Il nuovo libro di poesie di VINCENZO FIASCHITELLO, Il viaggio della vita, Libreria Editrice Urso, Avola, 2025 pp.94
Nota introduttiva della redazione
La redazione de Il Pensiero Mediterraneo condivide con i lettori il presente comunicato ufficiale considerando l’interesse culturale dell’iniziativa e il suo rilievo nel panorama nazionale. Pubblichiamo il testo nella versione integrale ricevuta, senza interventi o modifiche, al fine di garantire un’informazione precisa e rispettosa della fonte originale.
Di seguito il comunicato ufficiale.
Prefazione di Loredana Borghetto
“Homo sum, humani nihil a me alienum puto” scrive Publio Terenzio Afro ne “Il
punitore di se stesso”
Questa famosa citazione ben si addice a Vincenzo Fiaschitello il quale, proprio
partendo dal presupposto secondo cui nulla di ciò che è umano gli è estraneo, nelle
sue opere scrive della vita con le sue infinite sfaccettature e sfumature, con le sue
gioie e i suoi affanni, con i pensieri che agganciano dubbi e trovano certezze,
andando sempre oltre l’apparenza, leggendo e interpretando angoli di natura, scorci di
tempo individuale e storico, creando connessioni tra le vicende individuali e
collettive, condannando l’inerzia e l’opacità del nostro tempo e,
contemporaneamente, dimostrando empatia e solidarietà con l’uomo.
Appassionato, onesto e lucido studioso, innamorato della conoscenza, Fiaschitello,
poliedrico e versatile scrittore di prosa (saggi, recensioni, racconti, romanzi…) e
profondo e raffinato poeta, ha al suo attivo numerose pubblicazioni tra cui varie
raccolte poetiche.
Ora, giunto a quella che Gabriella Caramore chiama l’età grande, avverte il bisogno
intellettuale, artistico e sentimentale di ripercorrere le tappe fondamentali del suo
viaggio, anche confrontandosi con colui che rappresenta l’intero genere umano,
Adamo, protagonista di una sezione dell’opera. Con lui si confronta, in un dialogo
stringente, sul significato e sul mistero della vita. Per esempio gli chiede: “…parlami
della gioia dello scoprire/ le cose che destavano la tua curiosità/ e svelavano il tuo
intelletto” e poi “…Ma tu, Adamo, cosa hai fatto per vincere/ il tuo smarrimento?”
“…. Tentai di infiorare /il tempo farlo mio amico! Ma invano…”. È la risposta
concisa e in qualche modo disarmante dell’interlocutore.
La nuova raccolta poetica di Vincenzo Fiaschitello s’intitola “Il viaggio della vita”,
proprio come una delle sei sezioni di cui è composta e come la prima poesia della
stessa sezione.
È una speciale autobiografia in versi scritta nell’età dei molti addii e della
consapevolezza del compimento della propria esistenza, quando però ancora si ha la
forza e il coraggio di guardare in faccia la verità che, sempre più evidente e chiara,
silenziosamente, accompagna i passi di ogni giornata.
Sarebbe tuttavia limitante definire l’opera un’autobiografia, perché Vincenzo
Fiaschitello, attento osservatore dei mali della nostra epoca, in una delle sezioni
iniziali de “Il viaggio della vita” si chiede: “…di che soffre il nostro/tempo. Perché lo
smarrimento?/…l’agonia del cuore/ è il nostro male” così come l’avere mani
dimentiche di carezze, occhi ricolmi di polvere e di lacrime non più utili a guardare le
stelle.
In questa agonia del cuore, in questa lenta pietrificazione che non risparmia nessun
aspetto della vita, nelle “inquiete notti” che sta vivendo anche l’Europa, non devono
tacere i poeti affinché “… si consolidi il pilastro della libertà/che è amore di giustizia
e di bellezza”. E alla nostra vecchia Europa sotto scacco intima: “… stàccati
dall’insano pensiero di guerre:/per i bimbi che amano la vita, pure/tra le ceneri della
città, non far buono/ogni momento per morire. Accogli/con dignità chi fugge e patria
non ha”, perché la guerra non sia per sempre.
Nel suo percorso memoriale il Poeta, consapevole che il suo viaggio della vita fin qui
intrapreso è “qualcosa di gran pregio/e forma di cui testimoniare”, si chiede: “Ma a
chi darai testimonianza/ora che langue la passione e sfioriscono i prati?” e, nella
poesia finale, quasi un testamento, passa il testimone a un giovane, al quale senza
incertezze indica la rotta da seguire “…Traccia il tuo sentiero di uomo libero,….sii
sempre esploratore del campo altrui non mai pavido disertore”.
Nell’età grande, nell’autunno della vita quando “ti piomba addosso la vecchiezza”,
proprio per la coscienza della brevità dei giorni, dell’inconsistenza del vivere (ma
anche della sua innegabile grandezza), si può guardare con occhio diverso, sia pure
velato di nostalgia, e con indulgente curiosità alle trascorse stagioni dell’esistenza,
rivivendo l’espansività dell’infanzia, l’ingenuità della fanciullezza, le tortuosità
dell’adolescenza, il fervore di idee della giovinezza, la creatività dell’età matura. E
nello straordinario esperimento dei propri giorni declinanti o del tempo penultimo si
può o meglio si deve trovare la forza e il coraggio di interrogarci (molte poesie hanno
la struttura dialogica) per scomporre e ricomporre la propria vita, raccogliendo
frammenti dimenticati, ristabilendo la veridicità della nostra storia, valutando la
bontà di ideali e progetti, senza escludere la possibilità di strappare i chiodi
arrugginiti. Si possono rielaborare connessioni, restaurare significati o inventarne di
nuovi, per arrivare al cuore della vita (una costante, questa, nel percorso culturale e
umano del nostro autore), partendo, questa volta, dal suo finire, perché è proprio lì
che si cela una verità che finalmente può essere svelata.
Nell’età grande, quando il futuro è breve e risucchiato nel presente, proprio quando la
memoria comincia a vacillare, essa acquista una grande importanza.
“…oh pensieri di tempi lontani,/ memorie pensate e ripensate,/ saltate fuori dai vostri recinti /…accogliete serenamente il confronto che ora/la mente vi offre.” si legge nellalirica “Il cuore pensante”.
Sant’Agostino, nel X libro delle Confessioni scrive “Nel palazzo immenso della mia
memoria sono pronti ad un mio cenno il cielo e la terra e il mare con tutte le
sensazioni che ne ho ricevuto. Lì incontro… me stesso …lì c’è tutto quello che ricordo
per averlo sperimentato”.
Anche secondo Norberto Bobbio, per i vecchi (ai quali dedica il saggio De senectute)
la memoria è decisiva perché “nel rimembrare “ritrovi te stesso e la tua identità.
Trovi gli anni perduti, i giochi di quando eri ragazzo, i volti e le voci, come quelli dei
trenta scalmanati in una scuola del sud. Rivivi i luoghi, (le porte insorvegliate aperte
al grigio delle scale, le chiese, le barocche pietre del paese raschiate dallo scirocco, le
vie e i balconi che sembravano presepi, le acque del Tellaro in cui si specchiavano le
nuvole, la stazione di Pozzallo). Ritrovi i rumori i colori, i personaggi della tua
infanzia, come il vecchio pescatore sulla banchina intento a rappezzare la sfilacciata
rete. Questi sono solo alcuni dei ricordi che Vincenzo Fiaschitello ha sparso nei suoi
versi tra i quali spiccano per la loro potenza i seguenti “Portatemi a Lincino, pregava
ora il vecchio, / sul letto disteso, stremato, disarcionato/dalla vita. Là potrò respirare
ancora un poco/ tra gli ulivi e i carrubi dai miei avi piantati.” (“Portatemi a Lincino”).
Dunque “abbi cura dei tuoi ricordi” come afferma Bob Dylan, perché ricordare è far
tornare al cuore il nostro mondo, unendo sentimento e pensiero, ricordare vuol dire
rivivere emozioni e respirare ancora.
Imboccando “…l’esile sentiero / del sole calante” si fa più insistente il pensiero della
morte, a cui il Poeta dedica versi che interrogano il lettore.
“Un tuffo nell’abisso è ciò/che mi spetta, sarò felice tuttavia/ se potrò farlo con
l’occhio fisso/al tuo cielo dell’eterno essere” scrive in “Vita, ogni giorno che passa” e il sentiero esile del sole calante diventa sentiero di speranza anche nella notte
dell’Acheronte che per lui non sarà così buia, perché illuminata dalla fede.
Tuttavia sarebbe un peccato contro la vita sprecare quel tempo inesorabilmente
definitivo al di là del quale il tempo non è più tempo, o, per il credente, diventa
eternità. Sarebbe uno spreco e un’inutile fatica attendere malinconicamente o
astiosamente la fine. La vecchiaia non può trascorrere come una stagione vacante,
occupata solo dalla prospettiva triste del venir meno, o in attesa di un aldilà, ma deve
essere una stagione piena. Se pure faticosa, bisogna renderla esperienza vitale,
accogliendo ogni momento come un sapore nuovo e ricco perché in esso si fondono
tutti i sapori precedenti.
Se tu poi non hai navigato in una quiete uniforme, ma ti sei posto sempre alla ricerca
della verità e della conoscenza, continuerai ad “inchinarti” alle idee…ai sogni/e ai
desideri” che hanno dato senso e nutrimento al tuo inquieto cuore. (“Inquieto cuore”)
E, nonostante tutto, “… tu pensi, tu sogni, tu vedi … /Tu vivi!” (“Parole”)
E ancora impari, come scrive Francisco Goya nell’angolo di un suo ultimo
autoritratto, uno schizzo a matita su un minuscolo foglio di carta, quasi un
testamento. In quell’immagine vediamo tutta la fragilità di un anziano, ma colpisce
soprattutto il suo sguardo che comunica un’energia interiore più forte della
stanchezza e della decadenza fisica: la sua curiosità incrollabile, la sua sete di
conoscenza.
“Aun aprendo” (“Ancora Imparo”). Un invito a continuare il cammino nella scoperta
e nella meraviglia. Fino alla fine, perché abbiamo ancora così tanto da imparare e …
da scrivere.
Quindi restiamo in attesa di altre opere di Vincenzo Fiaschitello, che certamente starà
lavorando ad importanti progetti, prossimi doni per i suoi lettori ed estimatori.
Loredana Borghetto