I colossi tecnologici e la nuova egemonia finanziaria: tra legalità e rischio sistemico
di Zornas Greco
Destano oggi forti timori le attività finanziarie messe in campo dai grandi gruppi industriali e tecnologici, realtà che con la finanza non hanno un legame originario, ma che hanno imparato a utilizzarla con straordinaria efficacia, talvolta persino a scapito della stabilità del sistema stesso.
Secondo l’ultimo rapporto del Credit Suisse, ripreso dal Financial Times, colossi come Google, Amazon, Alibaba, Microsoft, Meta, Apple, Cisco, Oracle, Johnson & Johnson, Pfizer, Qualcomm, Amgen e Merck detengono nei paradisi fiscali circa 3.000 miliardi di dollari, una cifra pari al PIL combinato di Italia e Spagna. Si tratta di risorse accumulate in modo legale, grazie a legislazioni fiscali più favorevoli in alcuni Paesi, ma che rappresentano un potenziale pericolo per la stabilità monetaria: se utilizzate in modo strategico, potrebbero influenzare le politiche dei tassi delle Banche Centrali.
Queste liquidità non restano inattive: vengono impiegate attraverso fondi o strumenti derivati per acquistare quote di debito pubblico e, parallelamente, per riacquistare azioni proprie. Due pratiche consentite dalla legge, ma di elevata pericolosità finanziaria. L’acquisto sistematico di titoli di Stato conferisce a tali gruppi un potere enorme: la loro eventuale immissione massiccia sul mercato potrebbe provocare crisi sistemiche, costringendo i governi ad alzare i tassi d’interesse e innescando circoli viziosi per l’economia. L’Italia ne ha avuto un esempio nel 2011, quando lo spread superò i 560 punti, causando la caduta del governo Berlusconi e l’avvento di un esecutivo tecnico che, secondo molti osservatori, aggravò la situazione economica.
Il riacquisto di azioni proprie, pratica regolamentata anche in Italia, genera un aumento artificiale delle quotazioni, non legato a reali miglioramenti aziendali. Questo consente alle imprese di emettere obbligazioni a tassi bassi, raccogliendo ulteriore liquidità da reinvestire nel riacquisto di azioni e nel debito pubblico. In tal modo, i grandi gruppi consolidano una posizione dominante, avvicinandosi sempre più al ruolo di veri e propri attori finanziari. Alcuni di essi, secondo il Credit Suisse, detengono già più titoli di debito pubblico rispetto a banche storiche come Bank of America, JP Morgan, Wells Fargo o Bank of New York Mellon.
La trasformazione di questi colossi industriali in colossi finanziari appare ormai vicina. La finanza tradizionale, che ha costruito la propria fortuna prestando denaro al sistema produttivo, si trova ora di fronte a un competitor dotato di liquidità immensa e capacità di influenza globale. È probabile che si cerchi un accomodamento tra le parti, con una spartizione dell’egemonia mondiale, ma resta il rischio che qualcuno tenti di prevalere con mosse destabilizzanti.
Il problema centrale è l’assenza di regole efficaci per contenere il rafforzamento illimitato di queste realtà, che rischiano di compromettere la qualità della vita e la stessa democrazia, sostituendola con una “dollarocrazia”. Le nuove frontiere del pensiero sociale dovrebbero orientarsi verso formule capaci di ridurre le disuguaglianze e stimolare la solidarietà, ma la loro diffusione appare difficile in un contesto in cui i mezzi di comunicazione sono controllati dagli stessi attori dominanti.