Il Carcere di San Vito al Tagliamento: ricadute integrate e valore aggiunto
di Enrico Conte
E’ in corso di realizzazione il nuovo Carcere di San Vito al Tagliamento, un istituto penitenziario che ospiterà 300 detenuti e che contribuirà a dare una pur timida risposta al tema del sovraffollamento: in aprile 2025 si contavano 62.445 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 51mila posti e 47mila di capienza effettiva.
Un tasso di sovraffollamento medio stimato in 130%, una criticità che porta molto spesso a ricorrere a soluzioni di emergenza (spazi adattati, brandine), con condizioni detentive con un record di decessi e suicidi (nel 2024, 88 casi, escludendo il personale penitenziario).
L’Associazione Antigone denuncia che il peggioramento di anno in anno viene aggravato dall’approccio panpenalistico che crea sempre nuovi reati, come quello di rivolta penitenziaria. Su 87 Carceri visitate da Antigone il 32% aveva celle nelle quali non erano garantiti i tre mq calpestabili per persona come prescritto, oltre la metà delle celle visitate non avevano la doccia, in quasi la metà mancava l’acqua calda, in una ogni dieci il riscaldamento. Dopo la sentenza del 2013 della Cedu sul caso Torreggiani (Italia condannata per detenzioni degradanti e in contrasto con l’art 3 della Convenzione Cedu) una volta riconosciuto che il sovraffollamento è un malfunzionamento cronico del sistema, l’Italia è stata incoraggiata ad adottare, in alternativa, misure punitive non detentive.
Per evitare le condanne si modificò, allora, una norma dell’ordinamento penitenziario, prevedendo che, al detenuto, fosse concesso chiedere 1 giorno di riduzione della pena ogni 10gg trascorsi in condizioni disumane (sovraffollamento, spazi vitali insufficienti, mancanza di igiene, luce, aria ) oppure, in alternativa, 8 euro al giorno per il periodo trascorso, se la pena è già stata scontata.
Nel 2024 sono circa 6mila i casi riconosciuti di trattamenti degradanti o disumani.
Ma un carcere non è solo un intervento securitario, peraltro di grande necessità visti i numeri, è anche un’opera pubblica strategica di rigenerazione urbana che ha un impatto significativo sul territorio a partire da quello urbanistico, per toccare quello socio-economico e dei servizi complementari attivabili. Non una “cattedrale nel deserto”, bensì un organismo vitale che, al pari di ogni infrastruttura complessa, entra in relazione generativa con il contesto.
Quella di San Vito al Tagliamento, intanto, quanto a scelta insediativa, un’operazione virtuosa perchè prevede il recupero e la rifunzionalizzazione di una vecchia Caserma in abbandono da venti anni. In linea con le nuove tendenze sul governo sostenibile del territorio, a partire dalla necessità di contenere il consumo di suolo.Rapporto Ispra 2023: il consumo di suolo in Italia ha la velocità di 2,4 metri quadri al secondo, in 12 mesi 77 kmq, un uso predatorio e dissipatorio, privo di sguardo lungo.
A ciò si aggiunga che, ultimata la costruzione, bisognerà occuparsi delle forniture legate alla mensa, allo spaccio, ai servizi di pulizia e manutenzione, agli alloggi per il personale e le famiglie in visita, ai servizi per gli avvocati e consulenti che ruotano intorno ad un carcere, ai servizi sanitari.
L’opera, anche grazie ad un rapporto virtuoso con il Comune ospitante, andrà integrata con il territorio circostante svolgendo un ruolo di soggetto catalizzatore con azione conformativa. Non solo intervento “edilizio”, ma organismo vivente che dialoga con il contesto e lo spazio pubblico, partendo dal mettersi in relazione con le opere di urbanizzazione secondaria da realizzare. Non ultimo con quelle di ripristino della natura: il Regolamento Ue 2024/1991 prevede, come azione di mitigazione climatica, che almeno il 30 % del suolo venga rinaturalizzato entro il 2030.
E allora, certo un intervento del piano carceri ( fonti ministeriali prevedono 11mila posti entro il 2027 e l’assunzione di 2mila agenti) per dare dignità agli spazi destinati alla detenzione: una cella sovraffollata, e priva di servizi di base, è degna di un Paese civile e può considerasi congruente con la funzione rieducativa della pena?
Ma anche operazione che, grazie alla sua forza “regolatrice”, sia capace di incidere sul contesto, con processi di autentica rigenerazione grazie all’ imprescindibile rapporto tra Direttore del Carcere, Sindaco e comunità locale.
Fanno parte di questo nesso i rapporti con quei soggetti associativi e del Terzo settore che curano progetti per il reinserimento sociale e la formazione professionale del condannato. E ancora la possibile promozione di co-programmazione e co-progettazione con il Terzo settore, prevista anche dal nuovo Codice dei Contratti, in chiave di sussidiarietà orizzontale.
Un Cantiere di iniziative, un laboratorio, una “istituzione totale” che può diventare fabbrica dell’umano-sociale che si rieduca e si rigenera, partendo dalla considerazione preventiva del suo impatto primario, grazie ad un confronto-coinvolgimento stabile tra istituzioni, attori territoriali e comunità locale.
Enrico Conte già Direttore Dipartimento LL.PP. e PPP del Comune di Trieste