Il mondo come scoperta, incanto e disincanto. Tra Marx e Pascoli
di Paolo Protopapa
Mi scriveva ieri sera un giovane intellettuale, già mio alunno oltre trent’anni fa, che – come starai constatando – non gli risultano accostamenti tra Pascoli e Marx. Potrebbe essere un mio azzardo; uno come tanti. E se, invece, insistesse tra i due (anche per me intellettuali unici per lirismo e intelligenza critica) una sensibilità assai sintonica? Entrambi, quali che siano i contesti entro cui ragionano, stanno, in effetti, parlando di un problema assai simile, e cioè la peculiarità
dell’uomo- fanciullo. Ciò che per Marx appare eccezionale, vale a dire soffermarsi en passant sugli eroi greci (Ettore e Achille) “fanciulli normali”, in Pascoli viene assunto come condizione di un’eterna scoperta esistenziale. Mi pare che la novità dell’intuizione marxiana consista, forse più drammaticamente di Pascoli, nel gioco-lavoro, cioè la guerra, in cui si realizzano i greci. E, invece, la curiosità pascoliana a-temporalmente radicata nell’uomo. Fanciullezza come stadio di riproduzione dell’umanità con connotazioni simili, mi pare un fondamento eccezionale. Antropologico e filosofico insieme. Dal quale indurre e dedurre aspetti culturali e sperimentali a largo spettro. Specialmente sul piano pedagogico e cognitivo in ordine ai processi formativi dell’età evolutiva. Così come, d’altra parte, nessuna autentica poetica creativa e compositiva sarebbe pensabile senza il fanciullino perennemente affacciato sul mondo, sia esterno sia interno, con cui reagisce e intesse il senso. Banalità?
Può darsi. Rimane il fatto che “un fanciullo saputo come un vecchietto” – come argutamente chiosa Marx – ci offre un prezioso termine di paragone per l’oggi. Non tanto perché nel passato non ci fossero saputi, saputelli e saputoni, armati diciamo così, di precocità di razionalità ‘tecnica’, talora anomala e fastidiosa. Quanto perché un modello educativo in un mondo intensamente ‘in progress’ nel rapporto uomo-natura, cambia la sostanza stessa dell’esistenza.
Se, dunque, la pedagogia di taglio pascoliano tende a fissare una sorta di eterna fanciullezza della scoperta ‘a prescindere’, mi pare che per Marx i mondi ‘storici’ della scoperta si modificano.
Il punto di incontro potrebbe essere, allora, quella “storicità della natura” che nel filosofo di Treviri apre alla rivoluzione comunista della totale e liberatoria naturalizzazione universale dell’uomo. Mentre, nel poeta romagnolo, la condizione primigenia, naturale e emotiva, quindi sentimentale del fanciullino ‘si dà’ come condizione innata e soggettivamente riproducibile. Propendo, pur nella diversità dei due punti di vista, coinvolti in un tema simile, per una visione dinamica e di lotta sociale per Marx. La naturalità è processo d socializzazione superiore, ossia guadagno di progresso egualitario e culturale dell’individuo ‘sociale’ che si afferma collettivamente. E che in ogni nuovo mondo che si succede deve ricostruirsi come ‘fanciullo normale’. Non so quanto sia possibile e se, ‘a contrario’, non vinca la tipologia dell’homo tecnologicus “saputo come un vecchietto”, intravisto ancora solo caratterialmente da Marx. La freschezza (pascoliana) del fanciullino ci può ridare speranza di incanto aurorale in un eterno presente di scoperta. La riproduzione generazionale (marxiana) nell’uomo della fanciullezza potrebbe essere, del pari, una delle poche speranze nell’era del disincanto e del poco ‘tempo messianico’ ancora a nostra disposizione.