Il caso Meloni in versione alata: l’angelo troppo riconoscibile di San Lorenzo in Lucina e il volto rimosso
Il caso Meloni in versione alata: l’angelo troppo riconoscibile di San Lorenzo in Lucina e il volto rimosso
Di Simona Mazza
Nel giro di pochi giorni, un intervento di restauro nella basilica di San Lorenzo in Lucina, nella Roma storica, è uscito dal perimetro del cantiere e ha invaso la rete. Durante il recupero pittorico di un affresco, un volto angelico ha assunto connotati che, per molti — fatta eccezione per il parroco e la stessa protagonista — rimandano alla fisionomia di Giorgia Meloni. Da lì, si è scatenato un putiferio mediatico che, tutto sommato, ha finito per fare pubblicità all’edificio di culto
La cronaca, prima del caso

Come tutte — o quasi — le rivoluzioni, il furore (misto a una certa dose di curiosità) è partito dal basso. File di cattolici dell’ultima ora e neo-cultori dell’arte contemporanea; soste ostinate davanti all’immagine; fotografie scattate con l’aria di chi “deve controllare”; commenti impazziti nella piazza virtuale: tutti a giudicare l’ameno volto e a paragonare il nuovo viso della puttina rispetto all’originale.
Poi sono arrivate le reazioni ufficiali. Il Vicariato ha disposto approfondimenti sulle responsabilità e sul percorso che ha condotto all’intervento, mentre la Soprintendenza Speciale di Roma Capitale, guidata da Daniela Porro, ha avviato verifiche e una ricognizione documentaria, con l’obiettivo pratico di ricostruire l’assetto precedente e valutare in che misura l’intervento recente lo abbia modificato.
Nel frattempo è intervenuta la misura più concreta: il volto della discordia è stato coperto con una mano di vernice, in attesa di un ripristino coerente con l’insieme.
Il parroco, monsignor Daniele Micheletti, ha spiegato di aver scelto la via più netta: quando un dettaglio diventa divisivo — e soprattutto quando trasforma la chiesa in una tappa da “vedere” più che in un luogo da vivere — la priorità torna a essere il culto, non la curiosità. Il punto, insomma, non era l’opera in sé: era il pellegrinaggio laico, la processione di persone venute per sbirciare, fotografare, commentare.
Quanto all’esecuzione materiale, è opera del sagrestano-restauratore Bruno Valentinetti, che — secondo la ricostruzione riportata da Repubblica —avrebbe anche ammesso candidamente di aver inserito nel dipinto caratteristiche somatiche riconducibili alla presidente del Consiglio. Sull’eliminazione del volto, la linea sarebbe arrivata invece dall’alto: “così ha voluto la Curia”. Ma, a questo punto, conviene cambiare passo e guardare oltre la cronaca.
L’artefice della “beffa pittorica
A dire il vero, in passato molti artisti — su tutti mi viene in mente van Eyck — avevano il gusto di nascondere nei capolavori dettagli sorprendenti. Qui, però, la somiglianza con la premier è spudorata, e non c’è stato nemmeno il tentativo di creare suspense.
Fin qui i fatti. Ma perché scegliere proprio la Giorgiona nazionale, fra tante sante donne che — almeno simbolicamente — avrebbero potuto ambire a una collocazione così “alta”? (Beninteso: l’opera, di per sé, non configura certo un illecito). A questo punto, come farebbe un buon detective, conviene cambiare passo e studiare con attenzione quel particolare così rumoroso. Proviamo allora a ricostruire la scena e poi interroghiamo il dettaglio. Iniziamo dal contesto architettonico.
Dentro San Lorenzo in Lucina, tra sacro e memoria civile
San Lorenzo in Lucina è uno di quei luoghi romani in cui il sacro convive da secoli con una memoria civile stratificata. La basilica custodisce anche la sepoltura di Umberto I di Savoia, assassinato nel 1900, e questo basta a ricordare che qui la storia dello Stato italiano non resta fuori dalla porta, anzi dal porticato.
C’è però un secondo livello, più vicino alla vicenda recente, e perciò più utile alla nostra “indagine”. Dopo la morte di Umberto II, avvenuta nel 1983, maturò in parrocchia l’idea di dedicare un monumento all’ultimo re d’Italia. Fu l’allora parroco, don Pietro Pintus, a volere l’iniziativa, avviandola nella metà degli anni Ottanta. Da qui il busto marmoreo e la lapide, che collocano dentro lo spazio ecclesiale una memoria apertamente civile e dinastica. Insomma: in questa chiesa il potere non è un ospite clandestino, ma un tema che ha già una sua zona bellamente dedicata.
La scena, i personaggi, i simboli
Ebbene, il dipinto che ha generato il caso si dispone sopra quel monumento, e qui la cronologia conta. La decorazione pittorica è di recente fattura, legata a un assetto completato intorno all’anno 2000, quando la cappella venne rinnovata e “messa in forma” come unità visiva — a quanto pare, sempre da Valentinetti. Non siamo quindi davanti a un affresco medievale che riaffiora dal buio dei secoli. Siamo davanti a un’immagine contemporanea, che però gioca con simboli antichi: e proprio per questo risulta più scivolosa.
Nella composizione, accanto al busto di Umberto II, compaiono due figure alate, idealizzate. Una reca la corona sabauda, l’altra sorregge una mappa dell’Italia: ed è proprio quest’ultimo cherubino, sulla destra, ad aver assunto — nel restauro — i tratti che molti hanno letto come “melonianamente” riconoscibili. Quanto al significato complessivo, si legge senza troppe mediazioni: da un lato la dinastia, dall’altro la nazione. Senza tanti giri di parole, l’insieme deposita una memoria nello spazio sacro con un linguaggio simbolico esplicito.
Da qui il salto di scala. L’immagine comincia a funzionare come ritratto, e quest’ultimo, per definizione, chiama appartenenza, messaggio, schieramento. Soprattutto quando, nella stessa scena, convivono simboli monarchici e simboli nazionali: due richiami che da noi raramente restano neutrali.
A fare da controcanto, con una leggerezza utile a sgonfiare tutto il teatrino, è arrivata anche la reazione della stessa premier. Sui social ha ironizzato — in sostanza — dicendo che non somiglia affatto a un angelo, scegliendo il tono della battuta più che quello della smentita. Per inciso: senza bisogno che ce lo dica lei, a nessuno verrebbe in mente di confonderla con una santa da affresco.
Il parroco e l’ironia come postura romana
Prima che arrivasse la decisione dall’alto e prima che il volto venisse rimosso, monsignor Daniele Micheletti, parroco della basilica, aveva già cercato di sdrammatizzare la vicenda, ricordando che le chiese sono piene di committenze e che per secoli i potenti hanno commissionato opere con la propria presenza simbolica — talvolta persino ritrattistica — senza che nessuno si strappasse le vesti.
E poi ha aggiunto, con una battuta che fotografa bene il clima, che se grazie a quel volto dovessero arrivare più persone di destra, allora arriverebbero più fedeli. Insomma: se la cosa porta gente in chiesa, tanto meglio. Peccato che, come abbiamo accennato, lo stesso Micheletti abbia anche segnalato l’altra faccia della medaglia: troppi curiosi accalcati non per pregare o ascoltare la messa, ma per vedere “la Meloni” in versione alata.
Ma prendiamo sul serio, per un attimo, la questione delle committenze: merita un minimo di attenzione.
Committenze, potere e politica “vera”
Il discorso sulle committenze non è un diversivo. È il modo più diretto per ricordare che tra arte sacra e potere esiste un rapporto antico e strutturale. Le chiese, per secoli, sono state anche luoghi in cui la società metteva in scena se stessa, e dove i committenti iscrivevano la propria memoria dentro un ordine più grande, sacro o simbolico. Da qui la naturalezza con cui un parroco può dire, senza imbarazzo, che la presenza del potere nell’immagine non è una novità.
La storia dell’arte occidentale conosce bene la presenza del potere nello spazio sacro. Principi e sovrani hanno chiesto memoria, e spesso l’hanno ottenuta con forme dichiarate e leggibili. Il Rinascimento offre esempi limpidi, come Federico da Montefeltro in Piero della Francesca, dove la fisionomia è un fatto storico e la memoria è un progetto esplicito. In quei casi i piani restano chiari e, proprio per questo, la compresenza regge.
Qui, invece, l’ingresso del potere è avvenuto per via laterale, producendo un inevitabile attrito. E poi — diciamolo — desta curiosità l’accostamento angelico: potevano ritrarla come una donna di potere, con la toga, che ne so, con qualsiasi altra fattezza… ma proprio donna-angelo di stilnovista memoria, no. Ad ogni modo, questo volto non s’aveva da fare. E conosciamo l’epilogo.
Distrazione di massa e coda: congedo romano
Alla fine resta una conseguenza concreta, quasi fisica: la distrazione di massa. Un volto assorbe l’attenzione popolare e le problematiche del nostro Paese scivolano sullo sfondo.
Qui l’ironia romana è più utile di un editoriale, perché disinnesca senza fare prediche. C’è chi sostiene (con un pizzico di malignità) che, in fondo, bastava aggiungere una piccola coda sotto la veste: almeno sarebbe rimasta chiara una cosa, che una figura alata non è un certificato d’investitura.
Intanto, in attesa di una nuova effigie, il cantiere è rientrato nei ranghi e la città è tornata in assetto: tutto è finito dietro la tastiera, tradotto in commento, in schermata, in battuta — e nei soliti meme confezionati ad hoc per la dissacrazione collettiva. Perché certi dettagli, se li tratti da visione, diventano culto; se li prendi a ridere, tornano al loro rango naturale.
Roma, su questo, è spietatamente educativa. Non resta che cercare nuovi spunti per accendere l’ennesima tavolata collettiva dietro al PC.