I nomi e le loro cose. Paesaggi di mare
Tafaluro di Sant'Andrea Foto di Visit-Melendugno-Tafaluro-Zuccala
di Paolo Protopapa
Nel guardare immagini e paesaggi antichi non proviamo solo nostalgia, ma forse anche malinconia, se e quando la nostalgia si intreccia con una tristezza leggermente amara. Perché è questo il metro che colora e scolora il tempo che continua ad andare. Capita anche con il Tafaluro di Sant’Andrea in agro di Melendugno – che sentimmo sempre chiamato così – e che in una foto di cento anni fa (1927, mi pare) non era ancora un isolotto, ma un ritaglio di roccia costiera legato alla spiaggetta mite della Punta da una lingua sottile di pietra affiorante. Non sono riuscito a decifrare il significato. Forse esso è attinente alla morfologia, una sorta di animale mostruoso, oppure ad una qualche funzione topografica di orientamento, oppure al tipo di pietra, oppure…
Certo che per primi dovremmo interpellare i borgagnesi, ma neanche, poi, perché noi martanesi abbiamo da sempre eletto Sant’Andrea a nostro borgo marino familiare. Anche quando Otranto e San Foca e gli a-Limini (‘verso le paludi’) e Roca e Torre dell’Orso erano i nostri mari dove giungevamo in biroccio. Da qualche anno il suggestivo, fascinoso Tafaluro viene rassomigliato dai turisti e, in generale, dai forestieri, alla Sfinge. Straordinario enigma pietrificato e allegorico da sempre. La sua nominazione totalmente inventata dal consumismo visivo, che pretende di riscrivere i luoghi, non tradisce, tuttavia, il mistero di Tafaluro. Forse lo carica di un’ulteriore eccedenza semantica. Semmai va ulteriormente inclusa l’intitolazione, assai recente ma codificata da tempo, di Giardinetti. Un giardino marino come un laghetto tra le alghe e gli scogli di acque verdissime e luminose. E lì accanto, verso il sud della Punticeddha, l’ignoto a tutti (tranne che a due giovani di allora) Bagno della Regina.
Qualcosa di analogo lo troviamo un po’ più in là, però a nord, appena dopo il Faro e il Canalone, nella deliziosa caletta che dal Pepe si estende ai Bastimenti sino alla Colonnina, in linea d’aria a ridosso dell’ultima punta che nasconde Le Due Sorelle a guardia de ‘L’Ursu’ o Torre dell’Orso in dialetto. Si tratta di due solitari faraglioni cuciti in una struggente leggenda presso la Grotta di San Cristoforo, ricca di preghiere e graffiti per marinai protesi in avventure. L’anfratto del Pepe è detto così perché le spezie del vicino Oriente epirota, tramite i bastimenti, appunto, sbarcavano qui; insieme ad equini da tiro e, nel baratto, in cambio ricevevano prodotti agricoli e acqua di scorta. Sarà vero? Un vecchio pescatore melendugnese, Niceta, ci disse che lì vicino, o di fronte all’Arco (oggi detto ‘dell’Amore’, altro falso toponimo!), tra le Tamerici o tàmari, c’era un rigoglioso e antico albero del pepe.
“Nomina sunt consequentia rerum'”, i nomi sono conseguenza delle cose, dicevano i Latini. E se, invece, dicessimo noi con piglio nominalistico, “Res sunt consequentia nominum?”, cioè le cose e, addirittura, i luoghi fossero conseguenza dei nomi?
E i nomi si fanno da soli, oppure sono il risultato dell’incontro tra noi e ciò che ci circonda?
Certo è che tutto ciò che comprendiamo col nome di ‘paesaggio’ è paese. E questo termine ha una radice linguistica che indica la fissazione di un paletto, conficcato nel terreno. Un confine, insomma, che divide, ritaglia, distingue e, forse, protegge e delimita spazi e interessi, beni e proprietà. Pare che il territorio stesso, fatto di confini, derivi (o produca) il verbo “terreo”, atterrire, impaurire, difendere e/o terrorizzare. Così, tra un paesaggio e l’altro, tra Sant’Andrea e, magari, Otranto e Roca, i Greci e i Messapi disegnavano fascinosi confini.
Dal Califona, remoto fiume della gravina, nelle sere di luna scende lenta ancora oggi la nenia “Vitti la mia Furtuna…”.