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Il Partenone ritrova il suo volto. Ma senza i suoi marmi la storia resta incompleta

Il Partenone di Atene

Il Partenone di Atene

Per oltre duemilaquattrocento anni il Partenone ha osservato la storia dell’umanità dall’alto della rocca sacra dell’Acropoli di Atene. Ha visto nascere e tramontare imperi, ha assistito a guerre, invasioni, terremoti, incendi, trasformazioni religiose e cambiamenti politici che hanno segnato il destino dell’Europa e del Mediterraneo. Eppure, nonostante le ferite del tempo, continua ancora oggi a rappresentare uno dei simboli più alti della civiltà umana.

Nei giorni scorsi il governo greco ha annunciato il completamento di una delle più importanti fasi del lungo programma di restauro del monumento. Per la prima volta dopo oltre due secoli, il lato occidentale del Partenone può essere ammirato in una forma molto più vicina a quella originaria, grazie alla conclusione degli interventi di consolidamento e reintegrazione che hanno restituito al tempio parte della sua armonia architettonica perduta. Sono stati collocati nuovi blocchi di marmo pentelico nelle lacune storiche del frontone occidentale, consentendo ai visitatori di osservare una prospettiva del monumento che non si vedeva da circa 220 anni.

Non si tratta della conclusione definitiva di tutti gli interventi sull’Acropoli, che proseguiranno ancora per la conservazione e la tutela del complesso monumentale, ma certamente rappresenta una tappa storica all’interno del più vasto programma di restauro avviato dalla Grecia moderna negli anni Settanta del Novecento.

Il Partenone non è un semplice edificio antico. È probabilmente il monumento più rappresentativo della civiltà classica. Costruito tra il 447 e il 432 a.C. sotto la guida di Pericle e progettato dagli architetti Ictino e Callicrate, con la supervisione artistica di Fidia, il tempio dedicato ad Atena Parthenos divenne il simbolo della democrazia ateniese, della razionalità greca e di quell’ideale di equilibrio tra bellezza e misura che ancora oggi costituisce uno dei fondamenti della cultura occidentale.

Nessun altro edificio dell’antichità ha esercitato un’influenza così profonda sull’architettura europea. Dai palazzi rinascimentali alle grandi istituzioni pubbliche moderne, il linguaggio estetico del Partenone continua a essere riconoscibile in ogni angolo del mondo.

Eppure la storia del monumento è anche la storia delle sue ferite.

Nel corso dei secoli il tempio venne trasformato in chiesa cristiana, poi in moschea durante la dominazione ottomana. Nel 1687, durante l’assedio veneziano di Atene, una terribile esplosione provocata da un colpo di mortaio colpì il deposito di polvere da sparo che gli Ottomani avevano collocato all’interno del tempio, causando danni devastanti. Da quel momento il Partenone iniziò il suo lento percorso di rovina.

Ma la ferita più discussa e ancora aperta giunse all’inizio del XIX secolo.

Tra il 1801 e il 1812 Thomas Bruce, settimo conte di Elgin e ambasciatore britannico presso l’Impero Ottomano, ottenne dalle autorità turche una controversa autorizzazione che gli consentì inizialmente di effettuare rilievi e disegni dei monumenti ateniesi. Nel corso degli anni quella autorizzazione venne interpretata in modo sempre più estensivo fino a consentire la rimozione di una quantità enorme di sculture, fregi, metope e frammenti architettonici provenienti dal Partenone e da altri edifici dell’Acropoli.

Le operazioni di smontaggio provocarono ulteriori danni al monumento. Intere sezioni decorative furono staccate e trasportate in Gran Bretagna. In seguito alle difficoltà finanziarie di Lord Elgin, il governo britannico acquistò la collezione nel 1816 e la affidò al British Museum, dove gran parte di essa è tuttora conservata.

Da allora nacque una delle più lunghe controversie culturali della storia moderna.

Per la Grecia la questione non riguarda soltanto la proprietà legale delle opere, ma il principio della loro unità storica e artistica. I cosiddetti “Marmi del Partenone”, spesso indicati come “Marmi Elgin”, non furono concepiti come opere autonome. Costituivano parte integrante di un unico complesso architettonico e narrativo ideato da Fidia per raccontare il mito, la religione e l’identità della polis ateniese.

Separare quei marmi dal loro contesto equivale, secondo la posizione greca, a smembrare un capolavoro.

Negli ultimi decenni la richiesta di restituzione si è progressivamente rafforzata. Già negli anni Ottanta l’indimenticabile ministra della Cultura Melina Mercouri trasformò la questione in una battaglia internazionale per la tutela del patrimonio culturale. Da allora numerose personalità del mondo accademico, artistico e politico hanno sostenuto la necessità di ricomporre l’unità del monumento.

L’apertura del nuovo Museo dell’Acropoli ad Atene nel 2009 ha ulteriormente rafforzato le argomentazioni greche. Al suo interno è stata predisposta un’intera galleria destinata ad accogliere i fregi e le sculture del Partenone secondo la loro disposizione originaria. Le copie dei reperti oggi conservati a Londra occupano volutamente gli spazi lasciati vuoti dagli originali, quasi a ricordare visivamente una ferita ancora aperta.

Negli ultimi anni il dialogo tra Grecia e Regno Unito ha registrato alcuni segnali di apertura. Diverse indiscrezioni e dichiarazioni pubbliche hanno fatto riferimento alla possibilità di accordi culturali, prestiti di lunga durata o forme innovative di collaborazione che possano favorire il ritorno delle sculture ad Atene senza compromettere il ruolo internazionale del British Museum. Le trattative non hanno ancora prodotto una soluzione definitiva, ma per la prima volta da molti anni si è registrato un cauto ottimismo da entrambe le parti.

Tuttavia la questione va oltre la dimensione diplomatica.

Essa pone una domanda fondamentale alla coscienza culturale del nostro tempo: a chi appartengono i grandi patrimoni dell’umanità? A chi li conserva? A chi li ha creati? O ai luoghi che hanno dato loro significato?

Il caso del Partenone è diventato il simbolo mondiale del dibattito sulla restituzione dei beni culturali trasferiti durante epoche coloniali, occupazioni militari o condizioni di evidente squilibrio politico. Non si tratta di cancellare la storia, ma di completarla attraverso un atto di responsabilità culturale.

Oggi il Partenone si presenta al mondo con un volto più vicino a quello immaginato dai suoi costruttori. I restauratori greci hanno compiuto un lavoro straordinario, riconosciuto a livello internazionale, che restituisce dignità e leggibilità a uno dei più importanti monumenti della civiltà occidentale. Ma nonostante i progressi della conservazione, resta evidente una verità difficilmente contestabile: il tempio continua a essere incompleto.

Le colonne sono state consolidate. I frontoni sono stati recuperati. Le strutture sono state messe in sicurezza. Tuttavia una parte essenziale della sua anima artistica si trova ancora a migliaia di chilometri di distanza.

Il Partenone non è soltanto un monumento greco. È un patrimonio universale. Proprio per questo merita di essere restituito alla sua integrità storica.

La ricomposizione dei fregi e delle sculture nel luogo per il quale furono concepiti non rappresenterebbe una sconfitta per la cultura britannica, ma una vittoria per la cultura mondiale.

Da sempre Il Pensiero Mediterraneo sostiene questa posizione. Come molti studiosi, storici dell’arte, archeologi e cittadini europei, riteniamo che i reperti del Partenone debbano tornare nella loro sede naturale, ai piedi dell’Acropoli di Atene. E lo stesso principio dovrebbe valere per tutti quei beni culturali che, nel corso della storia, sono stati sottratti ai loro contesti originari e che possono oggi essere restituiti senza compromettere la loro conservazione.

Restituire non significa perdere. Significa riconoscere la storia, rispettare la memoria dei popoli e contribuire a ricomporre l’unità di un patrimonio che appartiene all’intera umanità.

Il Partenone ha ritrovato il suo volto. Ora attende di ritrovare anche la sua anima.

La redazione

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