5 Marzo 2021

IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista Culturale online

Il Laurieddhu e il culto della papagna nel Salento

Gioco da tavolo on percorso a spirale
Gioca Salento. Gioco da Tavolo

Di Maurizio Nocera

Il Laurieddhu o lu Monachicco

Non so in quale periodo storico sia nata la leggenda di questo “gnomo” salentino chiamato in diversi modi: Laurieddhu, Scazzamurieddhu, Monachicco, Monaceddhu, Uru, altri ancora. Presumo nel periodo tardo medievale, oppure durante il Rinascimento. I racconti popolari lo descrivono come uno dei tanti gnomi della favolistica europea: alto cinquanta centimetri, faccina da pagliaccio, cappellino rosso, pantaloni stretti e giacchetta nera. L’immagine è un po’ quella che vediamo nelle tante raffigurazioni di pertinenza gnomistica.

Disegno di gnomo con cappello orecchie a punta e grandi mani
Il Laurieddhu

Secondo la leggenda il suo apparire era sempre di notte, mentre la gente dormiva. Si divertiva a fare quello che i racconti popolari hanno tramandato, soprattutto tirare via o imbrogliare le coperte e i lenzuoli dei dormienti. Secondo me, più preciso è dire delle dormienti, al femminile, e questo lo spiegherò dopo. C’è pure la leggenda intorno alle paure del Laurieddhu come, ad esempio, il suo terrore per gli odori forti (aglio e cipolla), che non riusciva a sopportare, come pure il terrore che aveva di perdere il cappellino, che in Salento corrisponde alla coppola alla contadina, o al berrettino a calza dei pescatori gallipolini.

Personalmente, da bambino, anch’io ho vissuto la paura del Laurieddhu che, nel paesino agricolo in cui sono nato, era meglio conosciuto come Monachicco. Le due parole (Laurieddhu e Monachicco) non sono in contraddizione fra loro, anzi: Laurieddhu si riferisce al luogo e ha la sua origine etimologica da laura, grotta naturale, spesso usata nel primo millennio d. C. dai monaci bizantini per i loro ritiri eremitici e spirituali, per pregare ed anche per dormire. In Salento le laure basiliane sono molte tuttora visitabili. Monachicco invece significa appunto piccolo monaco, che vive nella laura.

La mia paura era legata soprattutto al buio e ai racconti che si facevano intorno a questo elemento della natura. Una volta andati a letto con alcune raccomandazioni che mi fece la mamma. A quel tempo ai bambini gli si raccomandava di mettersi sotto le coperte e di non mettere mai fuori la testa da esse, pena l’arrivo del Monachicco e gli scherzi di cattivo gusto che avrebbe potuto fare. A ciò vanno aggiunte le paure derivanti dai racconti legati all’apparizione di anime morte o comunque di spiriti maligni.

Ovviamente, quand’ero da bambino, anch’io ho creduto a tutto ciò, e non dimentico il terrore che avevo per questo strano spiritello. Il mio lettino stava affianco a quello di mio fratello più grande, oltre al quale c’era il camino, di giorno acceso, di notte spento. Una volta coricato e messa la testa sotto le coperte, l’immagine della mente più appariscente che mi si presentava era sempre quella della bocca del camino nero, dal quale poteva uscire lo gnomo dispettoso o qualche altra anima morta. Terrore e tremore fino a che il sonno non vinceva. Da adulti, mio fratello mi ha ricordato che durante quella prima fase di sonno ipnagogico, parlavo molto, a volte gridavo anche, e le parole che scandivo erano sempre rivolte allo gnomo affinché stesse lontano da me. Paure di bambino scaturite dalla narrazione. Oggi di tutta questa leggenda sono rimasti solo i racconti. Nulla più.

Divenuto adulto, ho cercato di capire cosa si nascondesse dietro questa leggenda. Sappiamo che i miti, soprattutto quelli greci, hanno la loro origine da storie umane realmente vissute. Poi il racconto mitico li ha ingigantiti e resi irreali. Almeno per noi Mediterranei la storia greca è ricca di miti. Ne abbiamo una conferma dalla lettura che possiamo fare nel libro di Camilla e Ruck, Allucinogeni sacri nel mondo antico. Mitologia ierobotanica (Nautilus, 2017), nel quale, sia nei saggi di Camilla, ed in particolare nel saggio di Ruck, Baubo e la danza oscena (pp. 256-266) non mancano i riferimenti agli gnomi e ai pigmei divinizzati. Perciò sono convinto che ogni cosa che mente umana possa pensare ha sempre a che fare con la realtà. Quindi, anche la leggenda salentina del folletto dispettoso, il cui apparire era sempre rumoroso e disturbante per chi dormiva, doveva avere un legame con qualche realtà umana.

Sul tema ho interrogato molti anziani saggi salentini e, tra di loro, non sono mancate anche alcune vecchie sagge signore. A Gallipoli, dove ho vissuto alcuni anni, un giorno mi capitò di incontrare un’anziana signora (92 anni), che in gioventù era stata donna generosa di sesso con gli uomini. Mi disse che le sue prestazioni non erano finalizzate solo al guadagno di qualche soldino o di qualche regalino in biancheria intima, quanto al semplice soddisfacimento sessuale. Dopo aver vissuto una buona parte della vita da generosa donatrice, ebbe occasione di sposare un bravo pescatore. Così la sua arte s’interruppe, salvo che – raccontò – qualche “scappatella” notturna se la permise ancora. Il marito usciva per andare a pesca verso l’una di notte per tornare alle cinque-sei del mattino.

In quelle ore notturne, soprattutto d’estate quando i bollori sessuali sono più accesi, lei, quando un giovane gallipolino gli piaceva assai, gli permetteva di entrare in casa e fare i comodi suoi. Alla mia domanda se aveva mai avuto paura che il marito tornasse prima dell’ora stabilita e scoprisse così la tresca dei due amanti, lei mi rispose che per questo non c’era problema perché teneva pronta da raccontare la storia del Laurieddhu o Monachicco, come si dice da quelle parti. Le chiesi in cosa consistesse la storia. Ecco la sua risposta:

«Sì, poteva accadere che mio marito tornasse prima. In questo caso avevo già preparato un percorso ‘rumoroso’ per chiunque entrasse in casa in quelle determinate ore. La porta la chiudevo a chiave, per cui mio marito, entrando, doveva fare un certo rumore per girare la chiave nella toppa, poi avevo messo uno sgabellino davanti alla porta del corridoio che stava prima della porta della camera da letto, infine, alla tenda che separava il corridoio dalla stessa, avevo appeso un piccolo tamburello, quello per bambini, che aveva però molti sonagli, per cui al minimo spostamento della tenda, i sonagli tintinnavano. La stanza da letto aveva una finestrella che dava sulla strada, per cui al minimo rumore, la via d’uscita per il mio amante era assicurata.

Se malauguratamente accadeva che mio marito arrivasse comunque all’improvviso, allora avevo pronto un calcio da dare a Carmelino mio, che subito si accovacciava sotto il letto. A quel tempo i letti erano composti con i tristieddhi (delle barrette di ferro col piedistallo), sui quali si poggiavano delle tavole e su di esse il materasso, fatto prevalentemente di foglie secche di mais oppure di semplici stoppie di grano. Per cui, il lettone veniva abbastanza alto da terra, tanto che un uomo giovane poteva benissimo accovacciarsi sotto e rimanere in attesa di tempi migliori, consistenti nell’addormentamento di mio marito il quale, stanco delle ore di pesca, bastava che gli facessi qualche carezza, e subito cadeva in un sonno profondo.

Allora per Carmelino, era facile rimettersi gli indumenti e prendere la via d’uscita. Nel caso poi che mio marito si accorgesse del letto disfatto, soprattutto delle lenzuola e delle coperte ‘imbrogliate’, che si accorgesse anche delle mie nudità complete, allora raccontavo la storia del Monachicco, che mi era venuto in sonno, che mi si era appoggiato sul seno, che mi aveva costretta a denudarmi e che mi aveva tormentata un po’. A questo racconto mio marito rispondeva che un giorno o l’altro gliela avrebbe fatta pagare a questo farabutto di folletto. Così si addormentava il mio povero maritino».

Questo il racconto di donna Maria, alla quale chiesi il perché dell’esistenza della leggenda del folletto salentino dispettoso. Mi rispose:

«Figlio mio, nella vita c’è tanto da imparare. Gli uomini sono stati sempre liberi di fare quello che volevano, soprattutto dal punto di vista sessuale. Potevano uscire di casa quando volevano, potevano incontrare chi volevano e soprattutto potevano avere altre relazioni con altre donne senza che tu potevi rimproverarli. Per una donna tutto ciò era impossibile, per cui bisognava inventarsi un qualcosa per sfuggire alla loro serrata ‘sorveglianza’. Per molte donne la leggenda del Laurieddhu (o Monachicco) era pronta a dimostrare che in lei non c’era stata malafede sessuale, che tutto era addebitabile al folletto dispettoso».

Sigismondo Castromediano ha descritto così il Laurieddhu o Uru:

«È un essere che preoccupa la mente degli sciocchi. Irritante e irritabile, danneggia e benefica, secondo capriccio, è il Dio Lare di quei tuguri che sceglie a dimora. E già lo Uru suole impossessarsi d’un abitacolo scendendo dai tubi fumaioli d’un camino. Infatti le cento volte ho sentito dipingerlo basso, anzi piccino piccino, gobbetto, con gambe un po’ marcate in fuori, peloso di tutta la persona, ma d’un pelo morbido e raso. Gli copre il capo un piccolo cappelletto a larghe tese e indossa una corta tunica affibbiata alla cintola. I piedi poi […] non so nulla dei suoi piedi per non averli mai visti.In fin dei conti l’Uru altro non è se non uno di quei folletti tra il bizzarro e l’impertinente, tra lo stizzoso e lo scherzevole, cattivo con chi lo ostacola o sveli le sue furberie, condiscendente, anzi benefico, con chi gli usa tolleranza. Bazzica più volentieri nelle stalle, dove ospitatosi una volta difficilmente ne esce. Impadronitosi di una di esse tosto s’innamora della cavalla o dell’asina che meglio gli garba e l’assiste e la accarezza di preferenza, nutrendo della biada sottratta alle compagne, o rubata ai presepi prossimi o lontani. È da notare che la bestia favorita gode l’alto onore di essere da lui stesso strigliata, lisciato il pelo ed intrecciati graziosamente i crini del collo e della testa.Di giorno non appare giammai, esercita di notte le sue trappolerie. Se poi s’impossessa di un’abitazione, s’appiatta nei luoghi più reconditi, per lo più nel sacernale [trave maestra del tetto]. Di là nella notte spicca il salto e cade giù producendo un tonfo sordo come pantofola scagliata contro un muro.Tale altra volta, scapolato quatto quatto da buchi inosservati, o da catasta di vecchie quisquiglie, eccolo a metter sossopra masserizie ed annessi, cambiandogli di luogo, a sparecchiar gomitoli e tele del telaio o a svegliar le persone, rompendo piatti, bottiglie, bicchieri./ Guai se è in collera col suo ospite. Se questi dorme i suoi sogni dorati, questi improvviso gli cavalca il petto e glielo calca fino a fargli perdere il respiro [incubo]. È un brutto momento, uno di quelli in cui si crede di morire. Ma se l’oppresso riesce a vincere l’affanno e stende la mano sull’oppressore, ghermirlo per ciuffetto e tenerlo fermamente, fortunato lui! La sua sorte è fatta! L’Uru è geloso fino alla morte della propria libertà e ghermito così piange e prega e tutto promette a riaverla. Non gli si chieda denaro allora, perché vi colmerebbe di cocci; meglio chiedergli cocci che vi subisserà di denaro.Ad interpretare un tal nome dovremmo investigare nel latino, nel greco ed anche nell’ebraico. Più di rado lo chiamano moniceddhu [“monacello”, il riferimento è al maschio della lumaca che in Salento è una ghiottoneria culinaria] o scazzamurrieddhu».

Non ci vuole molto per ritenere vera la prima affermazione di Castromediano, e cioè che il Laurieddhu, o Manachicco, o Uru, o Moniceddhu, o Scazzamurieddhu è «un essere che preoccupa la mente degli sciocchi». Sul resto c’è molta invenzione popolare.

Un’altra leggenda che riguarda questo tipo di personaggio (altrimenti detto anche Monaciello) è narrata in quel di Napoli. Non si tratta di una leggenda, ma di qualcosa che nel passato aveva a che fare con la realtà. Si sa che esiste una Napoli sotterranea e che, nei secoli passati, una parte delle sue cave sono servite come fogna.

Attraverso i buglioli collettivi (uno per edificio) i napoletani gettavano nei sotterranei le immondizie. Di tanto in tanto però questa parte della cava-fogna doveva essere ripulita e per questa mansione c’era appunto il Monaciello, un ometto non più alto di un metro e cinquanta che, vestito con un abito monacale lungo e con un cappuccio a cono, per evitare di sporcarsi, si calava attraverso i buglioli. Ecco, si dice che questi fori servissero anche ai ladri per intrufolarsi nei palazzi e rubare. Come si vede non si tratta di un folletto quanto di una realtà che, salvo l’abito monacale e il nome (Manaciello) non ha niente a che fare con lo spiritello salentino.

La papagna

Si tratta di un infuso di foglie secche di papavero violaceo. È stata considerata come l’oppio tranquillante dei bambini del Salento, ma anche come l’antidolorifico per le coliche, per il mal di denti e per molti altri dolori fisici degli adulti. Anche in questo caso, come per il Laurieddhu, mi sono rivolto ai vecchi saggi salentini per saperne di più. Per conoscere un altro tipo di erba, piuttosto legato agli ambiti afrodisiaci e di potenziamento sessuale (mi riferisco cioè alla cantaridina, un tempo assai presente nel Salento), mi ero rivolto al vecchio Noè Ruggeri di Giuggianello, mentre per sapere qualcosa in più sulla papagna, mi sono rivolto a una vecchia signora di Manduria (Piera B.), che da bambina gliel’avevano somministrata. Alla mia domanda in cosa consistesse, ecco la sua risposta:

«Era mia nonna che me la dava. Faceva prima un decotto, così composto: in un tegame senza acqua metteva dei pezzetti della pellicola della buccia di un agrume qualsiasi (preferibilmente arancia), sei carrube spezzettate, una candelina di cannella, una manciata di scorse di mandorle secche, una manciata di fichi secchi, quattro-cinque chiodi di garofano, due-tre foglie di alloro, una manina di semi di finocchio, un tritato di foglie secche di papavero rosso, aggiungeva infine due litri d’acqua e accendeva il fuoco a fiamma bassa. Questo decotto bolliva almeno per due ore.

Papavero viola chiamato Papagna
La Papagna

Un tempo tutta questa manovra era più lenta, poi, quando sopraggiunse la cucinetta a gas, tutto divenne più veloce. Allo spegnimento del fuoco, la nonna aggiungeva un cucchiaino di camomilla secca e un curcucchiulu (il calice del Papaver somniferum) anch’esso secco, raccolto dopo la caduta dei petali. Quando il decotto era completamente freddo allora la nonna lo filtrava con una pezzuola bianca. In questo decotto inzuppava la pupa o il pupillo e, come forma di succhiotto, me la metteva in bocca. Era questo il rimedio per farmi addormentare, soprattutto quando piangevo forte per via dei gas intestinali o per altri doloretti. Comunque non solo ai bambini veniva data questa mistura di erbe, perché anche gli adulti la prendevano soprattutto contro il mal di denti ed altri dolori insistenti».

Questo è quanto sappiamo dell’uso che in Salento si faceva della papagna, ovvero dell’appaparagnamento (sonnolenza post-prandiale, che dà sensazione di sonnolenza saziante). È certo che l’uso dell’infuso provoca dipendenza. Quello che non sappiamo però sono gli effetti che l’uso del Papaver somniferum aveva sulla psiche degli adulti. L’unica cosa che possiamo pensare è quella di credere che gli effetti psicotropi che conosciamo nell’uso di altre sostanze alcaloidi valga anche per la papagna. Ed è sicuro un altro evento collaterale all’uso analgesico (tosse e diarree varie) dell’infuso, quello di subire alcune forme di trance.

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