IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Il Mediterraneo non è soltanto un mare: è una cultura della relazione

Il Mediterraneo cultura della relazione

di Massimo Lorusso

Sono nato nell’hinterland milanese, ma una parte decisiva della mia storia era cominciata molto prima di me, a Sud. Mio padre Michele veniva da Altamura, mia madre Rosa da Palese, affacciata sull’Adriatico. Quando lasciarono la Puglia per cercare lavoro e costruire una famiglia a Milano portarono con sé poche cose materiali, ma un patrimonio che non entrava nelle valigie: un modo di stare insieme, di considerare la casa, il lavoro, il cibo, i vicini, i figli e la responsabilità verso gli altri.

È da qui che, per me, comincia il Mediterraneo.

Non da una cartolina con il mare azzurro, non da una definizione geografica e neppure da una retorica identitaria. Il Mediterraneo che conosco è soprattutto una cultura della relazione: il modo in cui una persona entra nella vita dell’altra senza cancellarla; la capacità di conservare le proprie radici mentre si impara ad abitare un luogo nuovo; l’idea che la vita individuale non sia mai completamente separata dalle persone con cui viene condivisa.

I miei genitori arrivarono al Nord durante gli anni in cui molte famiglie meridionali percorrevano la stessa strada. Prima Melegnano, poi San Donato e San Giuliano Milanese, quindi Rogoredo e infine la Bovisasca. A ogni trasferimento cambiavano le stanze, i vicini, le abitudini, ma restava intatta una convinzione semplice: la casa non coincide con l’indirizzo. La casa è ciò che si riesce a costruire tra le persone.

Eravamo otto figli. In una famiglia così numerosa non esiste il silenzio perfetto, e forse è un bene. Ci si contende un posto a tavola, una camicia, il bagno, un oggetto lasciato sul mobile. Si discute, ci si accusa per una sciocchezza e poco dopo si torna a ridere. Crescendo ho capito che quella confusione mi aveva insegnato qualcosa di importante: si può essere in disaccordo con una persona senza trasformarla in un nemico. Si può litigare con chi si ama senza smettere di volergli bene.

Anche questo, nel mio modo di intendere il Mediterraneo, è relazione.

Mia madre aveva la capacità di trasformare una casa povera in un luogo ricco di presenza. Non servivano grandi cose. Bastavano il profumo del pane, il sugo che cuoceva lentamente, la tavola apparecchiata per molti, una carezza data senza bisogno di spiegazioni. Il cibo non era soltanto nutrimento. Era linguaggio. Diceva: sei qui, fai parte di questa famiglia, c’è un posto anche per te.

Mio padre parlava meno. Il suo linguaggio era il lavoro. Usciva presto, tornava stanco e ricominciava il giorno dopo. Da lui ho imparato che prendersi cura degli altri può significare anche fare per anni qualcosa che non verrà raccontato da nessuno. Non tutto ciò che sostiene una famiglia è visibile.

Nei quartieri in cui sono cresciuto, soprattutto a Rogoredo e alla Bovisasca, quella cultura non restava chiusa dentro casa. I vicini si conoscevano, le madri chiamavano i figli dalle finestre, i bambini scendevano in cortile senza appuntamenti e gli adulti sapevano, nel bene e nel male, qualcosa della vita degli altri. Non voglio idealizzare il passato: anche allora esistevano problemi, conflitti e solitudini. Ma c’era una familiarità con la relazione che oggi rischiamo qualche volta di perdere. Non occorreva programmare ogni incontro. Molta vita accadeva semplicemente perché le persone condividevano uno spazio.

Il Mediterraneo, allora, può essere anche questo: una prossimità che non nasce dall’uguaglianza, ma dalla consuetudine a vivere accanto alle differenze.

I miei genitori non cancellarono il Sud quando arrivarono a Milano e non rifiutarono Milano per restare fedeli al Sud. Fecero qualcosa di più difficile: impararono a tenere insieme le due cose. Portarono con sé accenti, ricette, ricordi, valori e modi di stare in famiglia, ma dovettero adattarsi a ritmi, lavori e ambienti nuovi. La loro identità non rimase immobile. Si trasformò senza scomparire.

Per questo faccio fatica quando la parola “identità” viene usata come se significasse purezza. Le identità reali, almeno quelle che ho conosciuto, sono fatte di incontri. Sono case costruite in più luoghi, parole che cambiano accento, abitudini che si mescolano, figli che appartengono a una città diversa da quella dei genitori e tuttavia portano dentro di sé una memoria che viene da lontano.

Nel 1988 la mia vita cambiò radicalmente dopo un tuffo in mare a Rimini. Da quel momento ebbi bisogno degli altri in una misura che prima non avrei potuto immaginare. Fu allora che la parola “relazione” smise definitivamente di essere per me un concetto astratto.

Avere bisogno di qualcuno significa affidargli una parte della propria quotidianità. Ma proprio per questo la relazione richiede rispetto. Aiutare non significa prendere possesso della vita di chi viene aiutato. Amare non significa decidere al suo posto. La vicinanza autentica non cancella la libertà dell’altro: le crea spazio.

Questa idea mi ha accompagnato negli anni successivi, anche quando la mia famiglia ha attraversato altre prove. La morte di mia sorella Angela, nel 2008, ha lasciato un vuoto che nessuna frase può riempire. La lunga malattia di mia madre ci ha costretti a imparare un’altra forma di presenza: esserci anche quando la memoria dell’altra persona si allontana. Negli ultimi anni anche la malattia di mio padre ci ha ricordato che, in una famiglia, i ruoli possono cambiare molte volte. Chi un tempo sosteneva tutti può diventare colui che ha bisogno di sostegno.

Nel 2016 ho incontrato Sonia e con lei ho costruito una nuova parte della mia vita. Anche qui la relazione non è stata una favola da raccontare con parole perfette. È quotidianità: decisioni, stanchezza, ironia, responsabilità, discussioni, progetti. Le relazioni vere non eliminano la fatica. La rendono condivisibile.

Forse è proprio questo che il Mediterraneo può ancora insegnarci, se smettiamo di trattarlo come uno slogan. È un mare che unisce e separa, che contiene partenze e ritorni, differenze linguistiche, religiose, culturali e sociali. Pensarlo come cultura della relazione non significa fingere che i conflitti non esistano. Significa riconoscere che convivere non richiede di diventare uguali.

Una relazione adulta comincia quando l’altro non è costretto ad assomigliarci per essere rispettato.

Lo stesso vale nella famiglia, nella cura, nei quartieri, nelle città. Gli altri possono consigliarci, incoraggiarci, aiutarci a ragionare, persino sostenerci materialmente quando da soli non possiamo fare qualcosa. Ma esiste un confine che non dovrebbero oltrepassare: appropriarsi delle decisioni che spettano a noi.

Per questo considero “scegliere” uno dei verbi più importanti della mia vita. Non perché tutto dipenda dalle nostre scelte: sarebbe falso e anche ingiusto. Non scegliamo una malattia, una perdita, un evento improvviso, una barriera che altri hanno costruito o un comportamento che subiamo. Possiamo però, quando esistono possibilità reali, scegliere quale passo compiere, a chi chiedere aiuto, quale relazione coltivare e dove dirigere i nostri pensieri dopo il primo impatto.

La relazione serve anche a questo: non a sostituire la scelta, ma a renderla possibile.

Se penso alle mie radici, vedo allora un filo che parte da Altamura e Palese, attraversa i quartieri milanesi, passa per una tavola affollata, per i cortili della mia infanzia, per le perdite e per gli incontri che hanno modificato la mia vita. Quel filo non è il mare in senso geografico. È un modo di concepire l’esistenza: nessuno si costruisce completamente da solo, ma nessuno dovrebbe per questo essere privato della propria voce.

Il Mediterraneo che vorrei conservare è questo. Non una nostalgia del passato, non un confine da difendere e neppure un’immagine romantica. Una cultura capace di ricordarci che la relazione più autentica non dice all’altro “diventa come me”.

Gli dice: “resta te stesso, io provo a incontrarti lì”.

Massimo Lorusso
Autore di “La Voce del Silenzio – Quello che le parole non dicono”

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