“Il cuore ferito del 2025” Memoria e resistenza: la voce di un anno difficile
Pompeo Maritati
Nota introduttiva alla poesia “Nel cuore del 2025”
Il 2025 si avvia alla sua conclusione lasciando dietro di sé un solco profondo di tragedie e inquietudini. Guerre che non si arrestano, crisi ambientali che minacciano la sopravvivenza stessa del pianeta, disuguaglianze sociali sempre più marcate, un senso diffuso di impotenza che avvolge il cittadino comune. In questo scenario, l’individuo appare inerme, schiacciato da un potere che sembra incontrollato e distante, incapace di ascoltare le voci di chi soffre e di chi chiede giustizia.
La poesia qui presentata nasce come risposta civile e morale a tale condizione. Essa non offre soluzioni politiche né strategie di governo, ma restituisce dignità alla parola, trasformandola in un’arma fragile e insieme potente. Quando ogni altra forma di opposizione sembra negata, quando il cittadino si scopre succube di dinamiche globali che non può influenzare, rimane la forza del linguaggio, la capacità di nominare il dolore, di ricordare le vittime, di denunciare l’indifferenza.
La poesia diventa così un atto di resistenza: non un ornamento, ma un gesto di verità. È la voce che si leva contro il silenzio imposto, contro la rassegnazione che il potere vorrebbe inculcare. È la memoria che impedisce di cancellare le tragedie, che obbliga a guardare in faccia la realtà, che invita a non voltarsi altrove.
In un tempo in cui il cittadino appare ridotto a spettatore passivo, la poesia restituisce la possibilità di essere testimone attivo. Essa non cambia le sorti del mondo, ma cambia lo sguardo di chi legge, alimenta la coscienza, accende la speranza. È l’ultima arma rimasta, e proprio per questo la più preziosa: un’arma che non ferisce, ma illumina; che non divide, ma unisce; che non distrugge, ma costruisce.
La poesia “Nel cuore del 2025” si colloca in questo orizzonte. Non cerca rime perfette né bellezza formale, ma verità e memoria. È il canto stanco di un anno che ha chiesto troppo e dato poco, ma anche il respiro di chi ancora crede che l’umano sia più forte di ogni tempesta. È un invito a non arrendersi, a non smettere di nominare ciò che accade, a non rinunciare alla speranza.
Nel cuore del 2025
Poesia civile per un anno che chiede memoria
Nel cuore del 2025
il mondo ha tremato più volte,
non per il rumore delle feste
ma per il silenzio delle perdite.
Abbiamo contato i giorni
come si contano le crepe nei muri,
attenti a non inciampare
nelle notizie che feriscono.
C’è stato chi ha perso tutto
senza che nessuno se ne accorgesse,
chi ha gridato in piazza
e chi ha smesso di parlare.
Le guerre non hanno fatto silenzio,
hanno cambiato nome,
confine,
lingua,
ma non hanno smesso di chiedere sangue.
Il clima ha continuato a bussare
alle porte dell’indifferenza,
con fiumi che divorano,
fuochi che non si spengono,
e stagioni che non riconosciamo più.
Abbiamo visto città sommerse,
campi arsi,
volti stanchi dietro schermi
che promettono connessione
ma non conoscono abbracci.
Eppure,
in mezzo a tutto questo,
qualcuno ha piantato un albero,
ha scritto una lettera,
ha tenuto la mano di uno sconosciuto.
C’è stato chi ha scelto di restare umano
quando tutto invitava a chiudersi,
a difendersi,
a dimenticare.
Nel cuore del 2025
non tutto è stato perduto.
C’è chi ha acceso una luce
in mezzo alla nebbia,
chi ha detto “ti vedo”
a chi si sentiva invisibile.
Abbiamo imparato, forse,
che la speranza non è un lusso,
ma una necessità.
Che la gentilezza non è debolezza,
ma resistenza.
Che la memoria non è un esercizio,
ma un dovere.
Perché dimenticare
è il primo passo verso l’indifferenza,
e l’indifferenza
è il terreno dove cresce il peggio.
Se il 2025 sarà ricordato
tra gli anni più duri del secolo,
che sia almeno ricordato
per chi ha avuto il coraggio
di non voltarsi altrove.
Per chi ha scelto di ascoltare,
di curare,
di costruire,
di restare.
Questa poesia non ha rime perfette,
non cerca bellezza,
ma verità.
È il canto stanco di un anno
che ha chiesto troppo
e dato poco.
Ma è anche il respiro
di chi ancora crede
che l’umano sia più forte
di ogni tempesta.
Pompeo Maritati
Con l’auspicio che il 2026 possa portarci meno rassegnazione e più coraggio.