2 Dicembre 2020

IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista Culturale online

Il libro rosso (segreto) di Carl Gustav Jung

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Di Maurizio Nocera

Un aspetto di Carl Gustav Jung (1875-1961), che mi ha sempre affascinato, è stata la sua poliedricità di interessi scientifici e letterari. Il fatto che sia stato poi uno psicanalista antropologo me lo ha fatto sentire ancora più vicino. Ancora oggi i suoi libri sui suoi viaggi in India, in Africa e nelle Americhe li ho sempre a portata di mano e di occhi.

Detto questo, però, mi pare opportuno precisare anche, e in primo luogo a me stesso, che per quanto riguarda la diatriba tra lui e Sigmund Freud (Freiberg 1856 – Londra 1939) a proposito del loro metodo psicoanalitico, il mio sforzo è stato sempre indirizzato a non vedere fra le loro due teorie delle contraddizioni laceranti, che pure so esserci, aldilà di quelle naturali che scaturiscono tra gli umani per incomprensioni le più diverse. Si sa che al 1906-7 risale la loro prima conoscenza, e che a quell’epoca risalgono i loro primi incontri, poi ce ne furono altri, dai quali scaturì pure un libro in comune. Si sa pure che nel 1910, Carl Gustav fu eletto presidente dell’Associazione psicoanalitica internazionale e direttore di «Jahrbuch», la rivista ufficiale della società. Noto è pure il viaggio in nave che i due fecero negli Stati Uniti per presentare la loro scienza nelle università d’oltreoceano. Nel 1913-14 ci fu la separazione con le dimissioni di Jung da qualsiasi incarico sia nell’associazione sia nella rivista.

C.G. Jung

Ovviamente anch’io riconosco che, ad un certo punto, la visione del mondo tra i due psico-scienziati (spartiacque il libro di Jung La libido: simboli e trasformazioni, 1912) divaricò a tale punto che li portò ad intraprendere due strade differenti. La causa principale fu il ruolo da dare alla libido (importante per Freud, meno per Jung), al simbolismo nei processi della psiche (differente collocazione simbolica), e alla concezione dell’inconscio. È noto che per Freud l’inconscio (personale) era una sorta di scatola vuota sin dalla nascita dell’individuo e che, pian piano e per fasi successive, con le esperienze di vita (storia personale) e con i rifiuti della coscienza (insorgenza delle rimozioni), si andava riempiendo costituendo al suo interno la massa dei complessi “inutili” o dannosi all’Io, si pensi, ad es., al più noto dei complessi freudiani, quello di Edipo.

Per Jung, invece, sin dalla nascita l’individuo ha il suo inconscio già colmo e non solo come sé medesimo, ma è un inconscio con le stesse caratteristiche di ogni altro inconscio di qualsiasi altro umano, onde per cui esso diviene inconscio collettivo che, secondo lo psicoanalista svizzero, è ciò che resta a livello psichico dell’intera storia dell’umanità attraverso una serie di archetipi fondanti per tutti gli esseri della specie.

Categorie psichiche come Madre, Padre, Dio, Fame, Sete, Sesso, Sentimenti, Odio, Amore, ecc., valgono per ogni essere umano indipendentemente dal luogo in cui egli nasce e cresce, indipendentemente dal colore della pelle, indipendentemente dal livello di istruzione, ecc.

Un altro punto di contrasto i due lo ebbero sulla differente interpretazione della concezione del mondo e sul ruolo che la psicoanalisi, in quanto strumento di interpretazione e di terapia del disagio nevrotico dell’uomo, doveva svolgere per adattare l’anima del soggetto alla vita quotidiana, cogliendone tutte le potenzialità di espressione e specificità individuale. Jung definì questo suo percorso individuazione, cioè modo di essere dell’individuo contrassegnato dai miti e dagli archetipi, cioè dall’impronta primordiale collettiva e immutabile da cui si sviluppa l’immaginazione. Per lui tale individuazione si compone:

della Persona, che corrisponde allo status e al ruolo che ogni individuo occupa nella società;

dell’Ombra, che è quell’istintualità primitiva presente in ogni essere umano, la sua animalità;

dell’Animus (presente nella donna) e dell’Anima (presente nell’uomo), intesi come elementi compensativi negli individui, che servono a soddisfare quella parte venuta a mancare all’origine della specie; 

del , elemento fondamentale e riepilogativo del percorso di realizzazione della personalità dell’individuo. È molto difficile, e questo anche per lo stesso Jung, stabilire quando e come avviene il raggiungimento del Sé, perché si tratta dell’estremo punto della coscienza ordinaria.

Tuttavia, nonostante questi evidenti punti di differenziazione fra i due, personalmente non riesco a vedere una contraddizione lacerante tra la teoria dell’inconscio collettivo su base mitica e archetipica di Jung e la teoria dell’inconscio individuale di Freud; mi sforzo invece di vedere la prima come lo sviluppo e la logica conseguenza dell’altra. È vero sì che dopo il 1913 e l’abbandono di Jung della presidenza dell’Associazione internazionale di psicoanalisi tra i due, salvo qualche corrispondenza, non vi furono più rapporti diretti, ma questo sta dentro l’ambito dei rapporti interpersonali, nulla centrano le teorie e le esperienze scientifiche. Le esperienze e le conoscenze scientifiche si sviluppano indipendentemente dagli umori e dalle storie personali degli scopritori.

Oggi, che il quadro della scienza psicologica si è fatto più chiaro, ci si accorge con facilità quanto sia necessario avere a disposizione dell’interpretazione della realtà fenomenica della psiche sia la teoria freudiana sia quella junghiana. Tale convinzione mi giunge naturale grazie anche alla fortuna che ho avuto di fare i miei studi universitari in ambienti intrisi di sano psicologismo (Trento, Ginevra e Milano a cavallo degli anni ‘60/70), là dove ho avuto la fortuna di frequentare i corsi di Franco Fornari, Marina Mizzau, Norberto Bobbio, Francesco Alberoni, e i seminari di Cesare Musatti, Franco Basaglia, Beppino Disertori, altri ancora. Per quanto mi riguarda aggiungo anche la lezione e l’amicizia di un maestro psicologo junghiano salentino, Dario Caggia, di Tuglie, per anni docente all’università del Salento e psicanalista riconosciuto e apprezzato non solo dai suoi pazienti, ma anche da un ambito ben più esteso.

La teoria di Carl Gustav Jung è stata definita come “psicologia analitica”, “psicologia del profondo” e, più raramente, “psicologia complessa”. Personalmente la vedo come il frutto di una particolare esperienza di vita, quella di un Carl Gustav cresciuto, se si vuole, in solitudine, attaccato a riflessioni sull’esistenza e sul ruolo di Dio, sull’esistenza e sul mondo dell’aldilà, sui morti, sui misteri, ecc. A proposito della sua solitudine, ecco come egli la ricorda nella sua autobiografia: «Da bambino sentivo di essere solo, e lo sono ancora oggi, perché conosco cose e debbo riferirmi a cose delle quali gli altri apparentemente non conoscono nulla, e per lo più nemmeno vogliono conoscere nulla.

La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. La solitudine cominciò con le esperienze dei miei primi sogni, e raggiunse il suo culmine al tempo in cui  mi occupavo dell’inconscio. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario.

Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri» (v. Ricordi, sogni Riflessioni, Rizzoli editore, Milano 1978, p. 395. | Erinnerungen, Träume, Gedanken von C. G. Jung, raccolti e editi da Anelia Jaffè in prima edizione nel 1958, prima traduzione italiana di Guido Russo, Milano, Il Saggiatore, 1965; successivamente Milano: Bur, 1978).

Tuttavia la sua teoria e la sua pratica medica, pur apparendo in alcuni punti alquanto scientificamente incerta, ha avuto, e per me continua ad avere, un affascinante valore letterario, tuttora necessario, almeno in alcuni ambiti dell’umanità, come antidoto a nevrosi e frustrazioni varie. Per non parlare poi dello sviluppo delle capacità immaginifiche e delle visioni e dei sogni lucidi, che notevolmente hanno contribuito a chiarire l’affascinante mondo delle transe e dei transiti.

Jung ebbe una formazione per i suoi tempi straordinaria (a cavallo dei sec. XIX-XX), di cui un primo risultato fu la sua tesi di laurea in Medicina – Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti (1902) – che doveva fortemente condizionare il resto della sua vita. Si sa infatti che egli fu sempre attratto e condizionato dai fenomeni psicologici e parapsicologici attraversati dalla dinamica mitica del concetto di “complesso”.

A partire dal 1913-14 iniziò la sua avventura psicoanalitica, attraversando tutto il primo cinquantennio del Novecento. Un’avventura scientifica fatta di alti e bassi, di cadute e di trionfi. È quello il periodo storico in cui sorsero non poche scuole junghiane, che si ampliò la cerchia dei suoi pazienti e discepoli, e lui, Carl Gustav, che venne richiesto in molte università, dove le sue lezioni furono seguite da migliaia di persone interessate alla psicologia analitica e al suo pensiero immaginifico.

Pensiero corroborato dalla sua intensa capacità di studio della mitologia greco-romana, della filosofia moderna e di diversi trattati di alchimia. Un aspetto fondamentale della formazione di Jung fu la sua totale adesione alle tematiche insite nei capolavori letterari di Goethe (Faust) e di Nietzsche (Così parlò Zaratustra). A ciò va aggiunta la sua forte capacità onirica, quasi sempre in situazioni ipnagociche. Fu propria tale capacità, che egli definì immaginazione attiva, che gli permise di raggiungere una sorta di stato mistico laicale, all’interno del quale numerosi furono i sogni (in particolare quelli premonitori di morte) e soprattutto le visioni.

Fra le tante, secondo quanto egli stesso ha raccontato nella sua autobiografia, nota è quella relativa all’apparizione del fantasma Filemone, col quale corrispose per diverso tempo e che per lui rappresentò come una sorta di maestro accompagnatore sul modello di Tiresia per Ulisse nella discesa negli inferi, o Virgilio nell’attraversamento degli stadi celesti nella Commedia di Dante.

Ma, per meglio comprendere lo spessore della sua opera è sufficiente leggere un passo della sua autobiografia, laddove afferma: «Tutti i miei scritti sono per così dire compiti comandati dall’interno; sono nati per imposizione del destino. Ciò che ho scritto mi assaliva dall’interno. Ho lasciato parlare lo spirito che mi muoveva. Non ho mai contato su una vasta risonanza dei miei scritti. Essi rappresentano una compensazione del mondo a me contemporaneo, e ho dovuto dire ciò che nessuno vuole sentire. Per questo, e specialmente all’inizio, mi sono così spesso sentito tanto sperduto. Sapevo che gli uomini avrebbero reagito con un rifiuto, perché è difficile accettare la compensazione del mondo cosciente. Oggi posso dire che il successo che ho avuto è persino sorprendente, più i quanto potessi mai aspettare. Ma ciò che mi ha sempre importato e m’importa è che ciò che dovevo dire, è stato detto. Sento di aver fatto quanto era nelle mie possibilità. Naturalmente potrebbe essere di più e migliore, ma non per le mie capacità» (p. 251).

Altro aspetto per me importante dell’esperienza di vita e di lavoro di Jung fu la sua decisione di costruirsi (1923) la famosa torre a Bollingen, in riva al lago di Zurigo. Altri hanno guardato a questa decisione con dubbi e sospetti, che per me non esistono. In questo luogo, privo di acqua corrente e di luce elettrica, Jung, a partire dalla metà degli anni ’20, visse buona parte della sua vita. Di Bollingen, ha scritto: «A Bollingen il silenzio mi circonda quasi sensibilmente, e vivo in modest harmony with nature. Si presentano pensieri che risalgono indietro nei secoli, e al tempo stesso anticipano un lontano futuro; si placa il tormento della creazione: la creatività e il gioco stanno l’uno accanto all’altro» (p. 257).

Nella nota relativa a questo capitolo dell’autobiografia, la curatrice Anelia Jaffé ha precisato: «La torre a Bollingen non era per Jung soltanto una casa per le vacanze, ma vi trascorreva circa la metà dell’anno, lavorando e riposando. “Senza la mia terra, la mia opera non sarebbe nata”. Fino alla più tarda vecchiaia, Jung trovò distensione nello spaccare la legna, nel vangare, piantare e far la raccolta» (p. 269).

Si dice che Jung viveva sei mesi l’anno a Bollingen, personalmente credo di più. Ma viene da chiedersi: perché Jung, a 48 anni, scelse di vivere, in una casa di campagna in condizioni apparentemente così difficili e quasi primitive? Secondo me, perché per lui quello era il luogo del pensiero, il luogo della scrittura, della riflessione, della sicurezza sua personale e della sua famiglia, alla quale era fortemente legato. Da non dimenticare che a Bollingen, Jung impiegava buona parte della giornata a lavorare manualmente, quindi a dipingere e scolpire, a scrivere e a ricevere i suoi più stretti collaboratori più qualche paziente.

È qui, a Bollingen, che nacque il mito psicologico di Carl Gustav Jung; è qui dove i suoi più stretti collaboratori, non esclusi i suoi figli, diedero vita all’Associazione psicoanalitica junghiana, che per decenni si occupò, e tuttora continua a occuparsi della pubblicazione della sua opera; ed è qui, a Bollingen, che i suoi più stretti collaboratori iniziarono l’intreccio di relazioni fra le scuole psicologiche di differente pensiero del Novecento, dando una forte impronta a quella che aveva come punto di riferimento lo stesso Jung. Ed è sempre qui, nella torre di Bollingen, luogo caro alla memoria e alla vita, che il 6 giugno 1955 serenamente si spense sua moglie Emma. La leggenda dice che, in quell’occasione, Jung (da non dimenticare la sua fortissima capacità di immaginazione attiva e quindi di sogni premonitori) avesse affermato che egli non sarebbe sopravvissuto ad Emma che altri cinque anni.

Fatto eccezionale: il 6 giugno 1961, cioè lo stesso giorno e mese in cui era morta la moglie nel 1955, egli si spense alla vita all’età di 86 anni.

L’opera scientifico-letteraria di Carl Gustav Jung è stata vasta e profonda; ha scosso molte coscienze. L’elenco delle sue pubblicazioni è corposo e basta andare in internet, cliccando Jung, per leggerlo. Però, in questo corpus completo della sua monumentale opera, non tutto fila liscio, un esempio straordinario è la vicenda del Libro Rosso o Liber Novus, come egli amava chiamarlo e che, in tarda età, definì come la sua opera più importante. Ma quello che è strano nella vicenda di questo libro è che il suo autore non volle mai finirlo in vita lasciando come sua ultima volontà la non autorizzazione alla pubblicazione.

Oggi, però, a cinquant’anni dalla sua morte, questo straordinario libro, impensabile in un Novecento distratto dalle guerre e dai fascismi, ha visto finalmente la luce. Fu scritto da Jung tra il 1914 e il 1930 (con l’aggiunta di una pagina incompleta nel 1959 a pochi mesi dalla morte) e l’unica edizione pubblicata è quella in facsimile, stampata in Italia dalla Bollati Boringheri l’11 novembre 2010. Il volume si compone di una sovra-coperta e di 205 grandi pagine. Fu esposto per la prima volta nel 2009 al Rubin Museum of Art di New York nella mostra The Red Book of C. G. Jung. Creation of a New Cosmology, dopo essere stato custodito per 23 anni in un caveau svizzero per volontà degli eredi. L’originale è in pergamena e rilegato in pelle rossa, scritto in forma calligrafica con caratteri gotici, molti i capilettera miniaturizzati, molti anche i fregi, le miniature e i mandala a piena pagina sul modello dei codici miniati medievali.

È attestato che Jung iniziò la realizzazione del libro dopo aver prima scritto gli stessi argomenti sul Libro Nero (consistente di sei piccoli volumi rilegati in pelle nera) dai quali, poi, li riprendeva meticolosamente ritrascrivendoli senza fare errori. Si tratta di un lavoro incredibile se si pensa che in uno scriptorium medievale a fare questo tipo di lavoro erano più monaci amanuensi. 

In Ricordi, sogni, riflessioni, Jung, riflettendo sulle sue visioni, scrive: «Scrissi queste fantasie dapprima nel Libro Nero, più tardi le trascrissi nel Libro Rosso, che ornai anche di disegni. Contiene la maggior parte dei miei mandala. Nel Libro Rosso ho tentato un’elaborazione estetica delle mie fantasie, ma non l’ho mai portato a termine; mi resi conto di non aver trovato ancora il linguaggio appropriato, e di dovere tradurlo in qualcos’altro. Perciò smisi in tempo debito questa tendenza estetizzante per interessarmi piuttosto di una rigorosa comprensione.

Capivo che tanta fantasia aveva bisogno di un saldo terreno su cui consistere, e che dovevo per prima cosa ritornare alla realtà umana, cosa che per me significava alla comprensione scientifica. Dovevo trarre conclusioni concrete dalle intuizioni che l’inconscio mi aveva comunicate: questo compito è divenuto il lavoro della mia vita./ L’elaborazione estetica tentata nel Libro Rosso fu comunque un passo necessario, anche se presto non ebbi più la pazienza di proseguire; grazie ad essa giunsi a capire la responsabilità morale che avevo verso le immagini che mi avevano influenzato così decisamente.

Mi resi conto che il linguaggio, non importa quanto accurato, non può sostituire la vita. Se cerca di sostituirla, non solo la vita perde vigore, ma si impoverisce esso stesso. Per riuscire a liberarsi dalla tirannia degli impulsi dell’inconscio bisogna adempiere sia i propri obblighi intellettuali che quelli morali» (Op. cit., p. 216).

Sonu Shamadasani, curatore del libro e storico della psicologia e della psichiatria (è prof. al Wellcome Trust Centre for the History of Medicine dello University College di Londra), traduttore principale e autore del saggio introduttivo, dà un giudizio complessivo dell’uomo e della sua opera. Scrive: «Jung è ormai universalmente riconosciuto come uno dei protagonisti del pensiero occidentale moderno e la sua opera non cessa di suscitare controversie.

Il suo contributo è stato cruciale per la formazione della psicologia, della psicoterapia e della psichiatria moderne, e ampio è oggi, in tutto il mondo, il novero degli analisti che nella propria pratica si richiamano ai principi junghiani. Ancora maggiore è il rilievo che la sua opera ha assunto al di fuori degli ambienti professionali: Jung e Freud sono i nomi che per primi vengono in mente quando si pensa alla psicologia in genere, e le loro idee hanno trovato fertile terreno nelle arti, nelle scienze umane, nella cinematografia e nella cultura popolare.

Nel caso di Jung, poi, è opinione diffusa che il suo pensiero abbia concorso alla nascita dei movimenti New Age./ Eppure, lo si constata con sorpresa, soltanto oggi viene pubblicato il testo che è stato al centro della sua ricerca e al quale egli ha lavorato per più di sedici anni: quel Das rote Buch (Libro Rosso), o meglio Liber Novus, che ha avuto nella storia sociale e intellettuale del Novecento un’influenza quale, probabilmente, solo pochi altri inediti hanno esercitato. Sebbene lo stesso Jung vi vedesse racchiuso il nucleo delle sue opere successive, e malgrado gli sia stato riconosciuto un ruolo chiave per la comprensione della loro genesi, esso è rimasto sinora inaccessibile agli studiosi, oggetto tutt’al più di qualche sguardo tanto ammaliato quanto fugace» (v. Libro Rosso, p. 193).

Secondo Shamadasani si tratta di un libro che rivoluzionerà il modo di pensare la psicoanalisi e la psichiatria in generale e che l’intera opera di Jung, dopo la lettura del Libro Rosso, necessariamente avrà un altro punto di vista di lettura. È da questo libro, secondo il curatore, che sono nati tutti gli altri suoi libri scientifici, ed è dallo studio e approfondimento fatto su di esso che in Jung sono nati e si sono sviluppati i concetti di inconscio collettivo, archetipo, Sé, ombra, individuazione, sogni e visioni oniriche. Shamadasani ricorda che fu lo stesso Jung a definire le pagine del Libro Rosso come la conseguenza di un’esperienza primordiale.

Ma c’è di più, e questo ce lo dice sempre lo stesso esperto dello psichiatra svizzero, quando scrive: «Il lavoro compiuto da Jung sul Liber Novus [Libro Rosso] ha costituito il cuore della sua autosperimentazione e si è tradotto in quello che va considerato senza esitazione come il centro del suo opus. La sua pubblicazione permette finalmente di analizzare le varie fasi di tale sperimentazione – e dunque di comprendere la genesi e l’articolazione dell’opera successiva – sulla base di materiali di materiali di prima mano e non di quel coacervo di congetture fantasiose e pettegolezzi vari che tanta parte hanno avuto nella lettura critica su Jung. Questa che è la fonte documentaria singola in assoluto più importante è semplicemente rimasta inaccessibile per quasi un secolo, un fatto che – non c’è bisogno di sottolinearlo – ha avuto enormi conseguenze negative sulla copiosa bibliografia junghiana che nel frattempo si è accumulata. Ora la sua pubblicazione segna un punto di svolta e dischiude una nuova era nugli studi sulla vita e sul pensiero di Jung, offrendo una visuale unica sul modo in cui egli ritrovò la sua anima e poté gettare le basi della sua psicologia» (v. Libro Rosso, p. 221).

L’incipit del Libro Rosso è una dichiarazione che compendia l’intera vita dell’autore. Dice: «Gli anni più importanti della mia vita furono quelli in cui inseguivo le immagini interiori. A essi va fatto risalire tutto il resto. Tutto cominciò allora, e poco hanno aggiunto i dettagli posteriori. La mia vita intera è consistita nell’elaborazione di quanto era scaturito dall’inconscio, sommergendomi come una corrente enigmatica e minacciando di travolgermi. Una sola esistenza non sarebbe bastata per dare forma a quella materia prima. Tutta la mia opera successiva non è stata altro che classificazione estrinseca, formulazione scientifica e integrazione nella vita. Ma l’inizio numinoso che conteneva ogni altra cosa si diede allora. Carl Gustav Jung, 1957».

Ma adesso permettetemi di chiudere questa presentazione riportando quanto dice l’ultima pagina di questo straordinario libro. Jung l’ha scritta in modo difforme da tutto il resto. Non ha usato la scrittura gotico-calligrafica e le righe, a differenza delle pagine precedenti, dove ognuna di esse è in giustezza, qui sono distese liberamente, scritte con una normale penna stilografica a inchiostro azzurrino. C’è scritto: «1959. Ho lavorato a questo libro per sedici anni. Me ne ha distolto il mio incontro con l’alchimia nel 1930. L’inizio della fine sopraggiunse nel 1928, quando Wilhem mi spedì il testo di un trattato alchemico, Il fiore d’oro**.

A quel punto il contenuto di questo libro trovò la sua strada verso la realtà e non potei più continuare a lavorarci. All’osservatore superficiale esso si presenterà come un’assurdità. E lo sarebbe effettivamente diventato, se non fossi riuscito a cogliere la forza travolgente delle esperienze originarie. Con l’aiuto dell’alchimia, alla fine sono riuscito a sistemarlo in un tutto organico. Ho sempre saputo che quelle esperienze contenevano qualcosa di prezioso, e perciò non ho saputo far niente di meglio che trascriverle in un libro “prezioso”, ovvero con un suo prezzo, e dipingere – meglio che potevo – le immagini che emergevano mentre le rivivevo. So che è stata un’impresa spaventosamente inadeguata, ma nonostante il molto lavoro e le distrazioni le sono rimasto fedele, anche se io mai un’altra/ possibilità…».

Nessuno di noi potrà mai più sapere che cosa Jung volesse aggiungere a quell’ultima sua parola e ci fa tanta impressione leggere e rileggere l’affermazione «impresa spaventosamente inadeguata».

Personalmente non trovo nulla di inadeguato in questo monumento di pazienza psico-artistico-letteraria, tanto che una sola necessità sento sorgere in me. Questa: Grazie Carl Gustav Jung. Grazie per quanto ci hai dato.

* Relazione letta al convegno SISSC Sogno, Sogni, Visioni. Le radici oniriche dell’esperienza (Lecce, 5 luglio 2012)

** Su questo libro, Wilhem e Jung scrissero insieme un loro libro di commento, Il Mistero del Fiore d’Oro (Gius. Laterza & Figli Editori, Bari 1936), nel quale Jung scrisse: «Il nostro testo promette di svelare il “mistero del fiore d’oro del Grande Uno”. Il fiore d’oro è un simbolo di mandala, che ho già più volte incontrato nei miei pazienti. E si disegna o nell’aspetto in cui è visto dall’alto, cioè come regolare ornamento geometrico, o di prospetto, come fiore che cresce su una pianta; la quale il più delle volte è una figura a colori vivi di fiamma, che vien fuori da una soggiacente oscurità, recando in cima una fiorita luminosa (simbolo analogo all’albero di Natale).

In tale disegno è espressa più che la forma del fiore d’oro, di cui esso contiene anche l’origine, così come secondo il Hui Ming Ching la “vescica seminale” è il castello dei draghi sul fondo del mare. Questa vescica non è che il “castello giallo”, il “cuore celeste”, la “terrazza della vita”, il “campo grande un pollice della casa grande un piede”, la “sala purpurea della città nefritica”, il “passo oscuro”, lo “spazio dell’antico cielo”. Essa è chiamata anche il “territorio limite dei monti nevosi”, il “passo originario”, il “regno della gioia estrema”, il “paese senza confini” e “altare su cui si realizzano la coscienza e la vita”. L’Hui Ming Ching dice: “Se un mortale ignora questo luogo seminale, non potrà trovare l’unità di coscienza e di vita neppur in diecimila secoli, e rinascendo mille volte”./ Il principio in cui tutto è ancora Uno, e che perciò appare come lo scopo supremo, giace sul fondo del mare nell’oscurità dell’inconscio» (pp. 25-26).

[Il libro rosso. Liber novus di Carl Gustav Jung, a cura di Sonu Shamdasani (Das Rote Buch: Liber novus, Stiftung der Werke von C. G. Jung, Zürich, 2009), Prefazione di Ulrich Hoerni. Traduzioni di Maria Anna Massimello, Giulio Schiavoni e Giovanni Sorge. Philemon Serie, in collaborazione con la Stiftung der Werke von C. G. Jung. Consulenza linguistica di Liselotte Mangels Giannachi, Bollati Boringhieri, prima edizione italiana: novembre 2010, impaginata da Voltapagina Torino, stampata da Mondadori Printing, Verona. Prima edizione mondiale: The Red Book: Liber Novus, W. W. Norton & Company, Inc.,  New York, London, 2010]