Il Danaro tra facilitazione sociale e perversione morale
di Paolo Protopapa
La valorizzazione della liquidità è un normale servizio di consulenza (e intelligenza) finanziaria per i risparmiatori correntisti e non correntisti. Avere una quantità significativa di denaro immobilizzato è un diritto, un pregiudizio dovuto a paura della ipotetica (e angosciante) perdita del peculio o un errore psicologico? La cristallizzazione (ossimorica) di tale liquidità monetaria si rivela, dunque, una perdita economica di mancato profitto, che, invece, sarebbe un vantaggio riveniente da un impiego produttivo, cioè utile e moltiplicatore del danaro. Arpagone (e gli Arpagoni) – che costituiscono la personificazione del raptus monetario in chiave securitaria – godono nel non-godimento del bene-danaro, conservandolo, non spendendolo al fine di non deprivarsi e nascondendolo in qualche forziere per non esporlo ai possibili espropriatori. Talora gli avidi accaparratori giungono ad annusare fisicamente il tesoro materiale accumulato, e provano a vincere la “crisi della presenza”, contemplando la somma nella sua morta e stupefacente staticità ontologica. Addirittura, nell’iperbole fumettistica disneyliana, zio Paperone inventa il godimento feticistico del danaro a mo’ di piscina aurea, dentro cui si tuffa e nuota. Il nuoto nelle scintillanti monete sonanti rende plasticamente e universalmente iconico l’erotismo morboso e patologico dell’avaro.
È questa turba di ‘rentiers’, cioè di risparmiatori di radice contadina e, in parte, speculativa urbana di conio più recente, il soggetto economico più diffuso meridionale rispetto alla tradizionale rendita agraria. Esso pratica ritualmente la visita in banca per visionare e controllare, accertare e accudire, confortare e custodire il proprio conto ‘lento pede’ corrente. Non si tratta – come è evidente – di una mera abitudine esteriore, bensì della religiosa ottemperanza devozionale verso Mammona, elevato a ‘Deus Optimus Maximus’. Di questa tipologia antropologica ricordiamo in paese – ma è prototipo diffuso sia nelle aree rurali sia urbane – alcuni rampolli di antico lignaggio nobiliare che, esaurita la cerimonia quotidiana di accertamento contabile, rientrano rassicurati e rinfrancati nel palazzo avito, acquietati da un pericolo esiziale scampato. La differenza, pertanto, ricavabile fattualmente (oltre che emotivamente) tra rendita e investimento, è tutta qui: nella passività contro l’attività.
L’avaro, d’altra parte, considerato in senso rigorosamente tecnico quale detentore conservativo del bene monetario, differisce dall’oculato operatore (o risparmiatore o possessore-investitore) perché non sfrutta – dal momento che patisce il rischio implicito – la peculiarità del risparmio acquisito. L’idea, ormai normalmente codivisa e razionale, che tale impiego dinamico del danaro sia un atto economico moltiplicatore di guadagno ottenibile tramite investimento, lo inquieta e lo fa soffrire.
Di questo vero e proprio dramma esistenziale hanno scritto nel tempo storico grandi classici. I Greci furono tra i più costanti e geniali, primi nel campo filosofico e letterario, in particolare i Tragici e Aristotele sotto due profili differenti, ma eticamente complementari. Nella ‘Politica’, quindi su un piano pratico amministrativo, Aristotele intuisce e fissa per primo la differenza tra valore d’uso e valore di scambio, individuando nella seconda facies tutte le potenzialità “pervertitrici” della moneta. Dal baratto tra beni diversi, sino alla comprensione astratta della mediazione simbolica dell’equivalente, il salto non è agevole. E lo aveva anticipato nientemeno che Senofonte nel suo tanto negletto quanto talentuoso ‘Economico’. Nella modernità è l’inarrivabile Karl Marx, nel Terzo Manoscritto, Il Danaro, pagine 252-256, tratto dalle ‘Opere filosofiche Giovanili del 1844’, ad incidere la potenza inarrestabile di questa specialissima merce universalmente riproducibile e proteiforme.
Nel 1844 il ‘Moro’, ebreo di Treviri di carnagione scura, coltissimo intelligentissimo barbuto, ha 26 anni. Inquieto e girovago per cautele politiche in tutta Europa, anatomizza, sulla scorta di ampie letture economiche, il danaro come “il generale pervertimento delle individualità […] che le rovescia nel loro contrario” (pag. 255). E, dopo il Faust di Goethe, cita, traendole da Timone di Atene, queste parole di Shakespeare: “[…] Maledetto metallo, comune prostituta degli uomini, che sconvolgi i popoli […] Visibile deità, che strettamente congiungi gli impossibili” (pag. 253).
Non era difficile per un filosofo comunista come lui, cugino dei Philips olandesi, anti-vedere “la vera ‘moneta divisionale’, come anche il vero ‘legamento’, la forza galvano-chimica della società” (pag. 254). Ecco perché, ribadire la drammatica attualità della riflessione critica sul danaro nella sua ordinaria, quasi paciosa consulenza di servizio bancario in tempi di terribili diseguaglianze, potrà servire a qualcosa di eticamente giusto.