“I Promessi Sposi”: un capolavoro… di esagerazione?
Una provocazione di Lunetta Milù
C’è un libro che ogni italiano ha letto. O meglio: ha tentato di leggere, ha maledetto, ha sottolineato con l’evidenziatore nelle scuole superiori, ha cercato di riassumere con Wikipedia prima di un’interrogazione. Stiamo parlando, ovviamente, de I Promessi Sposi. Il romanzo “fondante”, “simbolo della lingua italiana”, “immortale pilastro della nostra cultura”. Insomma, un mattone da 700 pagine a cui si accede più per obbligo scolastico che per libera scelta. Ma siamo davvero sicuri che questa monumentale opera sia davvero il capolavoro che ci vogliono far credere?
Sì, perché a pensarci bene viene il sospetto che la fama di Alessandro Manzoni, e della sua opera maggiore, sia frutto di un curioso fenomeno tutto italiano: basta che due o tre critici con la giacca di velluto e la voce da doppiaggio diano il loro beneplacito, e subito tutti a incensare, lodare, venerare. L’effetto domino della reverenza intellettuale. Un’eco che dura da secoli, alimentata da manuali scolastici, docenti ligi al dovere e programmi ministeriali immutabili, quasi sacri. Un po’ come il panettone a Natale: lo mangiamo tutti, ma quanti lo amano davvero?
Prendiamo I Promessi Sposi. Una storia d’amore (Renzo e Lucia) interrotta da forze esterne malvagie (Don Rodrigo, la carestia, la peste, lo Stato), ambientata in un Seicento cupo e malato. Tutto molto nobile. Peccato che i protagonisti siano dotati del carisma di un comodino, la trama sia diluita come il vino cattivo nei matrimoni economici, e i personaggi più interessanti (vedi l’Innominato o la Monaca di Monza) siano ridotti a comparse perché troppo inquietanti per l’ordine morale manzoniano. Si dice spesso che Renzo e Lucia siano un simbolo universale dell’amore e della provvidenza. In realtà sembrano due anime perse in una trama che si muove attorno a loro ma mai con loro.
E parliamo della lingua. Manzoni ha passato anni a “sciacquare i panni in Arno”, cioè a riscrivere l’intero romanzo nella lingua del fiorentino colto dell’Ottocento, come se la lingua viva dei milanesi non fosse degna di immortalità. Un’operazione linguistica elitaria, quasi snobistica, che ha fatto felici gli accademici, ma che ha complicato la vita agli studenti di ogni generazione. “Ma che bella lingua!”. Sì, certo, ma leggere frasi di dieci righe senza un punto è un’esperienza mistica solo per chi ama il labirinto sintattico. Il resto del mondo sbadiglia.
E vogliamo parlare della Provvidenza? Quel personaggio muto ma onnipresente che sistema tutto, punisce i cattivi, premia i buoni, e non dà spazio al libero arbitrio. Se qualcosa va storto, è colpa degli uomini; se qualcosa si risolve, è merito della Provvidenza. Un meccanismo narrativo comodissimo, che evita il fastidio della psicologia dei personaggi. Perché Renzo e Lucia non si evolvono: sopravvivono. Subiscono. Si arrendono all’autorità, aspettano, pregano, sopportano. E alla fine tutto si sistema. Più che una narrazione moderna, sembra un rosario travestito da romanzo.
Eppure, I Promessi Sposi è sacro. Intoccabile. Venerato. Come se fosse proibito dire che, sotto la crosta dell’autore “padre della lingua italiana moderna”, ci fosse anche una buona dose di noia. E chi osa alzare il ditino per dire “scusate, ma non è che è un po’ sopravvalutato?”, viene immediatamente tacciato di ignoranza, superficialità, eresia culturale. Guai a toccare il mito.
E qui arriva il punto cruciale: e se la fama di Manzoni fosse il risultato di un gigantesco bluff letterario? Uno di quei casi in cui tutti, per timore di sembrare inadeguati, fanno finta di amare qualcosa che in realtà li deprime? È come se un giorno, due o tre critici dell’epoca, stimati e ascoltati, avessero detto: “Quest’opera è straordinaria!” E da lì in poi, via libera a corsi universitari, monumenti, citazioni scolastiche, convegni, e un’aura di sacralità impossibile da scalfire. Nessuno ha più avuto il coraggio di dire: “E se ci fossimo sbagliati?”
Intendiamoci: Manzoni era un uomo colto, con idee chiare e grande spirito civile. Ha innovato la lingua e dato alla letteratura italiana una struttura solida, moderna, ordinata. Ma da qui a dire che ogni sua pagina sia una rivelazione divina ce ne passa. Non è blasfemia dire che, a volte, dietro l’entusiasmo della critica c’è un meccanismo di autoconferma: chi osa dissentire rischia l’isolamento, chi si accoda ottiene rispetto. È più facile dire che Manzoni è un genio che ammettere di aver faticato a finire I Promessi Sposi senza cedere al sonno.
Il paradosso è che, a forza di osannarlo, abbiamo dimenticato che un classico non dovrebbe essere tale solo per tradizione, ma per vitalità. E se oggi il romanzo di Manzoni fosse considerato da molti (molti!) lettori un’opera pesante, prolissa e retorica, forse sarebbe il caso di accettarlo con serenità. La letteratura vive anche di disincanto.
Alla fine, I Promessi Sposi è un romanzo importante. Ma forse lo è più per quello che rappresenta che per quello che è. E Manzoni, pur dotato di meriti storici e linguistici, non è necessariamente il più grande narratore che l’Italia abbia avuto. Forse dovremmo iniziare a distinguere il contributo culturale da quello letterario, e magari rivalutare anche altri autori che la critica ha messo in cantina per far posto a Don Abbondio, Perpetua e compagnia bella.
Perché, in fondo, l’unica vera “provvidenza” sarebbe che ognuno si sentisse libero di dire: “A me Manzoni… non piace.” Senza sensi di colpa. Senza deferenza. E, magari, con un sorriso.