“I cimiteri sono pieni di gente indispensabile” Una riflessione necessaria sul valore della trasmissione e dell’umiltà
di Antonio Pistillo
C’è una frase, ascoltata quasi per caso, che continua a tornarmi alla mente con la forza delle verità scomode:
«I cimiteri sono pieni di gente indispensabile». Una frase lapidaria, pronunciata senza giri di parole davanti a un gruppo di professionisti convinti di esserlo davvero, indispensabili. La reazione fu immediata e rivelatrice: sedie che si spostano, sguardi irrigiditi, tacchi che girano e una sala che si svuota.
Fine dell’incontro, fine del confronto.
Eppure, proprio lì, in quel gesto di abbandono, si nasconde il cuore del problema.
Viviamo in un tempo in cui l’indispensabilità viene spesso confusa con il possesso del sapere, con l’esperienza accumulata, con il ruolo ricoperto. Ci si sente centrali, insostituibili, perché si detiene una competenza, una posizione, una rete di relazioni. Ma la storia, quella vera, ci insegna altro: nessuno è indispensabile, mentre tutti sono temporanei.
Le comunità, le imprese, i territori, le professioni non si fermano davanti all’assenza di qualcuno. Si fermano, semmai, quando il sapere non è stato trasmesso, quando il testimone non è stato passato, quando la conoscenza è diventata privilegio invece che bene condiviso.
Il passaggio delle consegne non è un atto burocratico. È un gesto culturale. È una dichiarazione di fiducia nel futuro.
Trattenere le competenze, difenderle come se fossero proprietà privata, significa impoverire il contesto in cui si opera. Al contrario, condividere saperi e responsabilità significa costruire continuità, dare forza alle organizzazioni, rendere vivi i territori. C’è una grande differenza tra essere necessari ed essere generativi. Chi si sente indispensabile crea dipendenza. Chi è generativo crea autonomia.
E forse è proprio questo il nodo più difficile da sciogliere: accettare che il nostro valore non diminuisce se qualcun altro impara ciò che sappiamo fare.
Al contrario, aumenta. Perché il vero riconoscimento non sta nel restare soli al centro della scena, ma nel vedere altri camminare anche grazie a ciò che abbiamo trasmesso.
In un periodo prefestivo, tempo di riflessione e di bilanci interiori, questa frase assume un significato ancora più profondo.
Ci invita a rallentare, a guardarci dentro, a chiederci che tipo di segno stiamo lasciando. Non cosa possediamo, ma cosa stiamo donando.
Non quanto siamo indispensabili oggi, ma quanto saremo utili domani, anche quando non ci saremo più.
Se vogliamo davvero contribuire a cambiare lo stato delle cose nel lavoro, nelle comunità, nei territori dobbiamo partire da qui: dall’umiltà del sapere condiviso e dal coraggio del passaggio di testimone. Perché i cimiteri, è vero, sono pieni di gente che si credeva indispensabile. Ma il futuro appartiene a chi ha scelto di essere, semplicemente, necessario agli altri nel momento giusto, e poi capace di farsi da parte.