I classici nostri contemporanei

Tempio di Aphaia sull'isola di Aegina
di Paolo Protopapa
Sul Corriere della Sera del 27 settembre u.s., a corredo del libro ‘Il Lessico Dei Greci’, edito per i tipi di Raffaello Cortina, è comparsa una bellissima pagina dell’autore Giulio Guidorizzi, accademico e studioso noto e di alto spessore culturale, che sicuramente i nostri antichi compagni del Liceo ‘Francesca Capece’ di Maglie, letterati e grecisti, conoscono bene. In questo schizzo, di utile taglio divulgativo, Guidorizzi, tuttavia, non trascura, il rigore filologico e l’idea di un sentiero interpretativo che dal mito si incammina speditamente ‘oltre’ il mito. Più precisamente, da una lettura non solo filologica, bensì filosofica e critica del mito greco (il Simposio ne è felice paradigma metodologico), mira ad approdare all’attualità.
Eros, “energia invincibile connaturata alla materia” e, nella Teogonia esiodea, “il più bello degli immortali che scioglie le membra, e di tutti gli dei e di tutti gli uomini fiacca nel petto la mente e il saggio consiglio”, apre l’indagine. Eros viene tratteggiato da Saffo, la più grande poeta lirica greca, nella veste (in quanto portatrice di disordine) di “tempesta che scende dai monti e sradica le querce” come “dolce-amara invincibile belva”. Perciò esso è anche Afrodite, figlia della schiuma del padre evirato, ma anche ‘dolóplokos’, “orditrice di inganni” e, ormai – nell’avanzata esegesi filosofica platonica del Simposio – Eros figlio di Penía (mancanza d’amore) e di Póros (espediente e acquisto). D’altra parte, Giulio Guidorizzi appare molto abile nel proporre gli archetipi del tessuto mitografico senza forzature cerebrali e tecnicismi intellettualistici; lasciando scorrere storie, figure e intrecci con consumata perizia narrativa e didattica. È altrettanto ovvio, tuttavia, che per chi trascuri la potenza della conoscenza moderna sin dai fondamenti delle radici classiche, i miti potrebbero arrendersi alla banalità di una insipiente e superficiale lettura. Occorre, al contrario, ‘intus ire’, penetrare dentro. Poiché proprio ‘Tokalòn’, la bellezza della conoscenza, quale massimo bene erotico (e qui di nuovo Platone, Simposio), ci rimanda ai Greci e al loro peculiare, quand’anche non esclusivo, genio elaborativo. E da cui ci viene trasmessa la parte più significativa di tanti nostri saperi e poteri. A patto, naturalmente, che si colgano i nessi tra l’involucro materiale, inteso come fattualità contenutistica e costruzione ‘eidetica’ (forma).
Ognuno trovi, allora, il tempo di leggere questa pagina che titola: Trenta parole accompagnano la (nostra) civiltà figlia della Grecia (p.55).
Se non ci si vuole limitare – ma è già tanto! – ai racconti, più o meno interessanti dei miti, si deve, pertanto, cogliere il profondo nocciolo conoscitivo che essi nascondono. Un nodo filosofico, ossia teoretico ed epistemico che spetta a noi decodificare, reinterpretare, attualizzare. Perché i Greci (ma tutti i classici che come i Greci sono espressione di civiltà e di popoli veri, cioè altamente evoluti) non si limitano a raccontare cose. I Greci, molto più di altri popoli, perlomeno, in maniera più raffinata e, per così dire, specializzata di altri, inventarono soprattutto il modo stesso di raccontare miti, gratificandoci della più grande tecnica dell’intelligenza estetica e filosofica che potessimo ereditare in lunghi e complicati processi storici e intellettuali.
Forse Il Marx dell’Introduzione del 1857, alle prese con Ettore e Achille dell’Iliade – e che coniò en passant l’immagine dei Greci come “fanciulli normali” (né bambini ingenui, né giovani “saputi come vecchietti”) – neppure si accorse pienamente di quale formidabile categoria ermeneutica stava lanciando all’estetica occidentale. Si trattava di un’occasione euristica che raccordava il pensiero mitopoietico pimigenio con l’intimo bisogno immaginativo di una determinata coscienza che nel ‘fanciullo normale” greco rinnova perennemente “l’infanzia dell’umanità”.