Il lavoro come forza, potenza e civiltà emancipatrice

Officina meccanica, anni '50. Foto A. Costantini
di Paolo Protopapa
Niente più della Meccanica, nella sua più larga accezione sia teorica sia pratica, affascina l’uomo. Mutuando Aristotele si potrebbe dire: L’uomo è un animale meccanico. Non già nella accezione ideologica della discriminazione tra uomo libero (che non lavora) e uomo schiavo, che è al servizio di chi non lavora e, quindi, lavora, secondo la discriminazione razziale tipica della società diseguale.
Nel lavoro – in quanto attività finalizzata ad uno scopo consapevole – il meccanico si realizza come tale. Egli fa. Semplicemente fa, realizza, esegue e – ai livelli più alti, ‘crea’. Il suo ‘poiein’, lo rende prima assimilabile all’animale, ossia alla bestia forzuta e dotata del corpo adatto per la pedissequa fatica impostagli. Perché, se e come il suo lavoro avviene, da ciò stesso discende il carattere del suo operare. Eseguire un comando tramite adempimento di una procedura predeterminata, non è per nulla prefiggersi e ottenere uno scopo lavorativo liberamente pensato, intrapreso, realizzato. È infatti proprio qui che troviamo – prima solo accennato e via via sempre più consolidato e regolarizzato – il passaggio dal lavoro-fatica al lavoro senza specificazioni mortificanti e discriminatorie. Sino a corredare il lavoro come lavoro libero; e il lavoratore come libero lavoratore. Dalla semplice, meccanicità strumentale e subalterna, etero-diretta o subalterna al non-meccanico, sia esso signore o, comunque, categoria sociale non asservita a funzioni altrui guidate e determinate, alla piena e totale e – nei tempi lunghi dell’emancipazione storica – titolarità giuridica di imputazione sia nell’ambito privato della liceità, sia della cittadinanza politica attiva.
l’Arco temporale e il processo del ‘Riconoscimento’ della fine della servitù quale condizione oppositiva e antagonistica alla Signoria costituisce, come correttamente la definisce W. F. Hegel, “La Storia romanzata della coscienza”. Vale a dire la lunga e tormentata ‘figurazione’ di atti e fatti della lotta sociale e ideologico-culturale generata e nutrita nella lotta di classe sin dalla nascita dell’umanità, a partire dalle prime conquiste sociali successive allo stato ferino dei primordi sociali. Se e come il mondo si apre progressivamente (ma indubitabilmente) alla libertà non astratta del diritto di uguaglianza, ebbene , questa è la superba rappresentazione della ‘Fenomenologia dello spirito’. Non solo e, forse, non tanto, nei quadri sinottici della superba teoresi dello storicismo spiritualista hegeliano, quanto in tutto l’enorme arredo e corredo cognitivo dell’umana civiltà. A cui occorre, necessariamente apportare ogni arricchimento e studio e attenzione dei cambiamenti intervenuti. I quali, se non sono adeguatamente riflettuti e analizzati, rischiano di regredire – come in tanta parte significativa storicamente e culturalmente rilevante avviene – alla triste meccanicità o servilismo pre-moderno originario.
Perciò non leggeremo mai abbastanza Aristotele (con le sue preziose intuizioni contraddittorie e discriminatorie circa “l’uomo sociale” soggetto di cooperazione politica modernizzatrice). E, soprattutto, dovremo tenere in debito conto l’empito russoiano rivolto al ‘civis democraticus’ operante nell’Agorà illuminista della società borghese, gravata di prospettive esaltanti, ma, al contempo, di egoismi miserabili e non sempre progressivi, spesso tribolati e drammatici.
Anche qui, tra le innumerevoli svolte e gli evidenti incagli storici, la via del pensiero di Alexis De Tocqueville e di Karl Marx ci immettono nell’asse imprescindibile di una lotta redentiva inarrestabile e impregiudicata. Guai a volerla surrogare nelle facili filosofie romanzate della banalità dominante. Guai, ancor più, a farne una mera narrazione di un inutile e inservibile narrazione retorica. Noi siamo questa storia del lavoro e dei lavori, della dignità sempre nuova e quanto mai urgente da recuperare pienamente e eticamente con spirito liberatorio.