I fuochi del Salento
di Paolo Protopapa
Quasi tutti i ricordi lontani, in particolare quelli dell’infanzia, sono estivi. Come se la luce se ne volesse impadronire per toglierli dal buio dell’oblio e illuminarli. Ricordi invernali, grigi, brumosi sono rari, molto rari, perché il tempo li ha rimossi e relegati nelle tristezze spiacevoli della vita e non sono resuscitabili.
“Erano infuocate le tue estati salentine?” I luoghi che le abitavano di che colori prevalenti erano adornati? Quale intensità o rarefazione di tinte prevalevano? Io questo interrogativo me lo ripeto da anni, richiamando adesso la voce interiore di tanti amici e rimandandole a gran parte di quelle giornate lunghe tra luglio e agosto, accanto al volto illanguidito degli altri allora presenti. In questo modo io risveglio, con la curiosità riportata ad una immediatezza ormai impossibile e traslata all’incontrario, molti segni che sembravano spenti. Spenti, ma non morti, solo dormienti e quieti.
Dentro di noi si realizzano sinestesie, perciò mi viene in mente un insieme dinamico di sensazioni che si intrecciano. Ora, proprio in questo intreccio, colto adesso alla ‘controra’, mi parla un silenzio sordo, totale, come di un tempo dal timbro bianco, spettrale. Ciò che è possibile perché non fa semplicemente caldo, un denso caldo asfissiante e sciroccale, bensì esplode la canicola feroce che ti azzanna il respiro.
Era , dunque, così, quell’ incendiato fuoco del Salento, quando adolescenti rubavamo pere ‘petrucine’ dolcissime negli uliveti arsi. Ci bagnavamo alle fontane pubbliche, allora generose, e nei fossi gelidi dei verdurai discoli. Rubavamo financo ai carabinieri, se rimaneva trascurato il secchio, l’acqua da bere dalla cisterna filtrata del Municipio.
Ricordàti così, dentro remote occasioni di penuria e miseria, niente sembrava lenire l’assenza livida di ristoro e di fresco estivo. Nonostante l’anguria, riposta nella buca del mare; e la neve nella ciotola militare, grattata alle tre meridiane, che ti strappava il sorriso. Era sì caldo. Caldissimo. E i vecchi (che poi erano i nonni con le maglie di lana grezza) ostentavano improbabili frescure. Più caldo di ora – sembrerebbe – abbandonati (come eravamo) alla mancanza di refrigeri tecnici sicuri. Anche se i vecchi ribadivano che “Lu caddu tocca ‘llu fazza. Sennò c’estate ete?”.
Poi, certo, si dormiva a terra o sul battuto di cemento; sui marmi lisci e scuri che illudevano l’afa e, a meriggio, l’autobotte del Comune seminava catinelle d’acqua in paese. Bastava non bere “per non sudare”, come ci consigliavano pessime apprendiste sapienti. Insomma, era più caldo allora o è più caldo adesso, nel ristoro portentoso di mille artifici e sussidi e cataplasmi e magici decotti freschi?
La scienza ce lo conferma. Sì, oggi è più caldo e io ci credo, senza ombra di dubbio. Anche se a noi manca tanto il caldo pungente e giovane, quello di una volta, ma che non torna più.