IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista culturale online di filosofia, letteratura, arte e dialogo mediterraneo

I Promessi Sposi nelle Indicazioni Nazionali per il Curricolo 2025 per  l’italiano nei Licei

I Promessi Sposi nelle indicazioni nazionali per il Curriculo 2025

Classico contemporaneo, pilastro della identità culturale e letteraria italiana?

di Vincenzo Fiaschitello

Sinossi

L’articolo intende fare riferimento al piano di studi di italiano delle Indicazioni Nazionali per il curricolo 2025 nei licei, nella sua redazione definitiva inviata al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione(CSPI) per il prescritto parere, prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. In particolare si occupa del dibattito che ha fortemente interessato il mondo della scuola e l’opinione pubblica riguardo alla esclusione o comunque a un ridimensionamento della lettura e studio de I Promessi Sposi. Resta l’obbligo scolastico della lettura del testo classico nel biennio (i primi due anni del liceo). Si discute della scelta del fiorentino da parte del Manzoni e si accenna alla critica del glottologo G. I. Ascoli e alla sua difesa dei dialetti.

Non si ritiene attendibile la tesi della distanza tra il nucleo del pensiero del Manzoni e la sensibilità dei giovani del nostro tempo per respingere il romanzo: il cristianesimo venato di giansenismo è interpretato non in senso paternalistico, ma come una visione della storia umana che è tragica, complessa, non esente dal dolore e dalla sofferenza. E questo è un modo molto moderno che richiama una teologia contemporanea come quella di K. Rahner, che osa spingersi fino a dichiarare che la chiesa del futuro si salva solo se si abbandona la speculazione intorno al divino e si sollecita il colloquio interiore, il silenzio.

L’ultima sezione è dedicata alla didattica e alla metodologia con il suggerimento di alcune strategie nuove che possono meglio aiutare i docenti a tenere vivo l’interesse degli studenti per il romanzo.

La prima versione del capolavoro del Manzoni dal titolo Fermo e Lucia, rimasta inedita fino al 1915, risale agli anni tra il 1821 e il 1823, mentre le due edizioni principali sono quelle del 1827 (detta la ventisettina) e quella definitiva (la quarantina), pubblicata a dispense tra il 1840 e il 1842. Facendo, dunque, riferimento a quest’ultima, il romanzo non tocca ancora i due secoli. Definito un “classico” sin dalla sua diffusione, amato anche dal pubblico non colto grazie alle sue vivaci illustrazioni e narrazioni dei personaggi e degli episodi più coinvolgenti emotivamente, è stato a lungo oggetto di studio da parte di autorevoli critici, tra i quali: Ezio Raimondi, Giovanni Getto, Francesco De Sanctis, Luigi Russo. Attilio Momigliano.

Tali pietre miliari della critica manzoniana hanno certamente consolidato la fama del romanzo, fino a diventare un obbligo, presente nei programmi della scuola secondaria di secondo grado (ginnasio). I Promessi Sposi, dunque, un dovere scolastico pur se non sempre accolto con piacere dagli studenti. Al di là del fatto che qualsiasi imposizione, anche se inizialmente piacevole, diventa con il tempo poco gradita, per il romanzo manzoniano bisogna ammettere che spesso l’interesse degli studenti è andato scemando, a causa di una inadeguata o errata strategia didattica di docenti poco motivati o per ragioni ideologiche o per scarsa competenza culturale. Si potranno giustificare i primi, ma non certo i secondi, quando in realtà si allontanavano dal profondo messaggio e dal cuore del romanzo, per trasformare il testo in meschine e inconcludenti prove di memorizzazione, nel senso di concentrare tutta l’attenzione degli studenti attorno a particolari minuti di secondaria importanza.

L’introduzione dell’obbligo di leggere I Promessi Sposi nella scuola ebbe inizio con i Programmi ministeriali degli anni settanta dell’Ottocento. Il regno d’Italia era nato nel 1861 e con la presa di Roma nel 1870 si era fortemente consolidato politicamente, ma all’unità mancava l’elemento fondamentale: la lingua. Il nuovo regno non aveva una unica lingua: dalla Val d’Aosta alla Sicilia, i dialetti erano lo strumento di comunicazione del popolo. Era necessario puntare sulla istruzione per abbattere l’altissimo tasso di analfabetismo e sperare di estirpare i dialetti attraverso l’uso esclusivo della lingua nazionale. Per far questo, al nuovo Stato parve naturale adottare un indirizzo politico accentratore: programmi, libri scolastici, organizzazione, didattica, tutto doveva essere identico dalle piccole e grandi città del nord, fino a quelle del sud.

E’ noto che per la questione della lingua, il Manzoni svolse un ruolo centrale. Il ministro dell’istruzione Emilio Broglio conferì l’incarico all’illustre scrittore di esporre le proprie idee sulla lingua ufficiale che il nuovo Stato avrebbe dovuto adottare. Nacque così la famosa relazione “Dell’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla” del 1868, che ha inizio con una importante osservazione: “una nazione dove siano in vigore vari idiomi e la quale aspiri ad avere una lingua in comune, trova naturalmente in questa varietà un primo e potente ostacolo al suo intento”(A. Manzoni, Opere, Milano, Mursia, 1965, p.971). La relazione prosegue riconoscendo tale necessità, sostenuta dalla maggior parte degli intellettuali, ma “quale poi essa sia, o possa, o deva essere, se ne disputa da cinquecento anni”.

Individuato il problema principale (l’ostacolo dei dialetti), il Manzoni dopo aver illustrato i due splendidi esempi della lingua latina e della lingua francese per non essere tacciato di municipalismo, avanza la sua proposta: il fiorentino parlato dalle persone colte come modello linguistico nazionale per l’Italia unita. Manzoni con lucidità e fermezza sancisce la fine di quella arcaica, ampollosa e retorica prosa letteraria del Cinquecento e del Seicento e suggerisce  i mezzi per la realizzazione del progetto, non più semplicemente linguistico, ma politico e sociale, mezzi condivisi dai due amici Ruggero Bonghi e Giulio Carcano: redazione di un dizionario basato solo sul fiorentino; insegnanti toscani disposti a trasferirsi nelle scuole primarie delle diverse province; conferenze e letture di classici e di libri moderni da parte di maestri nati ed educati in Toscana; abbecedari, catechismi, informazioni al pubblico scritti o riveduti da toscani; soggiorni di studio a Firenze per docenti di altre regioni in premio del loro impegno per la diffusione della lingua italiana; provvedere affinché tutte le scuole abbiano per ciascuna classe esemplari del nuovo vocabolario (Giorgini-Broglio). In linea con tali idee, il Manzoni non esitò a procedere ad una paziente revisione del suo capolavoro, nota con la celebre espressione: “risciacquatura dei panni in Arno”.

Una delle voci più autorevoli avverse alla proposta del Manzoni fu quella di Graziadio Isaia Ascoli, il quale respinse il metodo manzoniano per unificare l’Italia dal punto di vista linguistico. Secondo l’illustre glottologo, i dialetti anziché costituire un ostacolo per arrivare ad una lingua comune, sono la base di partenza per l’educazione dei cittadini. Non si può imporre dall’alto per decreto una lingua. L’unità della lingua è un processo lento e profondo: la frammentazione linguistica più che una malattia da curare è una ricchezza storica da valorizzare.

La critica di Ascoli nasce, dunque, da una visione completamente opposta a quella del Manzoni, ma finì con il soccombere perché lo Stato non poteva attendere: era necessaria una soluzione rapida e pragmatica, come per tante altre questioni che affliggevano il paese, come quelle economiche, sociali, militari, ecc.

La riforma Gentile del 1923 confermò la centralità del romanzo, considerandolo un pilastro irrinunciabile della identità linguistica e culturale dell’Italia. In sintesi, questi i “fatti storici”, tra l’altro ben noti, che hanno sorretto l’affermazione del romanzo manzoniano fino ai nostri giorni.

Oggi, in vista della prossima pubblicazione delle Indicazioni Nazionali per il curricolo per i licei, già sin dalle prime notizie sulle bozze (aprile 2026), le critiche al romanzo, ritenuto magari ancora un classico ma non più “contemporaneo” perché lontano dalla sensibilità ed emotività dei giovani del nostro tempo, sembravano aver avuto la meglio in favore di uno slittamento dal secondo al quarto anno superiore, affiancato a letture di altri romanzi di autori più recenti. Senonché, dopo un ampio dibattito, il testo definitivo delle Indicazioni Nazionali per i licei relativo all’italiano, inviato per il parere al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI), lascia sostanzialmente immutata la disposizione della lettura del romanzo come obbligo scolastico nel biennio (i primi due anni del liceo). Giusto, sbagliato?

Ciascuno può farsi una opinione personale, oggettiva e responsabile tenendo conto di alcune delle seguenti doverose riflessioni.

Intanto cominciamo col dire che I Promessi Sposi per due secoli sono stati considerati un classico: come si fa ad accettare l’idea che il romanzo possa essere eliminato o comunque emarginato solo perché non risponde a un criterio di “contemporaneità”. Allo stesso modo dovremmo eliminare Omero, Virgilio, Seneca, Dante, ecc.. Un classico si legge, si studia, perché è un classico. Italo Calvino nel suo famoso saggio “Perché leggere i classici” sosteneva che i classici sono quei libri di cui si sente sempre il bisogno di rileggerli, perché non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire. La rilettura offre sempre nuovi significati, profonde risposte alle domande dell’umana esistenza.

Non possiamo ripetere, per esempio, gli errori clamorosi del XVII e del XVIII secolo quando La Divina Commedia fu quasi completamente dimenticata perché espressione culturale di un’epoca, quella medievale, ritenuta oscurantista, non illuminata dalla ragione. Se poi il tentativo di eliminare o comunque ritardare lo studio di un testo letterario è legato alla difficoltà di comprensione a causa della giovane età degli studenti, è possibile pensare che alla base di tale convinzione vi sia una errata interpretazione di un fondamentale principio pedagogico: il bambino, il fanciullo, l’adolescente, deve apprendere in maniera attiva. Già Platone scriveva che il pedagogo doveva fare in modo che il discepolo apprendesse quasi “come se giocasse”. La scuola, che ha voluto accettare in senso letterale tale suggerimento, ha finito con l’intendere che è indispensabile eliminare ogni sforzo nell’apprendere. E questo è certamente errato se è vero che la costruzione del sapere è sempre frutto di impegno, di fatica, di costante applicazione. Ciò non toglie, tuttavia, il dovere del docente di suscitare e mantenere vivo l’interesse del discente. Più la meta (la conoscenza) è ardua, più si forma la forza psichica per raggiungerla, per cui non si deve aver paura di sottoporre a sforzo la mente dello studente. Mi sembra perciò apprezzabile il dietrofront del ministro, rispetto al testo delle bozze, di lasciare nel biennio la lettura integrale o per estese sezioni.

Passiamo ora a valutare con attenzione un altro motivo che ha guidato coloro che si sono battuti in favore della emarginazione del romanzo dalla scuola: l’ostacolo linguistico. E’ stato detto che il fiorentino del Manzoni risulta risciacquato ma artificiale. Non è la lingua viva parlata dal popolo che si rinnova da un giorno all’altro, ma è quella dei dotti e comunque sempre rispettosa dei limiti imposti dall’Accademia della Crusca. Al di là dell’operazione della risciacquatura, vera o illusoria, ritengo che il Manzoni da fine letterato del suo tempo (non si dimentichi che ancora in una lettera di ringraziamento sulla lingua italiana al sig. Cavaliere Consigliere Giacinto Carena si firmava Devotissimo, obbligatissimo servitore Alessandro Manzoni), rinnovi completamente la prosa quasi come se fosse il “traduttore” di una realtà, nel senso che i termini che andava scegliendo per la sua narrazione, dovessero rispecchiare quel mondo terribilmente concreto che lo circondava (una terra fatta di contadini, di campane, di fame e di devozione quotidiana), senza alcuna preoccupazione retorica e astratta.

Ancora prima di ciò che oggi conosciamo grazie a discipline all’avanguardia come la neuroestetica (fondata dal neurologo Semir Zenik che, studiando le basi biologiche e neurali dell’esperienza estetica, ha analizzato ciò che accade nel cervello umano quando leggiamo o contempliamo un’opera d’arte), Manzoni intuiva che le scelte linguistiche dovevano essere strettamente legate allo specifico “habitus culturale” del suo tempo che era basato sulla vita semplice del popolo  minuto, sulla tradizione, sulla religione. Secondo tale prospettiva, la sostituzione di una parola lombarda con un’altra fiorentina e per giunta del fiorentino colto, non credo che in fondo potesse modificare di molto il valore del capolavoro.

Ma c’è di più che una semplice quanto importante questione linguistica, tanto che possiamo affermare senza timore di essere smentiti che il capolavoro del Manzoni è un vero e proprio laboratorio critico, filosofico, che interroga la storia e l’umana esistenza.

Com’è noto, il 1810 è per il Manzoni una data importante, cioè l’anno della sua conversione, insieme con la moglie Enrichetta Blondel. Per motivi familiari, Manzoni era a lungo vissuto a Parigi, dove aveva avuto occasione di frequentare i più famosi salotti come quello di madame de Condorcet e conosciuto influenti intellettuali come Claude Fauriel (esponente del sensismo), condividendo le idee dell’illuminismo, ma anche affascinato dal pensiero di Pascal e di Bossuet e dunque del giansenismo di Port-Royal. Immerso in un tale clima culturale è presumibile che egli, giovane e brillante nipote per parte materna di Cesare Beccaria, potesse avere tra l’altro conoscenza anche dei grandi classici della letteratura libertina francese e inglese che, nonostante la censura, circolavano direttamente, primi fra tutti quelli del marchese de Sade. Questo per fugare ogni convinzione errata che il Manzoni avesse ricevuto una formazione culturale e spirituale, limitata esclusivamente alla morale religiosa. Quando, dopo il 1810, matura l’idea di un romanzo con i due personaggi di Renzo e Lucia, egli ha fatto le sue scelte: l’osservazione della concreta realtà, la vita dura e difficile della gente comune, la morale cattolica venata di quella drammaticità propria del giansenismo.

Tali fondamentali scelte esistenziali faranno da guida al Manzoni non solo per quel che riguarda la visione del mondo, ma anche la struttura formale del suo capolavoro a partire dalla lingua. Pienamente consapevole che il romanzo fosse destinato a una comunità ricevente, orientata alla tradizione, improntata alla povertà, alla sofferenza, alla rinuncia, alla speranza di una migliore seconda vita, Manzoni intuisce l’importanza di mantenere una sorta di compatibilità con la sensibilità dei suoi virtuali lettori. Ivan Pozzoni, in un recente articolo in cui si è occupato del dibattito scientifico attorno alla questione della traduzione, sulla scia di studiosi come Sener Zeki e Yves Gambier, ha scritto: “le configurazioni linguistiche e narrative influenzano l’attivazione dei meccanismi di elaborazione emotiva e dell’empatia”. Sembra proprio che già il Manzoni avvertisse qualcosa di simile per cui, per esempio, offre solo implicitamente quelle dinamiche carnali che si possono immaginare nell’episodio della monaca di Monza. Nel testo manzoniano c’è tutta una regolarizzazione sintattica mirante ad attenuare l’abuso erotico, la fragilità e la violenza dei fatti narrati, allo scopo di rispettare e non perturbare oltre un certo limite la sensibilità del popolo umile, contadino, caratterizzata dalla morale cattolica.

Nel saggio del 1819 “Osservazioni sulla morale cattolica”, Manzoni demolisce il giudizio negativo dell’illuminismo che attribuiva i mali della società alla morale cattolica. E’ la fede cristiana, fondata su una verità assoluta e soprannaturale che porta e rafforza il principio di amore e di giustizia, in difesa dei deboli contro ogni forma di prepotenza di chi possiede il potere. Non c’è chi non veda come queste idee costituiscano un pilastro fondamentale nella narrazione manzoniana: la presenza del bene e del male, l’amore e la carità per il prossimo, il senso della giustizia, la fiducia nella Provvidenza, la certezza di una vita ultraterrena. Motore teologico del romanzo è il cattolicesimo ereditato dal giansenismo: rifiuto del pensiero di Rousseau che parlava di una natura originaria dell’uomo, buona ma corrotta dalla società; la storia umana è intrinsecamente corrotta dal peccato originale per cui spesso la società, gli stati e le loro leggi sono strumento di sopraffazione per gli umili; la salvezza dell’uomo è un dono gratuito della Grazia; rigetto radicale delle logiche di violenza del mondo. E tuttavia il romanzo si snoda lungo una linea di ottimismo, sia pure drammatico, a causa della complessità dell’esistenza, della presenza del dolore (peste, carestia, ingiustizia), dei guai che sempre colpiscono l’uomo. Il ruolo della Provvidenza, niente affatto automatico, non è quello del deus ex machina che risolve ogni problema dei buoni, che interviene ogni volta per tenere lontano la sofferenza, il pericolo, ma da un lato è quello di spezzare l’orgoglio dei potenti e dall’altro quello di operare una metanoia interiore degli uomini che in Lui confidano. Il dolore per i buoni diventa uno strumento di maturazione spirituale e di giustificazione poiché ciascuno è chiamato a compiere una scelta morale tra il bene e il male (libero arbitrio).

Da quanto evidenziato sopra, possiamo dedurre che I Promessi Sposi non è un romanzo consolatorio, ma piuttosto tragico, perché mette a nudo la fragilità dell’uomo, la violenza del potere con le sue immancabili storture dalle conseguenze dolorose per gli umili.

E’ un romanzo ironico soprattutto quando l’antilluminismo dialettico del Manzoni ridicolizza la morale utilitaristica di Helvétius, che si fonda sul calcolo dell’interesse personale e sulla ricerca della felicità pubblica. Il personaggio di don Ferrante, intellettuale dogmatico, libresco, rappresenta efficacemente il fallimento della illusione che gli schemi razionali e astratti, vagheggiati dalla filosofia illuminista, possano estirpare i mali della società, ignorando la complessità e la drammaticità del reale. Dalla radicale condanna del sistema filosofico dell’illuminismo che si affida alla ragione per giudicare la storia sulla base di astratte categorie, ritenendolo un cammino lineario verso il progresso, Manzoni prende lo spunto per una satira della superbia illuminista, non con tono paternalistico, come da più parti gli viene rimproverato, ma con realismo cristiano e, partendo dall’indagine empirica della vita umana, non esente dal male, demistifica pregiudizi e fanatismo e si affida alla vera e unica morale razionale che è quella evangelica: la giustizia ultraterrena.

Per tutto ciò, ovviamente, I Promessi Sposi non è nemmeno un romanzo idillico, sentimentale, romantico, proprio perché, come scrive F. De Sanctis, il tumulto, e non solo quello di S. Martino, è sempre in primo piano in forma di continui ostacoli e guai che accompagnano fino all’ultimo i protagonisti del capolavoro manzoniano.

E’ certo che sia da considerare un romanzo storico, perché è chiara la volontà del Manzoni di introdurre in Italia una letteratura già diffusa in Europa ad opera di Walter Scott, autore del romanzo Ivanhoe, in cui l’invenzione narrativa è unita alla verità storica. Manzoni intreccia senza stridori le vicende di pura invenzione con i fatti storici realmente accaduti nel milanese tra i 1628 e il 1630 (la carestia, la sommossa popolare di S. Martino, le guerre per la successione al ducato di Mantova, la discesa dei Lanzichenecchi, la peste). Con I Promessi Sposi, Manzoni inaugura quel filone letterario nel nostro paese che ha avuto un notevole successo, come l’Ettore Fieramosca del D’Azeglio, fino a quelli più recenti come Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli, il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, I Viceré di Federico De Robertis, La Storia di Elsa Morante, i romanzi di Umberto Eco, ecc. Non possiamo dire che leggiamo queste opere per documentarci sugli eventi storici. La verità letteraria non è la verità storica, è una verità altra. Se vogliamo conoscere il profilo storico del cardinale Borromeo, non possiamo fermarci al ritratto delineato dal Manzoni, ma dobbiamo ricorrere al lavoro degli storici e così per la situazione di Milano al tempo della presenza degli spagnoli, ma il rimprovero che il cardinale Borromeo fa al povero e timoroso parroco don Abbondio, il delizioso “adelande Pedro cum juicio” di Ferrer al suo cocchiere, durante l’episodio dell’assalto al forno da parte di una folla affamata e inferocita, sicuramente non li troveremo in nessun libro scritto da uno storico. Questa è letteratura!

Occorre osservare che ciò che è fortemente innovativo nella struttura storica è la presenza di gente comune, di persone umili, sempre ignorate dalla storia ufficiale, figure divenute protagoniste sullo sfondo reale politico sociale, che incarna lo spirito del tempo.

Questo partire dal basso naturalmente fa parte di quella visione cristiana del mondo che anima il romanzo con la fede in Dio e l’azione della Provvidenza. Tale svolta storica consente al Manzoni di avvicinarci con semplicità pragmatica, realistica, attraverso la rappresentazione dei suoi personaggi, a sentimenti profondamente religiosi e umani quali: l’amore, la carità, la sofferenza, la gioia, la morte.

A questo punto è lecito domandarsi: può un classico come I Promessi Sposi essere ritenuto “superato”, lontano dalla sensibilità dei nostri giovani di oggi? Con il presente disastro culturale, psicologico, esistenziale, aggravato dalla crisi della famiglia, i giovani, condizionati dai social e dai prodotti sempre più sofisticati delle piattaforme tecnologiche dell’intelligenza artificiale, a quale fonte originale e credibile possono attingere per controllare le loro emozioni naturali e apprendere i sentimenti? Questi ultimi non sono dati dalla natura come le emozioni, ma sono il frutto della cultura. E dove possono trovare le occasioni più preziose per costruire tale cultura, se non nella contemplazione della bellezza dell’arte, della musica, della pittura, della letteratura? Fondamentale è, dunque, leggere e studiare con impegno i classici della letteratura e tra questi, per le motivazioni sopra descritte, anche il romanzo del Manzoni.

Aggiungerei anche un’altra importante motivazione, finora scarsamente posta in evidenza, che contribuisce a rendere l’opera più che attuale. Un teologo del nostro tempo, Karl Rohner, ha scritto che oggi manca una teologia capace di fare poesia e che occorre abbandonare la speculazione intorno al divino per ritrovare la strada del colloquio con Dio, che è in fondo la strada dell’arte, della poesia. Questa è la via spirituale, secondo il teologo, della Chiesa del futuro che sperimenterà l’essenzialità del silenzio interiore per farci conoscere l’abisso di amore e di speranza di cui l’uomo ha bisogno, non tanto il dato della fede tramandata dall’insegnamento tradizionale. Non più un metodo scolastico che procede dall’alto, ma un metodo antropologico che procede dal basso, come contatto esperienziale di vita e verità. Ancora una volta mi piace, dunque, segnalare in Manzoni l’intuizione formidabile di un modo simile di intendere la fede cristiana, che appunto registra una sorprendente attualità: basti pensare allo straordinario “silenzio” di due personaggi del romanzo.

Il primo lo troviamo nella descrizione della conversione dell’innominato, un silenzio che certamente immaginiamo maturato da qualche tempo e poi esploso nel corso della famosa notte di veglia, in cui il pensiero correva alla sofferenza della prigioniera rinchiusa in un angolo del suo castello, un silenzio improvvisamente spezzato dal suono festoso delle campane, che finalmente tocca la sua volontà, spingendolo all’azione che cambierà la sua vita.

Il secondo è quello della madre di Cecilia. L’indubbia commozione, che afferra chi legge quell’episodio terribile della peste, nasce proprio dal “sentire” l’impressionante silenzio della donna che scende le scale della sua casa, tenendo tra le braccia il corpo di una bambina vestita come per andare a una festa: nessun urlo, nessun gesto straziante, nessuna manifestazione esteriore di dolore; la donna avrà sperimentato l’abisso del suo dolore nella sua interiorità in ogni momento reale delle azioni collegate alla vestizione. Sarà solo un filo di voce a interrompere quel silenzio, quando allontana da sé il monatto che intende prendere la bambina e gli raccomanda di seppellirla senza nulla togliere, e poi di venire verso sera a prendere lei e gli altri. E’ la fede cristiana che sa cos’è la morte!

In conclusione, le riflessioni sopra evidenziate probabilmente inducono il lettore ad assumere nel dibattito odierno una posizione favorevole a mantenere nella scuola, come in passato, l’obbligo di leggere e studiare il capolavoro del Manzoni. Anzi qualcuno potrebbe dire non solo di non lasciare ma anche di raddoppiare, nel senso di favorire un incremento dell’impegno degli studenti. Si può essere d’accordo, ma, credo, a condizione che si rinnovi la didattica e l’approccio metodologico, cioè il modo in cui spesso purtroppo si è insegnato, ricorrendo a percorsi niente affatto interessanti, noiosi e ripetitivi con il proporre schemi, riassunti, schede, confronti tra personaggi, basati non su fondamentali caratteristiche psicologiche ma su particolari minuti e scarsamente significativi, valutazioni rilevate non da specifiche discussioni ma da test con item spesso inappropriati costruiti con discutibile abilità, senza una adeguata preparazione docimologica. Con questi ultimi non si valuta affatto quello che è il cuore del romanzo, la ricchezza della prosa, la storia, la morale, la religione, la totalità dell’immaginario collettivo, fondamento della cultura.

L’innovazione didattica e metodologica che, dunque, potrà ottimamente giustificare la continuità dello studio de I Promessi Sposi, dovrebbe fondarsi su strategie più attraenti ed efficaci che le nuove tecnologie ci mettono a disposizione, come per esempio l’uso di audiovisivi, l’ascolto di brani dell’opera letti da attori,  la traduzione nel linguaggio giovanile di dialoghi e brani di letteratura ottocentesca, le discussioni per gruppi di studenti che sostengono tesi contrapposte su tematiche che emergono dalla narrazione: la distanza culturale e ideologica dal nostro tempo, le digressioni storiche che spezzerebbero il ritmo della narrazione, il confronto del personaggio di Lucia con i modelli di donna contemporanea, la violenza del potere, la giustizia, il confronto tra la morale della tradizione e la morale personale e sociale della nostra società pluralista e secolarizzata, ecc. Non c’è dubbio che tutto ciò e altro che può venir fuori da docenti preparati e motivati, costa fatica, impegno, passione. Ma la scuola è nata proprio per questo, per trasmettere e condividere con i giovani quella cultura formativa che si costruisce non eliminando le difficoltà intellettuali, ma accettandole come sfida da vincere perché ciascuno realizzi la propria libertà di pensiero.

Bibliografia

  1. Manzoni, Opere, Milano, Mursia, 1965

G.I. Ascoli, Convegno nel centenario della morte. Accademia Nazionale         dei Lincei, Roma, Ed. Scienze e Lettere, 2010

S. Zeki, Con gli occhi del cervello, Roma, Di Renzo editore, 2026

F. De Sanctis, Alessandro Manzoni, Bari, Laterza, 1953

K, Ranher, Che cosa dobbiamo fare, Brescia, Queriniana, 1975

K. Ranher, K.H. Wager, Problemi di fede della nuova generazione, Brescia, Queriniana, 1982


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