IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Il cinema italiano del XXI secolo: tra frammentazione, globalizzazione e la sfida dei colossi americani

Il cinema italiano nel XXI secolo

di Zornas Greco

Il cinema italiano del XXI secolo rappresenta un terreno complesso e stratificato, un mosaico di linguaggi, estetiche e prospettive che si distacca con decisione dalle tradizioni del Novecento pur mantenendo con esse un dialogo costante e talvolta conflittuale, e se si vuole analizzare con schiettezza la sua qualità e la sua diversità rispetto al secolo precedente bisogna partire dalla constatazione che il cinema italiano del Novecento era caratterizzato da una forza identitaria e da una centralità culturale che oggi non esiste più. Basti pensare al neorealismo degli anni Quaranta e Cinquanta, alle commedie all’italiana degli anni Sessanta e Settanta, ai grandi autori come Fellini, Antonioni, Visconti, Pasolini, Bertolucci, Rosi, che hanno imposto uno sguardo e un linguaggio riconoscibile a livello mondiale, mentre il cinema italiano del XXI secolo si muove in un contesto globalizzato, frammentato, dominato dalle piattaforme digitali e dalla competizione internazionale, e questo ha prodotto un cinema meno coeso, meno riconoscibile come “scuola nazionale”, ma più variegato e aperto a contaminazioni, con una qualità che non si misura più in termini di movimento unitario bensì di singole opere e autori capaci di emergere in un panorama dispersivo.

La diversità rispetto al Novecento è evidente innanzitutto nella perdita di centralità del cinema come strumento di rappresentazione collettiva, perché se nel Novecento il cinema italiano raccontava la società, le sue trasformazioni, i suoi conflitti, e diventava specchio e coscienza del Paese, nel XXI secolo il cinema italiano si trova a competere con televisione, serie, social media, e dunque non ha più il monopolio della narrazione nazionale, e questo lo porta a concentrarsi su storie più intime, più individuali, più legate a microcosmi che a macrocosmi, con una conseguente frammentazione tematica e stilistica. Le cause di questa trasformazione sono molteplici: la crisi economica che ha ridotto i finanziamenti pubblici e privati, la trasformazione del mercato con l’arrivo delle piattaforme di streaming che hanno cambiato le modalità di produzione e distribuzione, la perdita di un pubblico fedele che nel Novecento andava al cinema come rito sociale e che oggi preferisce consumare contenuti a casa, la globalizzazione culturale che ha reso più difficile per il cinema italiano imporsi con una propria identità forte, e infine la trasformazione tecnologica che ha reso più accessibile la produzione ma ha anche moltiplicato la concorrenza. Nonostante ciò, il cinema italiano del XXI secolo ha espresso autori di grande valore come Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Alice Rohrwacher, Nanni Moretti che ha continuato la sua carriera, Marco Bellocchio che ha saputo reinventarsi, e altri registi emergenti che hanno portato nuove sensibilità, e se si guarda alla qualità delle opere si trovano film capaci di vincere premi internazionali, di raccontare con originalità la realtà italiana, di sperimentare linguaggi visivi e narrativi, ma sempre in un quadro di isolamento autoriale più che di movimento collettivo.

La diversità rispetto al Novecento si coglie anche nel rapporto con il pubblico: se nel secolo scorso il cinema italiano era popolare e al tempo stesso autoriale, capace di coniugare successo commerciale e valore artistico, oggi il cinema italiano fatica a raggiungere grandi numeri al botteghino e spesso vive di riconoscimenti festivalieri più che di consenso popolare, e questo è un segno della sua trasformazione in un cinema più elitario, meno radicato nella quotidianità delle masse, ma più attento a costruire opere di qualità per circuiti selezionati. Le cause di questa distanza dal pubblico sono legate alla concorrenza delle produzioni americane che dominano le sale, alla scarsa capacità dell’industria italiana di costruire prodotti di intrattenimento competitivi, alla frammentazione del mercato e alla difficoltà di promuovere i film, ma anche a un cambiamento culturale che ha ridotto l’importanza del cinema come esperienza collettiva. Tuttavia non si può negare che il cinema italiano del XXI secolo abbia una qualità intrinseca che si manifesta nella capacità di alcuni autori di raccontare l’Italia contemporanea con sguardi originali: Garrone con il realismo crudo di Gomorra e Dogman, Sorrentino con l’estetica barocca e visionaria de La grande bellezza e Youth, Rohrwacher con la delicatezza poetica di Lazzaro felice, Bellocchio con la potenza drammatica di Il traditore, e questi film dimostrano che la qualità non è scomparsa ma si è trasformata, diventando più episodica e meno sistematica. La diversità rispetto al Novecento è anche linguistica: se il cinema del secolo scorso aveva un linguaggio riconoscibile, fatto di neorealismo, di commedia, di sperimentazione autoriale, oggi il cinema italiano adotta linguaggi plurali, si ispira al documentario, alla serialità televisiva, alla pubblicità, alla videoarte, e questo produce opere ibride che riflettono la complessità del mondo contemporaneo.

Le cause di questa pluralità linguistica sono legate alla formazione dei registi, che oggi crescono in un contesto multimediale e non più solo cinematografico, alla disponibilità di tecnologie digitali che permettono sperimentazioni, e alla necessità di dialogare con un pubblico abituato a consumare immagini in forme diverse. Se si guarda con schiettezza alla qualità del cinema italiano del XXI secolo bisogna ammettere che essa è discontinua: ci sono punte di eccellenza ma anche molta produzione mediocre, e questo dipende dalla fragilità dell’industria, dalla mancanza di un sistema solido di finanziamento e distribuzione, dalla difficoltà di costruire un mercato interno forte, e dunque la qualità emerge solo quando un autore riesce a imporsi con la sua visione personale. Rispetto al Novecento, dove la qualità era garantita da una tradizione consolidata e da un sistema produttivo più robusto, oggi la qualità è frutto di eccezioni e non di regole, e questo è un segno della diversità. Le cause di questa fragilità sono anche politiche: la mancanza di una politica culturale forte che sostenga il cinema, la riduzione dei fondi pubblici, la scarsa attenzione delle istituzioni, e questo ha reso il cinema italiano più debole rispetto al passato.

Tuttavia non si può negare che il cinema italiano del XXI secolo abbia saputo conquistare riconoscimenti internazionali, e questo dimostra che la qualità c’è, anche se non sempre percepita dal pubblico nazionale. La diversità rispetto al Novecento si coglie anche nel rapporto con la memoria: se il cinema del secolo scorso costruiva miti e icone, oggi il cinema italiano lavora più sulla decostruzione, sulla critica, sulla riflessione, e questo è un segno dei tempi. Le cause di questa trasformazione sono legate alla crisi delle ideologie, alla fine delle grandi narrazioni, alla necessità di confrontarsi con un mondo frammentato e complesso. In conclusione il cinema italiano del XXI secolo è diverso da quello del Novecento perché non ha più una identità unitaria, perché vive di frammenti e di autori isolati, perché si confronta con un mercato globale e con nuove tecnologie, perché ha perso il rapporto diretto con il pubblico di massa, ma ha guadagnato in pluralità e in capacità di sperimentazione, e la sua qualità non è più quella di un movimento nazionale ma quella di singole opere che riescono a emergere, e le cause di questa trasformazione sono economiche, tecnologiche, culturali e politiche, e se si vuole giudicare con schiettezza bisogna ammettere che il cinema italiano del XXI secolo non ha la forza del Novecento ma ha una diversità che lo rende interessante, perché riflette la complessità del mondo contemporaneo e perché offre sguardi originali che, pur non costruendo un’identità collettiva, arricchiscono il panorama internazionale.

Il cinema italiano del XXI secolo non può essere compreso senza analizzare l’impatto delle piattaforme globali come Netflix e Prime Video, che hanno rivoluzionato il modo di produrre, distribuire e consumare audiovisivi, e la loro presenza ha creato un divario evidente tra le risorse finanziarie e organizzative dei colossi americani e la fragilità strutturale dell’industria italiana. Netflix e Prime Video dispongono di capitali enormi, di reti distributive planetarie, di strategie di marketing sofisticate e di una capacità di attrarre talenti grazie a compensi e visibilità che il sistema italiano non può garantire, e questo ha comportato una trasformazione radicale: da un lato hanno aperto nuove opportunità per alcuni registi italiani che hanno potuto raggiungere un pubblico internazionale, basti pensare a serie come Suburra o Luna Nera, dall’altro hanno accentuato la marginalità del cinema italiano tradizionale, che fatica a competere con prodotti di altissima qualità tecnica e narrativa.

La diversità rispetto al Novecento si coglie anche qui: se allora il cinema italiano poteva contare su un’industria nazionale relativamente solida e su un pubblico fedele, oggi deve confrontarsi con un mercato dominato da colossi stranieri che impongono standard produttivi elevatissimi e che orientano i gusti del pubblico verso modelli narrativi globalizzati. Le cause di questa trasformazione sono legate alla globalizzazione culturale e alla rivoluzione digitale, ma anche alla debolezza delle politiche italiane di sostegno al cinema, che spesso si limitano a finanziare opere di basso spessore, incapaci di competere sul piano internazionale.

Non pochi film italiani vengono prodotti grazie a fondi pubblici, con budget ridotti e con criteri che talvolta privilegiano la quantità rispetto alla qualità, e questo genera un panorama in cui accanto a poche opere di valore convivono molte produzioni mediocri, destinate a un circuito festivaliero o televisivo senza reale impatto culturale. La differenza con i colossi americani è abissale: mentre Netflix e Prime Video investono centinaia di milioni di dollari in una singola serie, con sceneggiatori, registi, attori e tecnici di altissimo livello, in Italia si finanziano film con budget minimi, spesso affidati a registi esordienti senza un vero supporto industriale, e questo inevitabilmente si riflette sulla qualità del prodotto finale.

La conseguenza è che il pubblico italiano, abituato a consumare contenuti globali di altissimo livello, percepisce il cinema nazionale come arretrato, poco competitivo, e questo riduce ulteriormente la sua capacità di attrarre spettatori. Rispetto al Novecento, dove il cinema italiano era in grado di competere con Hollywood grazie alla forza dei suoi autori e alla creatività dei suoi movimenti, oggi la distanza è enorme, e le cause sono da ricercare nella mancanza di un sistema industriale solido, nella dipendenza dai finanziamenti pubblici, nella scarsa capacità di costruire prodotti di intrattenimento di qualità, e nella difficoltà di adattarsi ai nuovi modelli di consumo.

Con schiettezza bisogna ammettere che il cinema italiano del XXI secolo soffre di una cronica debolezza economica e organizzativa, e che la presenza dei colossi americani ha reso ancora più evidente questa fragilità, perché ha alzato l’asticella della qualità e ha mostrato quanto sia difficile per l’Italia competere senza un vero progetto industriale. Tuttavia non si può negare che le piattaforme abbiano anche aperto spazi di visibilità per alcuni autori italiani, e questo dimostra che la qualità può emergere se sostenuta da risorse adeguate, ma resta il problema di fondo: senza un sistema capace di investire seriamente, il cinema italiano rischia di rimanere confinato a un ruolo marginale, mentre il pubblico continua a rivolgersi ai prodotti americani che offrono spettacolo, innovazione e professionalità.


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