IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Di Vincenzo Fiaschitello

Calzolaio con bambini – opera in ceramica dipinta a mano

Fino all’inizio degli anni cinquanta del secolo scorso era ancora possibile incontrare, nei piccoli paesi di provincia, il raccontafiabe, un singolare personaggio che per un modesto compenso andava di casa in casa a raccontare fiabe. Lo faceva però solo dove c’erano almeno tre quattro figli. Così le famiglie qualche volta erano costrette a prestarsi i bambini. Il raccontafiabe lo sapeva, ma fingeva di non accorgersene. Quando però egli veniva a conoscenza che in una casa c’era un bambino malato, storpio o comunque diverso che nessuna famiglia era disposta ad accogliere, non mancava di andare, anzi si fermava più a lungo e rifiutava di farsi pagare.

Il raccontafiabe era diverso dal cantastorie. Questi si aggirava per le piazze del paese, ergeva in bella vista certi grandi cartelloni divisi in vari quadri che illustravano gli aspetti essenziali delle narrazioni, per lo più di fatti drammatici e curiosi della vita quotidiana. Il pubblico mostrava di gradire, non perdeva una parola e alla fine premiava il cantastorie con applausi e qualche spicciolo.

Oltre al raccontafiabe per così dire ufficiale, c’erano tante altre persone che si prestavano a raccontare fiabe, pur svolgendo altri mestieri. Quasi sempre si trattava di persone che facevano mestieri sedentari, come il sarto, il calzolaio, il lattoniere, il barbiere. Probabilmente il calzolaio era la figura più rappresentativa perché lavorava quasi sempre seduto. Lo si vedeva spesso interrompere il racconto per il tempo strettamente necessario per levarsi dalla bocca il chiodo che teneva fermo tra le labbra, dando la pausa giusta alla narrazione e tenendo col fiato sospeso gli ascoltatori che fremevano nei momenti in cui il protagonista era sul punto di soccombere o in preda al panico a seguito di un maleficio di qualche strega. E poi, che rabbia per i bambini che pendevano dalle sue labbra, attorno al deschetto, quando accampando una scusa qualsiasi (l’ora di chiusura del laboratorio, l’interruzione della corrente elettrica, l’ingresso di un cliente importante), sospendeva il racconto, lasciando anche addirittura a metà l’ultima parola che stava pronunciando. E non c’era verso di fargliela completare. Così nella mente dei bambini, la storia, la stessa ultima parola spezzata, come la famosa parola a metà nella frase del barone di Munchhausen: In battaglia ho visto un cav…  (che stava per mezzo cavallo!), tutto si rimuginava, si mescolava, in attesa della ripresa la sera successiva.

La fiaba appartiene all’essere magicamente femminile che sa trattarla, ricrearla ogni volta nella sua misteriosa esistenza lungo un viaggio più che millenario. E se cerchi di sapere come veramente sia nata, ti smarrisci, tanto ti rimanda indietro nel tempo.

Le radici storiche dei racconti di fate, di orchi, di essere paurosi, di draghi, dice Vladimir Popp, bisogna rintracciarle nei riti e nei miti primitivi. Si pensi per   esempio allo stregone di una tribù. Quando questi decideva che era giunto il momento di un passaggio importante nella vita dell’individuo, metteva in atto una serie di gesti misteriosi e di parole che trascinavano l’adolescente in una nebbia fitta, dove incontrava pericoli e ostacoli di ogni genere. A lui, lo stregone faceva bere una bevanda allo scopo di farlo cadere in un sonno profondo, dal quale si svegliava, lasciando per sempre l’età della fanciullezza per passare all’età adulta. La traccia impressa da quella esperienza era incancellabile e costituiva il nucleo di un mondo fantastico, che si arricchiva di generazione in generazione mediante la trasmissione orale.

Nello sviluppo spesso angoscioso, tumultuoso, ma non di meno esaltante e ed eroico della fiaba, un simbolo ha un posto centrale: il tabù.

Oggi, più di qualcuno ha auspicato la morte della fiaba, almeno nel senso e nel contenuto che gli autori classici ci hanno trasmesso da Madame d’Aulnoy a Madame Le Prince de Beaumont, da Perrault ai fratelli Grimm. Le loro storie, è stato detto, non sono più adatte ai nostri bambini, perché generatrici di paure e di tensioni interiori che procurano danni psichici. Di qui il tentativo di alcuni di modificare, di attenuare taluni passaggi oltremodo disturbanti a loro giudizio, fino a stravolgere la genuinità del racconto.

In realtà con questa scelta si è fatto venir meno l’essenza stessa della fiaba. Come non pensare che il tabù abbia avuto da sempre la funzione di una sorta di imperativo categorico, che ha costituito la colonna portante della nostra moralità e quindi della nostra stessa civiltà? Senza di esso non ci sarebbe stata la concezione dell’obbligo sociale.

Il tabù si fonda sul principio che certe cose non si debbano fare e si presenta con un carattere formale. Nessuno ti dice “perché” quella cosa non si debba fare, non si debba toccare, non si debba guardare. Si tratta di una proibizione e… basta! Tra l’altro ciò che è tabù non nasce da una esperienza pregressa, è un a priori, a prescindere dalla esperienza. Nei tempi primitivi addirittura il tabù prescindeva dalla intenzione dell’individuo. Questi era ritenuto colpevole anche se involontariamente aveva toccato o guardato l’oggetto dichiarato tabù. Sarà poi la religione a superare e a mitigare questa situazione con l’introduzione di un tabù del cuore e della volontà personale.

Ora quello che qui conta è notare come dal tabù discenda la punizione.

Eva non ha rispettato il divieto di mangiare la mela: per questo viene punita con la cacciata dal paradiso terrestre insieme ad Adamo. La moglie di Lot, che fugge dalla distruzione di Sodoma con l’ordine di non voltarsi indietro, non rispetta la proibizione e dunque viene punita, trasformata in una statua di sale.

Il meccanismo del tabù è un elemento fondamentale all’interno della fiaba: Cenerentola deve rispettare i rintocchi della mezzanotte e fa appena in tempo a sfuggire alla punizione; Belinda di Madame Le Prince de Beaumont mette a rischio la vita del Mostro-Principe a causa del ritardo nel tornare a casa; la principessa, che ha a sua disposizione mille stanze di un castello, può aprirle tutte: le viene soltanto proibito di non aprire la porta di una piccola e insignificante camera. La aprirà?

D’altronde questo divieto è presente anche nei miti del mondo classico: Orfeo, quando ormai è quasi riuscito a riprendersi la sua Euridice, viene meno all’obbligo di non voltarsi indietro, ed ecco che la conseguenza del mancato rispetto dell’ordine è quella di perderla per sempre.

Altro elemento fondamentale della fiaba è il viaggio. Di solito si parte per raggiungere una meta, ma qui il cammino è disseminato da mille imprevisti pericolosi: cancelli chiusi e controllati da animali mostruosi, castelli in rovina abitati da esseri violenti e crudeli, viali che scompaiono improvvisamente, villaggi dove il tempo scorre al contrario. La presenza di gnomi e di fate a volte facilita il cammino, altre volte lo complica con apparizioni improvvise, con mantelli fatati, con chiavi d’oro, con animali parlanti. Bettelheim sicuramente era nel giusto quando sosteneva che le fiabe evocano situazioni che aiutano i bambini ad elaborare le difficoltà che devono affrontare nella loro esistenza.

L’aspetto profondamente educativo delle fiabe emerge dal fatto che è bene non infrangere il limite, le regole: è male ogni infrazione. Il nostro viaggio della vita non è facile, trova continui ostacoli; ogni passo può procurarci sofferenza. Possiamo difenderci solo se agiamo con prudenza, mantenendo alta l’attenzione attorno al mondo che ci circonda e ponderando le possibili conseguenze del nostro modo di dare risposte all’ambiente.

Il percorso va dall’istinto alla percezione, alla razionalità. Un individuo cresce, diventa maturo, nella misura in cui sa percepire e valutare razionalmente gli eventi. E questo mi pare sia in linea con quello stesso cammino che nella Scienza Nuova Giambattista Vico immaginava per l’umanità: Gli uomini prima sentono senz’avvertire, poi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura. Ecco, il cammino della fiaba si colloca nel primo e nel secondo stadio.

La fiaba è all’opposto della tragedia classica, che gli esperti giudicano secondo i canoni invariabili dell’unità di tempo, di luogo e di azione.

Ora nella fiaba non solo non c’è nessuna di queste unità, ma c’è una indeterminatezza che sfiora la confusione. Tutto è immerso nella foschia: C’era una volta… Ma quando? Dove? Non si sa esattamente. E’ difficile trovare un tempo preciso. L’anno può essere semmai la stagione: l’inverno, la primavera…; il luogo può essere: il bosco, la montagna…

E per quanto riguarda l’azione, non c’è dubbio che nella fiaba i fatti si susseguono con intrecci misteriosi, quasi sempre fuori dalla comune logica razionale, con salti, rinvii apparentemente slegati, anche se un filo sottile li lega insieme, fino a raggiungere una conclusione per lo più positiva e rassicurante.

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