IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Il capoclasse: piccolo potere, grande verità

Il capoclasse

di Antonio Pistillo


C’era un momento preciso, quasi magico, nelle aule della scuola primaria. Bastava il rumore della sedia che si spostava, il registro che si chiudeva, e la maestra o il maestro che, per qualche minuto, si allontanava. Era allora che accadeva qualcosa di straordinario: veniva nominato il capoclasse.
Un bambino tra tanti. Ma, in quell’istante, non era più uno qualunque.
Gli veniva affidata una responsabilità. A volte simbolica, altre tremendamente concreta. In qualche caso indossava persino una fascia al braccio, come un piccolo distintivo di autorità. E poi, il gesto più importante: avvicinarsi alla lavagna, prendere il gessetto e tracciare due colonne invisibili ma potentissime — i “Buoni” e i “Cattivi”.
Non era solo un gioco. Era una prima, inconsapevole palestra di vita.
Perché in quei pochi minuti emergeva tutto. Il carattere. Il senso di giustizia. L’equilibrio. Oppure, al contrario, la vendetta, il favoritismo, l’arroganza. C’era chi segnava nomi con leggerezza, quasi con piacere. Chi approfittava per regolare piccoli conti personali. E chi, invece, esitava, cercava di capire, magari decideva di non scrivere nulla, scegliendo il silenzio come forma di saggezza.
Era lì che si intravedevano, in filigrana, gli adulti di domani.
Il capoclasse giusto non era quello più severo, né quello più temuto. Era quello capace di resistere alla tentazione del potere facile. Quello che capiva, anche senza saperlo spiegare, che comandare non significa dominare, ma custodire un equilibrio fragile.
E la classe? Anche lei si rivelava.
C’erano i ribelli, pronti a sfidare l’autorità appena nata. I diplomatici, che cercavano alleanze. I silenziosi osservatori, che imparavano senza esporsi. E poi i giusti, quelli che accettavano il giudizio senza clamore, perché riconoscevano una regola più grande.
In quel piccolo teatro quotidiano si recitava, inconsapevolmente, una delle più grandi rappresentazioni della società. Senza filtri, senza strategie, senza compromessi. Solo istinto, educazione familiare e natura.
Oggi, guardando indietro, quei momenti fanno sorridere. Sembrano ingenui, lontani, quasi irrilevanti. Eppure, forse, erano tra i più autentici.
Perché prima che arrivino le convenienze, le paure, i calcoli… l’essere umano è già lì, completo nella sua essenza.
E quel bambino con il gessetto in mano, davanti a una lavagna, per qualche minuto ha avuto tra le dita qualcosa di molto più grande di un semplice elenco di nomi,ha avuto un assaggio di responsabilità.
E, senza saperlo, ha iniziato a scrivere il proprio futuro.


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