IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Il nostro Francesco Guccini è morto. La passione e l’idea

di Paolo Protopapa

Ci lascia, Francesco Guccini è scomparso, cantore di poetica prosa. Tutto il bello che ci nutrì di bellezza e passione però resta lì. A Pavana, nella più limpida discrezione, dove ogni tanto qualcuno lo visitava. Sempre uguale, vecchio ragazzo sano, forte di un’allegria pensosa.
Cantò e raccontò o, meglio, sussurrò intrecciando mille storie di gente sconosciuta.
Che voce grave aveva? A noi studenti, allora, sembrò impacciata e strana.
Il colto intellettuale pianse Ernesto Che Guevara, tradito, ucciso e
morto in terra boliviana. Francesco la notizia poi soffrì con Cyrano ghignante
‘D’amore, morte e di altre sciocchezze’.
Parla, Guccini, e coi versi parlò “Io non perdono e tocco”, della prosa facendo gran poesia e poema civile.
Ci piacque il suo comunismo, così denso di denuncia potente e radicale, ma già invisa a moderati rossi un po’ sbiaditi, forse troppo perbene. Gli chiediamo adesso scusa per un ‘Dio che è morto’; e i papi che lo scomunicarono, impauriti. Egli fu l’Inno della gioia nostra contro il “perbenismo interessato” e le cambiali tristi dei fatti quotidiani.
Era il 67, i Nomadi ci apparvero compagni e aedi, se due anni dopo occupammo il Capece.
C’era nella musica di Guccini il bambino e l’ansia dei giochi vicini, ma presto giunse quel vecchio col “ritmo dei sogni e delle stagioni”.
Ci chiediamo
se adesso sono molti o pochi gli 86 anni di Guccini. Erano giusti.
Il meglio è fatto. È Scritto e inciso nei nostri cuori anziani, allora adolescenti e pieni di luce. In tanti e in due, tanti in coppia, tra bandiere rosse di futuro e di vita.
Due di tanti, come noi due sopra libri e canzoni, racconti e discussioni nelle prime sezioni di paese. Belli e forti di verità e speranza.
Guccini fu questo orizzonte chiaro, con la sua nenia greve e l’inno risonante di cuore universale e accento modenese.
E oggi più di ieri noi gli vogliamo bene.


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