Il lavoro storico come ricerca e come problema
di Paolo Protopapa
Ho scritto un mio commento sulla tesi di Alessandro Barbero relativo ai Cinesi “aggrediti dagli Inglesi e non aggressori verso gli altri popoli” e non credo sia comparso nella relativa rubrica on line. Mi dispiacerebbe pensare che l’insigne storico piemontese e, immagino, il suo amico Travaglio, presente accanto a lui e annuente, non abbiano potuto interloquire con il mio brevissimo giudizio riguardante un grande paese non democratico e, tantomeno, custode dei diritti universali dei popoli. Il che significa che non basta non aggredire platealmente o ufficialmente altri popoli per escludere violenze e illiberalità e, perciò stesso, essere equiparabili ai popoli democratici e pacifici. Proviamo, per esempio, a considerare quanti popoli ha aggredito la Russia. Relativamente pochi, magari, rispetto al suo formidabile sistema dispotico e assolutistico; eppure siamo innegabilmente di fronte ad un regime dittatoriale orribile, la cui violenza, attraverso varie fasi e congiunture politiche e storiche, è sempre rimasta una costante politica e la cifra ideologica del sistema. Ci sono, dunque – oltre alle scienze sussidiarie e antropologiche che studiano la formazione e i rapporti di forza all’interno dei popoli – due concetti assai utili per sottrarsi agli (a volte) speciosi discorsi proferiti anche da parte degli accademici più avveduti e persuasivi e, a fortiori, addomesticati nelle facilonerie di giornalisti tanto assertivi quanto superficiali. Parlo dei concetti di nazionalismo e di sovranismo, mutuamente implicati.
Ora, si dà il caso che i paesi nazionalisti e i popoli sovranisti siano a forte vocazione identitaria, con marcate tracce di sciovinismo e, talora, di revanscismo. Chiusi nelle proprie radici oscurantiste, costoro immaginano gli altri, diversi da loro, come potenziali nemici. Perciò quasi sempre adottano politiche aggressive imperiali, cioè tendono a tradurre la propria potenza in politiche di supremazia territoriale, e, ancora più sovente, in costruzione di sistemi e apparati militari-industriali, come la Russia o la Corea del Nord. Le cosiddette Potenze (prima) e Superpotenze (dopo) hanno sempre avuto contro l’auto-determinazione dei popoli (principio, questo, rusveltiano della prima guerra mondiale) una tendenziale inimicizia.
La Cina, in questo quadro generale accennato per sommi capi, non solo non fa eccezione, ma in Oriente e in molte zone dell’Africa e dell’Arabia e del Medio-Oriente svolge un ruolo imperialista, quindi esalta a danno di altri la propria sovranità identitaria e espansionistica. Anche gli Usa ed altri paesi lo sono, recentemente lo stesso Israele contro i Palestinesi con inusitata barbarie repressiva.. Non esistono, pertanto, specialmente in questa grave congiuntura storica, Potenze di normale, piccola, media e grande dimensione che non agiscano con stili ideologici e organizzazione politica imperiale ed egemonico-militare.
Ovviamente con posture, modalità, interessi, ideologie e approcci affatto peculiari e storicamente diversificati. La storia e le discipline storiche ausiliarie, come dicevamo sopra, si interessano per statuto di questo straordinario e formidabile problema, assolutamente non riducibile ai giochetti semplificati dai giornalisti faziosi e, neppure, dai bravi storici specialistici e, umanamente, anche loro fallibili e imperfetti.
Ecco perché quando studiamo la storia (e le storie specifiche), cerchiamo di comprenderne le peculiarità temporali e gli sviluppi ideologici e culturali. Compresa, soprattutto, l’evoluzione etica e giuridica. In modo da non cadere nei drastici e sommari giudizi di valore inappellabili e insindacabili. Poiché, dunque, la storia degli eventi (Res gestae) si intreccia con il loro racconto (Historia rerum gestarum), allora occorre mettere in conto il dovere metodologico e scientifico della revisione dei giudizi nel medesimo tempo storico che abitiamo e da cui siamo umanamente condizionati e suggestionati.
La concezione storica, e la simmetrica storiografia democratica, sono le più idonee in grado di sottrarre e purgare la piu parte della trattazione evenemenziale dal settarismo nella interpretazione dei fatti e, perciò, di cogliere al meglio i processi e le tappe controllabili di questo grandioso cammino dei popoli nello spazio e nel tempo. Il metodo pluralistico esercitato a tutela dei diritti universali e la storiografia che ne dà spiegazione plausibile con la maggiore onestà e verifica cognitiva possibile, sono le migliori garanzie che l’Europa e le società aperte, pur con tutte le riserve critiche e i limiti immaginabili, ci possono offrire. Difficilmente ciò accade nei paesi e per i popoli a libertà limitata e il cui pensiero langue coatto dai truci guardiani delle ortodossie identitarie.