Isonzo, e una proposta.
Non è la prima volta che il Pensiero Mediterraneo si occupa di strutture carcerarie delle quali, in questi giorni, è giunto a occuparsene anche il Presidente della Repubblica Mattarella e il Presidente del Senato La Russa, che hanno denunciato una situazione insostenibile: sovraffollamento, 39 suicidi nei primi sei mesi del 2025, condizioni invivibili delle celle, organico sotto dimensionato, sia con riguardo al personale della penitenziaria che con riguardo a psicologi, educatori e assistenti sociali.
Una condizione di degrado strutturale che contrasta con i valori della dignità umana, che vengono sistematicamente calpestati, e che si pone in stridente frizione con un principio costituzionale, la funzione rieducativa della pena (art 27 Cost).
Oggi, però, ci occuperemo dei CPR, una cosa diversa dalle carceri ancorchè, come vedremo, le persone che vengono trattenute lo sono con privazione della libertà.
Entriamo nel CPR di Gradisca d’Isonzo (GO) in compagnia del Garante dei diritti della Regione FVG, Enrico Sbriglia, del Garante dei detenuti dei Comuni di Trieste e di Udine, Elisabetta Burla e Andrea Sandra.
Nelle mie orecchie mi tornano le parole di Charles Dickens, nel suo “Una storia tra due città”:
“Era il tempo migliore e il tempo peggiore – – la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione”.
Queste strutture, nate nel 1998 come Centri di permanenza temporanea e assistenza, sono poi diventate 11, distribuite sul territorio nazionale.
I CPR sono centri di “detenzione amministrativa” degli stranieri irregolari perché privi del permesso di soggiorno, nei quali il trattenimento ( in condizione di privazione della libertà) è consentito solo alla condizione che sia funzionale all’esecuzione del rimpatrio.
La visita è stata effettuata per le sollecitazioni intervenute dopo un episodio diventato virale sui social, si vede un detenuto sanguinante circondato da agenti in tenuta antisommossa.
Durante il tragitto di ritorno a Trieste ripensiamo alla chiacchierata fatta con alcune persone presenti nel Centro, che ci hanno raccontato cosa è successo ed esposto il proprio punto di vista.
Quanto succede sempre più spesso e cioè che gli ospiti del Centro, i quali dispongono liberamente di smartphone, consapevoli della dirompente forza di un’immagine o ancor più di un video, costruiscono ad arte situazioni poi sapientemente divulgate con canali preferenziali e meccanismi oliati da parte di gruppi di opinione che sfruttano la disinformazione quale elemento di propaganda politica. Si noti ad esempio la presenza nel web di video costanti del Centro ma l’assenza di video del “fatto”, sempre un prima o un dopo…. Mai un durante… Possibile con decine di telefoni sempre attivi? Le forze di polizia quotidianamente occupate nella vigilanza a volta hanno l’ingrato compito di intervenire, magari per sedare una rissa, altre volte per mettere in sicurezza un ospite che compie atti autolesivi, altre volte semplicemente per evitare deliberate azioni di danneggiamento grave alla strutture.
Il tema dell’immigrazione è molto complesso, ma proviamo a distinguere tre principali status, quello dei “richiedenti asilo” provenienti da paesi non sicuri e che mettono in discussione diritti e sopravvivenza, gli “immigrati economici”, che arrivano in Italia attraverso i flussi autorizzati e che vengono regolarizzati per motivi di lavoro, e quelli che sono trattenuti nei CPR, Centri per il rimpatrio, strutture di detenzione amministrativa deputate a trattenere gli stranieri irregolari, destinatari di un provvedimento di allontanamento dall’Italia e in attesa della sua esecuzione.
Il trattenimento amministrativo non viene applicato a tutti gli immigrati irregolari. La norma infatti impone una disamina che riguarda la pericolosità sociale ed il pericolo di fuga proposta dal Questore e successivamente confermata da un Giudice di Pace o, nel caso di richiedenti protezione internazionale, da un Giudice della Corte d’Appello. Non siamo mai, salvo casi eccezionali, di fronte al buon padre di famiglia… ma a situazioni variegate e con sfaccettature complesse. Spesso i trattenuti nei CPR sono persone con una lunga serie di reati alle spalle, con procedimenti penali pendenti, con situazioni complesse, assenza di legami stabili, per un 50% con problemi di tossicodipendenza da sostanze psicotrope le più disparate, dagli psicofarmaci alle droghe classiche
Ad oggi se ne contano 11 su tutto il territorio nazionale, al quale vanno aggiunti due in condizione di extraterritorialità in Albania, sui quali si registra la recente posizione-parere di dubbia compatibilità con ordinamento internazionale e costituzionale dell’ufficio del massimario della Corte di Cassazione.
Nei CPR non conta quante strutture ma quanti posti realmente sono utilizzabili. Pensiamo ad esempio al centro di Gradisca, nasce per 150 posti, ma tra una ristrutturazione, un incendio, una vandalizzazione la media è di 70/80 posti… e così è per tutti i centri. La reale capienza a livello Italia è pertanto il 50% di quanto realmente programmato.
Ad oggi su tutto il territorio nazionale, sono detenute circa cinquecento persone, con un periodo di detenzione che non può durare più di 180 gg: cosa fanno queste persone in questo periodo in attesa del rimpatrio? Il capitolato sulla base del quale vengono gestiti i Centri, oltre che assicurare il diritto alla tutela legale e all’ assistenza sanitaria, prevede anche assistenza psicologica e supporto di assistenti sociali?
Il periodo di trattenimento può durare per legge sino a 18 mesi. I giudici non convalidano di solito più di 180 gg. Gli ospiti durante il trattenimento hanno accesso ai servizi di counseling psicosociale, di informazione legale e la possibilità di interloquire con rappresentanti di associazioni terze. Accedono a servizi di base quale una palestra, un campo sportivo e si creano momenti di socialità in ambiti come la barberia, alla quale hanno accesso anche 2 volte la settimana non potendo detenere strumenti da taglio all’interno dei settori abitativi. L’accesso alle attività religiose è libero, così come i colloqui con i professionisti. All’interno delle zone abitative possono detenere il proprio smartphone con collegamento ad internet, vengono fornite carte da gioco, palloni, giochi da tavolo e libri da una biblioteca interna, carta penne, colori
Ci chiediamo come venga impiegato il tempo dai “trattenuti“, peraltro in strutture che sembrano gabbie?
La gestione del tempo è molto legata alle caratteristiche proprie di ogni individuo. Ad esempio l’attività fisica è libera e sempre permessa (tranne dalle 0:00 alle 7:00) ma da quanti ospiti viene svolta? pochi, molto pochi. Alcune attività espressive di gruppo non hanno trovato accoglimento, come la partita di calcio settimanalmente organizzata non rileva grande partecipazione. Molte persone trattenute non hanno livelli di scolarità elevata e al di fuori della struttura vivevano di espedienti o provengono dal carcere… tutto ciò condiziona significativamente le possibilità di azione.
Dove vanno i “detenuti” quando finisce il periodo di permanenza senza che sia stato ancora organizzato il rimpatrio?
Tornano alle loro attività quotidiane più o meno lecite spesso senza avere nemmeno un tetto dove stare.
La sensazione che si ha dopo la visita, e anche dopo aver scambiato parole con alcuni dei “trattenuti” che chiedono di fare qualcosa, è che i CPR siano gestiti come strutture che ospitano “vuoti a perdere”, persone sulle cui prospettive di reintegrazione sociale è del tutto inutile investire, anche se, oltre la metà di coloro che vi fanno ingresso, non possono essere rimpatriate.
Il tema è che chi non può essere rimpatriato non dovrebbe stare in un CPR, ma d’altronde per arrivare a questa conclusione serve un periodo di attività da parte degli uffici competenti della Questura… e chi cessa il trattenimento non è “regolare” ma esce con l’ordine di allontanarsi autonomamente entro 7 gg….
Nel frattempo il costo medio per la gestione di ogni struttura è di un milione e 650 mila annui, un posto vale 25 mila euro annuo, costi ai quali aggiungere quelli altrettanto significativi per le manutenzioni straordinarie: frequenti i danneggiamenti e gli incendi peraltro stimolati dal prolungamento del trattenimento di una condizione di detenzione che non ha sbocchi di speranza, per la scarsa probabilità di eseguire il rimpatrio.
Queste valutazioni hanno un valore squisitamente politico, ci dicono le persone in servizio.
L’esperienza goriziana insegna che tra coloro che vengono convalidati oltre il 60% viene rimpatriato entro i primi 30 giorni.
In quadro normativo che tende a includere nei Centri per il rimpatrio richiedenti Asilo assoggettati alle procedure di frontiera, cosa si può fare per migliorare le condizioni di detenzione amministrativa?
L’unica possibilità di miglioramento delle condizioni è legata all’allargamento della base sociale dei trattenuti come succede in altri contesti europei. Ricordiamo che solo in Italia il trattenimento degli irregolari è limitato ai casi di pericolo di fuga e pericolosità sociale! Gli ospiti stessi in Italia non hanno interesse per un miglioramento delle condizioni ma creano tutte le condizioni per un peggioramento a partire dalla struttura al fine di ottenere in modo indiretto la cessazione delle misure. Uno slogan di detrattori dei CPR è…”I CPR si chiudono con il fuoco” ed effettivamente la distruzione dei locali peggiora si le condizioni ma a lungo andare determina una riduzione dei posti e la possibilità di uscire…Quindi migliorare le condizioni “cui prodest”? Un esempio rende l’idea di quanto sopra… nel 2020 sono state installate le TV in ogni stanza. Dopo 6 giorni erano già state distrutte dagli ospiti con le scuse più banali… non si sente bene… troppo piccola, non si vede il canale tal dei tali… ma per oltre 6 mesi una delle recriminazioni portate avanti ai Giudici in occasione della convalida era “non abbiamo nemmeno la TV…”
Mi tornano in mente le parole del romanzo di Dickens, “Una storia tra due città”, scritto in pieno ottocento, ma dove, rispetto a quello che abbiamo visto, si registra perlomeno una certa alternanza tra la disperazione e la speranza, una tensione tra opposti che sembra invece mancare in certe situazioni del nostro presente, fatto di distopie e dove prevale la misura securitaria e garantista che, da sola, non riesce ad uscire da un pericoloso e inutile avvitamento.
Invece questa alternanza esiste, sicuramente non nell’allegorico modo con cui Dickens scrive il suo romanzo, ma esiste. Gli ospiti del CPR rappresentano la minoranza di una minoranza alla quale vengono imposte regole forti, ma anche questo è un tema politico.
Durante il nostro viaggio di ritorno dopo la visita al CPR di Gradisca d’Isonzo apprendiamo dalla radio che la Corte Costituzionale (sent. 96/2025) ha rilevato un difetto nella legge sui trattenimenti, nelle norme che non rispettano il principio della libertà personale, violando la dignità della persona trattenuta. A porre la questione era stato il Giudice di pace di Roma, chiamato a convalidare provvedimenti di trattenimento. I dubbi di legittimità si concentravano sulle norme che non definiscono con chiarezza le modalità del trattenimento, né l’autorità competente al controllo di legalità, con ciò violando il principio della riserva assoluta di legge, prevista dall’art 13 della Cost. che richiede certezza del diritto e tutela della dignità della persona, in un ambito dove si intrecciano sicurezza pubblica, immigrazione e diritti umani, un vulnus che richiede una correzione legislativa.
A Enrico Sbriglia, nella veste di Garante dei diritti della Regione FVG, chiedo cosa si può fare nel merito:
Non sono meravigliato dalla pronuncia della Corte Costituzionale ma, per onestà intellettuale, devo con forza sottolineare come il tema, quello dell’intrattenimento di persone nei luoghi ove si imponga una detenzione amministrativa, venga esibito nell’agone della politica, ad “intermittenza”, emergendo prepotentemente in alcune stagioni, per poi essere inabissato in altre, insomma, una sorta di coniglio che viene estratto dal cilindro di un prestigiatore malvagio, a seconda dell’interesse di chi voglia esibirlo.
Com’è noto, la normativa “madre” sul contrasto all’immigrazione irregolare risale, nelle sue fondamenta al 1998, con la c.d. “Legge Turco-Napolitano”; ebbene, mi chiedo: d’allora, quanti Presidenti del Consiglio abbiamo avuto ? quanti Capi di Stato ? quanti Ministri della Giustizia, quanti dell’Interno e quanti degli affari esteri ? quante legislature con i relativi parlamentari di tutti gli schieramenti ?
Cosa è cambiato d’allora ad oggi sul piano interpretativo del diritto oppure sulla evidente dolorosità delle misure adottate ?
I CPR sono dei luoghi orrendi, una grande gabbia che ne contiene delle più piccole; sono un agglomerato di cemento, di vetri blindati, di sbarre, di telecamere, di serpentine aguzze e taglienti, un’apoteosi di offendicula.
Assomigliano ad enormi stie dove non collochiamo polli e/o galline ovaiole, ma esseri umani, ancorché tanti di loro abbiano spesso commesso reati pure gravi ma per i quali hanno, di regola, espiato le relative condanne e quindi, in punto di diritto, pagato il loro debito…
L’unico “verde” che si scorge tra quelle sbarre, in quegli ambienti dove le tracce degli incendi appiccati continuano a troneggiare, nonostante le rapide imbiancature degli addetti alla manutenzione, non è quello della speranza, oppure di qualche timido alberello o siepe di erbe infestanti, perché di vegetazione, anche quella “spontanea”, quella delle erbacce che talvolta vediamo perfino crescere sul manto di bitume delle autostrade, lì non c’è, non ce la fa…; non c’è nulla…
Il CPR di Gradisca d’Isonzo è una grande fornace d’estate, un frigo d’inverno; in queste giornate è un’isola di calore che maltratta anche gli stessi operatori dell’ente gestore, che si prodigano come possono, e che è indifferente ai visitatori, istituzionali o meno che siano.
L’unico verde che si vede è il colore della rabbia e del rancore che si raccoglie tra gli ospiti e che può esplodere da un momento all’altro, una rabbia che può trasformarsi in violenza oppure in autolesionismi: ma è così non da oggi, bensì da anni, tanti.
Queste strutture, sparse un po’ in tutta Italia, stanno a ricordarci che non siamo in grado di trovare risposte adeguate, che agiamo di fronte ai problemi per istinto e per paura, non certo per trovare una soluzione agli stessi, al massimo un rimando.
Non sono luoghi ove gli ospiti forzati possano costruire prospettive, programmi di vita, pianificazione del vivere, ancorché il vivere stesso non tolleri condizionamenti e odi ogni tentativo di prevedere il domani, ma fuori da lì, però, almeno ci si può provare, si può cercare di giocare un ruolo, di non rinunciare ad essere protagonisti delle proprie vite…là, invece, no, hai perso tutto.
Poco consola, in verità, che luoghi simili, gabbie all’ennesima potenza, che di architettura nulla hanno e per le quali, in fondo, non occorrono particolari competenze costruttive, siano pure presenti in tante altre nazioni europee, perfino quelle di “blasonata democrazia”: in Francia, Inghilterra, Germania e finanche nella “perfettina” Svizzera, solo per citarne alcune. Il fatto che siano in tanti a farlo non significa che ciò sia utile e, soprattutto, giusto.

Ma alla fine si tratta di un tema che i governi vogliono evitare di trattare e, soprattutto, di affrontare, necessariamente colloquiando con le stesse opposizioni, perché i problemi grandi, grandi quanto il mondo, andrebbero comunque affrontati insieme: qui non può esserci il governo buono oppure quello cattivo, la pietas del gesto oppure la crudezza della forza a prescindere… né è possibile sottrarsi alle responsabilità morali rinviando il tutto all’interno di contesti decisionali semmai sovranazionali…la prima partita deve essere giocata in casa…
Si potrebbe ipotizzare uno status anagrafico diverso di semi regolarità per chi non abbia commesso reati…?
Qualcuno potrà affermare che ciò che penso da qualche tempo sia scandaloso, ma per non essere scandalosi, stiamo trascinando da decenni, senza riuscire a dare una risposta coerente, il problema che stiamo trattando.
Possibile che non si comprenda che le cose non possono rimanere così e che occorra, seppure per gradi di difficoltà, trovare delle risposte che abbiano un minimo di ragionevolezza e che siano rispettose della nostra sensibilità giuridica, Noi che ci vantiamo di essere la patria del diritto ?
E’ ragionevole, semmai dopo che un immigrato clandestino sia stato detenuto in un CPR per mesi e mesi, senza che il paese al quale affermava di appartenere ne riconoscesse la nazionalità, venga “sic et simpliciter” rimesso in libertà, consegnandogli un foglio che contiene un ordine di espulsione (verso il quale potrà tra l’altro, in punto di diritto, ricorrere) da onorare in pochi giorni, pur sapendo noi che lui non ha un domicilio, non ha una identità fiscale, non ha una tessera sanitaria, non ha alcun documento d’identità da esibire che ci dica chi sia, come si chiama fatti salvi i diversi alias, quanti anni abbia, etc. etc., ma che ha certamente dentro una rabbia enorme, esplosiva, semmai aumentata per l’uso e l’abuso di psicofarmaci e di quanto di sintetico o di naturale la perversa abilità umana sappia inventare per sballare e per evadere dalla realtà che lo circonda, oppure per affrontarla a muso duro, e per vomitarci sopra tutto il suo rancore ?
E’ questo il bene della sicurezza che offriamo agli ignari cittadini? Davvero poi ci meravigliamo se le stazioni ferroviarie, le nostre periferie, le piazze ed i crocicchi diventano talvolta trappole per i passanti ? Se improvvisamente un folle straniero, dall’aspetto trascurato, emaciato, cominci ad agitare un paletto di ferro strappato dal marciapiede e si scaraventi sulle auto, sui passanti, su chiunque lo incroci, sbiascicando parole incomprensibili dove qualcuno, puntualmente, andrà a scomodare le divinità, perché affermerà di avere compreso “ Allah Akbar” ?
Ma davvero siamo così ipocriti da liquidare il tutto in questo modo? ma davvero quello che di tremendo potrebbe accadere si potrà, poi, affermare che era del tutto inaspettato ? Quanti di questi episodi o di simili le cronache ci raccontano da qualche tempo ?
Ecco, allora c’è il bisogno di trovare dei rimedi, e se lo facessimo pure velocemente sarebbe già tardi. Muoviamoci per gradi di difficoltà e cerchiamo, almeno, di scomporre le problematiche stratificate, per provare a risolverle un pezzetto per volta.
Quello che propongo è una sorta di stadio intermedio tra l’immigrato irregolare antisociale e quello regolare: il soltanto-irregolare, la cui responsabilità predominante è quella di essere entrato nel nostro paese in modo illecito, semmai utilizzando documenti contraffatti, oppure attraverso i canali di traffico clandestino di immigrati, ma che una volta entrato in Italia non abbia commesso altre condotte illecite, o se anche le abbia commesse, si tratti, ictus oculi, di reati davvero di modesta portata: i piccoli furti fatti per fame, la sottrazione di qualche indumento nei supermarket o sulle bancarelle dei mercati, l’aver dormito negli androni semmai delle banche nelle notti di gelo, altra cosa, insomma, rispetto alle rapine, agli stupri, ai furti sistematici negli appartamenti o all’occupazione di case, allo spaccio di sostanze stupefacenti, alla violenza di gruppo, ai danneggiamenti di beni pubblici, etc.
Ebbene, agli “irregular only” potrebbe essere consentito, sub condicione, di permanere nel nostro Paese purché non compiano dei reati per i quali sia prevista la pena della reclusione e se trovino sistemazione in strutture comunitarie, laiche e/o religiose non interessa; si potrebbe prevedere che accettino di indossare il braccialetto elettronico o altra diavoleria tecnologica che consenta subito il loro rintraccio; potrebbero avere una tessera sanitaria “minimal”, che contempli esclusivamente la possibilità di ricevere delle cure sanitarie di base e, in particolare, di effettuare vaccinazioni obbligatorie come previsto per i nostri cittadini, ma anche avere una identità fiscale e anagrafica che possa consentire loro di trovare dei lavori regolari; solo allorquando trovassero un lavoro regolare, soprattutto se a tempo indeterminato, potrebbero “evolvere” ad uno status anagrafico migliore, per ottenere, trascorso un ulteriore periodo di tempo senza che abbiano violato leggi o altro, una semi-regolarità la quale potrà, dopo qualche anno ancora, trasformarsi in regolarità, corrispondente a quella degli altri stranieri che siano giunti in Italia rispettando tutte le regole contemplate.
Costoso? non credo, se solo si avesse il coraggio di calcolare quanto costi oggi il disinteressarsi di loro una volta abbandonati i CPR, pur sapendo che molti di essi potrebbero trasformarsi in ordigni esplosivi, perché senza alcuna speranza, e perciò capaci di fare danni incalcolabili.
…solo la possibilità di una speranza, di poter godere di un minimo miglioramento può consentire che la persona non sia travolta dalla disperazione: chi non ha nulla da perdere è una minaccia per chi abbia anche poco ! ma davvero è così difficile da comprenderlo ?
Quelli invece che violassero i patti si trasformerebbero in full-irregular e tale condizione si tradurrebbe in reato, attraverso un rito processuale per direttissima, con relativa pena se ritenuti colpevoli, che eviterebbe l’abbandonarli per strada…
Questo non significa che si aprirebbero le frontiere, che faremo festeggiamenti sui confini invitando gli stranieri irregolari a violarli, ma semplicemente che cercheremo di saper distinguere, pure perché non farlo sarebbe ancora di più pericoloso e distruttivo.
Dare delle identità a chi oggi è invisibile renderebbe la vita delle nostre città e delle comunità che le vivano più sicure; oggi non siamo assolutamente in grado di farlo: basta uscire, soprattutto di notte, per rendercene conto…oggi sono le periferie, le zone scure delle nostre città, le piazze e i parchi abbandonati, a dircelo, ma domani, quando per il numero elevato di senza-nome le minacce toccheranno anche i quartieri bene, le città d’arte e di vacanza, i villaggi turistici, le cose e i luoghi che riteniamo più sicuri illudendoci, allora sarà troppo tardi…
Nella visita effettuata al CPR dove conto di tornare periodicamente, abbiamo visto delle “bombe umane” , delle persone esagitate perché gli Stati ai quali affermavano di appartenere non le volevano, non le riconoscevano neanche come loro “sudditi”; e quando mai sarebbero stati perciò rimpatriati ? alla scadenza massima della loro permanenza al centro, sarebbero stati rimessi fuori e lì si sarebbe incontrati semmai sotto le scuole dei nostri ragazzi, a spacciare droga, oppure impegnati in attività comunque illecite, d’altronde non esistono, non hanno identità anagrafica e fiscale, agli occhi delle nostre istituzioni sono di fatto invisibili…
Ho detto le cose in modo approssimativo, ma sono cose che richiederebbero subito un certosino lavoro tra esperti …mi sa, però, che ai tempi dell’Antica Roma si fosse più moderni, o meglio più scaltri; basterebbe pensare a quanti status l’impero contemplava, ma li controllava tutti…c’erano gli schiavi (come oggi, nelle nostre campagne, lì dove imprese disoneste sfruttano il lavoro nero) che non avevano capacità giuridica, c’erano però anche “i liberi”, nati liberi o liberati dalla “schiavitù”, “i peregrini”, che erano gli stranieri del tempo, eppoi i cittadini romani…tante arcate e un solo impero.
Enrico Conte