IL PENSIERO MEDITERRANEO

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IL BATTESIMO DEL FUOCO E L’INIZIO DEL CARNEVALE A GALLIPOLI

Uno dei carri allegorici del Carnevale gallipolino - Anno 2008 - Foto di Luca Margheriti https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Carnival_of_Gallipoli_-_2008?uselang=it

Uno dei carri allegorici del Carnevale gallipolino - Anno 2008 - Foto di Luca Margheriti https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Carnival_of_Gallipoli_-_2008?uselang=it

di Alessandra De Matteis

Archiviato del tutto il periodo natalizio (anche se manca ancora l’appuntamento con la Candelora), si apre un altro tempo dell’anno vissuto da sempre con particolare entusiasmo dai gallipolini: il Carnevale.

Esso ha una data di inizio precisa, il 17 gennaio, e una fine che varia ogni anno poiché dipende dal principio della quaresima (ossia dal Mercoledì delle Ceneri).

Di incerta etimologia (si pensa che possa derivare dall’unione della parola “carne” con l’antico saluto latino “vale”, con cui ci si congedava, o da “carne-levamen”, o ancora da “carnem-levare” ossia togliere la carne; tutte ipotesi che comunque sono accomunate dall’idea del privarsi della carne, che poi è ciò che accade con l’arrivo della quaresima) è certo che nelle tradizioni pre-cristiane le celebrazioni simili alle odierne carnevalesche siano state volute e considerate atte a propiziarsi il favore degli dei.

Gli Egizi, ad esempio, furono tra i primi a formalizzare dei festeggiamenti che potrebbero ricordare il nostro carnevale, e lo fecero in onore di Iside, simbolo del continuo rinnovarsi della vita e protettrice della fertilità dei campi.
Sempre all’attuale versione della festa vengono associate quelle dell’antica Grecia in onore di Dioniso e i Saturnali e quelle dei Romani, i quali credevano che durante l’inverno, quando la terra era incolta e riposava in attesa del risveglio primaverile, le divinità protettrici delle anime dei defunti ma anche delle campagne e dei raccolti vagassero sulla terra in un lungo corteo, e per essere placate necessitassero di doni e feste in loro onore che le convincessero a tornare nell’aldilà dove, soddisfatte, avrebbero propiziato il raccolto estivo.

Come spesso accade, tra sacro e profano, religioso e pagano, vi è uno stretto legame: in particolare nel popolo gallipolino e nella sua cultura, il momento della festa segna proprio l’incontro delle due dimensioni, quasi in un’interazione reciproca dei due elementi dei quali è difficile scorgere i confini e poter dire dove inizi l’uno e termini l’altro.

E così, l’inizio del tempo dei divertimenti è collegato al santo che quel giorno si celebra, S. Antonio Abate, detto anche Sant’Antoni de lu focu: al calar della sera, un tempo ad ogni angolo della città, oggi in forma più accentrata, si procede all’accensione della “focareddha”, ossia una catasta di legna (ottenuta anche da vecchi mobili in disuso) e rami (in particolare d’ulivo, ma anche di pino e ginepro che erano serviti ad addobbare il presepe), che viene fatta bruciare mentre intorno impazza la festa, in tempi più remoti costituita da canti e balli al ritmo della pizzica.
Una volta spento il fuoco, la brace rimasta veniva distribuita tra gli astanti, in particolare agli anziani, in dei coppi, ossia dei vasi di rame o di ferro che una volta portati a casa servivano come fonte di riscaldamento; altra cenere veniva invece conservata e sparsa al vento nei giorni di tempesta, nella convinzione che attraverso questo rito fosse possibile placare le forze della natura e propiziare, magari, il ritorno dei pescatori che venivano colti dal maltempo mentre erano impegnati nel loro duro lavoro.

L’idea del fuoco quale elemento propiziatorio o purificatore è fortemente radicata nella cultura e nelle credenze popolari, ed in particolare a Gallipoli si ricorre ad esso in tre diversi momenti dell’anno, tutti concentrati nei primi mesi dello stesso:
– nel momento del passaggio dal vecchio al nuovo con l’accensione de “lu pupu”;
– il 17 gennaio, appunto, con l’accensione della “focareddha”,
– il giorno di Pasqua quando viene bruciata la “caremma”, raffigurazione della Quaresima e tradizionalmente considerata la mamma di Teodoro, meglio noto come Titoru, che a sua volta altri non è che la personificazione del carnevale che muore e che aveva avuto il battesimo del fuoco con l’accensione della focareddha.

Negli ultimi anni, il carnevale di Gallipoli ha visto crescere la sua importanza, diventando uno degli appuntamenti catalizzatori dell’attenzione sulla città jonica, con preziosi eventi collaterali che hanno aperto il periodo più colorato dell’anno, tra cui la proclamazione del Re Candallinu e della Regina Mendula Riccia (i c.d. “Regnanti del Carnevale”), inizialmente solo annunciata da un araldo per le vie della città che leggeva l’editto di ‘consegna’ di Gallipoli ai regnanti del Carnevale, poi effettuata dal balcone di Palazzo Balsamo, sede della casa comunale nella città vecchia.

L’idea della proclamazione dei regnanti del Carnevale (che non a caso portano i nomi di due dolci simbolo del periodo in città) è nata da un’idea di Alberto Greco, per dare rilievo anche alla fase iniziale del periodo, i cui festeggiamenti tradizionalmente si limitavano alle sfilate dei carri allegorici solo durante la fase finale, ma soprattutto per istituzionalizzare due figure che lo rappresentassero. Negli ultimi anni è stato poi formalizzato anche il tema del Carnevale, da scegliersi annualmente (ad esempio, famoso è rimasto il tema del 2015: la Divina Commedia di Dante Alighieri).
E come si è pensato a sottolinearne l’inizio, si è pensato anche a sottolinearne la fine riportando in vita la sfilata del martedì grasso, con i gruppi mascherati nel centro storico, in particolare lungo via Antonietta de Pace, per farla poi terminare con un vero spettacolo artistico di danza sul piazzale antistante la chiesa di S. Francesco d’Assisi, fino al momento in cui il campanone della chiesa non suona i dodici rintocchi che, come ci raccontano gli anziani, in epoca passata era il segnale della fine dei giochi e l’inizio del periodo dimesso della Quaresima.


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