IL PENSIERO MEDITERRANEO

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La doppia Venere: dal marmo eterno agli stracci del presente

Venere-di-Milo

Venere-di-Milo

di Pompeo Maritati

L’arte scultorea ha attraversato un viaggio millenario che dalle raffinate vette dell’antica Grecia ci ha condotti alle soglie di un’estetica contemporanea spesso intrisa di provocazioni, simbolismi e talvolta di un apparente disprezzo per il sublime, e il confronto tra la Venere di Milo e la Venere di Stracci di Michelangelo Pistoletto è emblematico di questo percorso, di come l’arte si sia evoluta o, per alcuni versi, involuta, perché da una parte la Venere di Milo, una delle più alte espressioni della bellezza ideale e dell’armonia classica scolpita in marmo bianco attorno al 130 a.C. e oggi conservata al Louvre, è universalmente riconosciuta come simbolo di perfezione formale e grazia eterna, mentre dall’altra la Venere di Stracci, opera di Pistoletto, è una figura femminile ricoperta di stracci, un simbolo delle contraddizioni e del degrado della società moderna, esposta di recente in una piazza di Napoli, e questo dialogo tra due visioni del mondo e dell’arte, due approcci diametralmente opposti, suscita una riflessione profonda sul significato dell’arte e sulla sua funzione nella società contemporanea.

La Venere di Milo è un capolavoro di perfezione estetica, realizzata con una maestria tecnica che rasenta l’inarrivabile, il suo marmo levigato, il gioco sapiente di luci e ombre sulla superficie, l’equilibrio delle proporzioni e il senso di armonia che trasmette rendono questa scultura un paradigma di bellezza, qualcosa che trascende il tempo e lo spazio, e qui non vi è traccia di sovrastrutture concettuali o di ambiguità interpretative, la bellezza è pura, assoluta, universale, rappresenta la celebrazione del corpo umano come incarnazione della divinità, della perfezione, della grazia divina che si riflette nelle forme terrene, è una celebrazione dell’eterno e del trascendente, una figura che si pone al di sopra della storia e del contingente, un’icona di immortalità. Pistoletto invece con la sua Venere di Stracci ci mette di fronte a una realtà diametralmente opposta, qui la bellezza ideale viene calpestata, coperta e soffocata da stracci, simbolo della spazzatura, del degrado, dell’obsolescenza, e seppur riproduca una figura classica si rivolge al pubblico non più come icona di perfezione ma come manifestazione del consumismo sfrenato, della fragilità della condizione umana e dell’abbandono, dove la Venere di Milo celebra l’eternità, la Venere di Stracci è l’emblema della transitorietà, l’uso degli stracci, materiali di scarto, eleva il banale e il quotidiano a linguaggio artistico ma nello stesso tempo infrange il legame con la tradizione classica trasformando l’opera in una critica sociale, in una denuncia della condizione postmoderna.

Tuttavia dietro questa provocazione si cela una domanda fondamentale: possiamo ancora parlare di arte quando ciò che viene presentato non è altro che un insieme di stracci abbandonati su una figura senza vita, senza anima, priva di quella grazia che rende immortali le sculture del passato? C’è un vuoto che pervade la Venere di Stracci, un vuoto che non è solo fisico ma anche concettuale, e se l’arte ha il compito di elevare l’animo umano, di farci riflettere sulle nostre radici, sulle nostre aspirazioni e sul nostro posto nell’universo, la Venere di Milo assolve perfettamente a questa funzione, è un’opera che ci ricorda il potere della bellezza e della perfezione, il potere della natura umana quando è al massimo delle sue potenzialità, mentre la Venere di Stracci sembra volerci dire che non c’è più spazio per la bellezza, che il mondo moderno ha perso la capacità di apprezzare il sublime e si è ridotto a uno scenario di rifiuti e di scarti, e il confronto non potrebbe essere più impietoso, perché se la Venere di Milo innalza lo spirito, la Venere di Stracci lo affossa, non vi è bellezza, non vi è speranza, non vi è alcun tentativo di elevarsi oltre il contingente, c’è solo la desolazione, il disfacimento, la perdita di un senso estetico che per millenni è stato alla base della creazione artistica.

La Venere di Stracci è forse una perfetta metafora del nostro tempo, un’epoca in cui il valore dell’arte viene diluito nella superficialità e nel consumo rapido, dove l’idea e il messaggio sovrastano la forma e la bellezza viene relegata a qualcosa di anacronistico, di superato, eppure la Venere di Milo ci ricorda che l’arte può essere altro, che può e deve essere un rifugio, un’ancora di salvezza per la nostra anima, la Venere di Stracci è un grido di disperazione ma è anche il riflesso di una scelta culturale che ha progressivamente abbandonato l’idea di bellezza in favore di un’arte che preferisce il brutto, il deforme, lo scarto, e in questo confronto tra le due Veneri appare chiaro che qualcosa è andato perso, la capacità di creare opere che non solo raccontino la realtà ma che aspirino a trascenderla, a portarci in un mondo di perfezione e armonia, sembra essere sfumata.

Se Pistoletto ha voluto denunciare la deriva consumistica della società moderna ci è riuscito perfettamente, la Venere di Milo ci mostra che l’arte può essere eterna e parlare all’umanità di qualsiasi epoca, mentre la Venere di Stracci ci dice che siamo ormai prigionieri del nostro tempo, incapaci di guardare oltre il presente e di creare qualcosa che duri più di un attimo fugace, e non si tratta solo di una questione di materiali, di marmo contro stracci, ma di una questione di visione, perché la Venere di Milo è il prodotto di una civiltà che credeva nella possibilità di raggiungere l’ideale, mentre la Venere di Stracci è il prodotto di una società che ha rinunciato a qualsiasi forma di idealismo accontentandosi del contingente e del provvisorio.

Se questa è l’arte che ci rappresenta oggi non possiamo fare a meno di chiederci dove abbiamo sbagliato e se c’è ancora spazio per tornare a creare opere che parlino non solo della nostra decadenza ma anche della nostra capacità di riscatto, e in un’epoca dominata dal caos e dall’incertezza l’arte dovrebbe essere un faro, non un ulteriore segno di confusione, e se il confronto tra la Venere di Milo e la Venere di Stracci ci insegna qualcosa è che l’arte per sopravvivere ha bisogno di riscoprire il suo legame con la bellezza, con l’eterno, con quel senso di meraviglia che ha fatto innamorare generazioni di esseri umani davanti a capolavori senza tempo, ma finché continueremo a celebrare gli stracci avremo solo opere che ci ricordano la nostra fragilità, non la nostra grandezza.

In conclusione la Venere di Stracci ha comunque un suo pregio artistico, quello di ben rappresentare il valore etico della nostra società, visto quello che sta accadendo al nostro mondo è annoverabile ad uno straccio, e proprio in questa contraddizione risiede la sua forza, perché se la Venere di Milo è l’icona dell’eterno, la Venere di Stracci è lo specchio del presente, e forse l’arte contemporanea ha proprio questo compito, non quello di consolare ma di scuotere, non quello di rassicurare ma di denunciare, e sebbene molti possano vedere in essa solo degrado, altri vi scorgono un messaggio potente, un invito a riflettere sulla nostra condizione e a non dimenticare che la bellezza, pur soffocata, può ancora rinascere dalle macerie.


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