IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Il prezzo dell’ideologia tra storia e democrazia. Note da ‘Il porcospino d’acciaio”

IL PORCOSPINO D'ACCIAIO libro di Luciano Canfora

di Paolo Protopapa

Occidente ultimo atto’ di Luciano Canfora.

Per capire a fondo questo nuovo libro di Luciano Canfora (‘Il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto’, Laterza 2025), occorre partire da lontano: La ‘Critica della retorica democratica’ del 2002 e ‘La democrazia. Storia di una ideologia’ del 2004, entrambi scritti da Luciano Canfora per Laterza, Bari-Roma.
Gli studi e la critica della democrazia sono da sempre il sale del dibattito pubblico in generale e assai noti non solo agli addetti ai lavori, ma a quanti con spirito civico interrogano la grande eredità classica sia per apprendere l’arte della politica, sia per cogliere le radici storiche dell’Occidente in cui essa ha assunto la sua peculiare fisionomia ordinamentale e tecnica. Un concetto storico-filosofico, quest’ultimo, ripreso oggi dall’autore nel sottotitolo – e forse mai obliquamente trascurato – per epigrafarlo significativamente come ‘Occidente ultimo atto’. Proprio la plasticità paradigmatica del termine ‘Occidente’, semanticamente eccedente e in certa misura ambiguo, si presta alle sottili astuzie canforiane, giocate tra perizia storiografica e intenzionalità ideologica evidente, pur con la pretesa di essere anti ideologico. Tanto più in un momento come questo di acuta e forse irreversibile divaricazione, contrapposizione e di devastanti comportamenti di Trump contro l’Europa.

Abbiamo già in altre occasioni plaudito allo stile dell’antichista colto e politicamente impegnato, la cui azione intellettuale non può non essere ‘lato sensu’ espressione di una “società aperta” e libera come quella nazionale. Chi più di un affermato uomo di cultura a tutto tondo, infatti, può rappresentare meglio la difesa della nostra democrazia in crisi? Chi, se non una personalità come Luciano Canfora può essere di supporto allo studio e alla conoscenza del mondo antico, specialmente nell’endiade greco-romana, che, nonostante le reprimende filologiche, ci ostiniamo a vedere, seppure problematicamente, come Occidente già da 17 secoli cristiano, poi liberale e illuminista e, infine, democratico e socialista?

Ovviamente ci rendiamo conto dei limiti delle semplificazioni storiche e, specialmente, delle ‘aggiunte’ sinottiche e iconiche in cui in questa materia si nasconde l’insidia della mistificazione tipica delle comode scorciatoie riassuntive. Appunto, quelle che il professore Canfora, da par suo, contrasta e combatte come retorica e ideologia e, meglio ancora, come “storia di un’ideologia”. In tal modo egli attacca il cuore propagandistico del sistema, che considera pseudo-culturale, per nulla disinteressato o democraticamente partecipato, poiché fabbricato a sostegno e giustificazione del potere di classe dominante. Ora, a nostro avviso, questo rovello critico, non certo peregrino, apre tuttavia, quantomeno sul piano metodologico, altre questioni interpretative, tutte inerenti l’anima stessa o, addirittura, il destino teorico e pratico della democrazia normalmente identificabile con il sistema politico liberale e sociale occidentale.

Un sistema, appunto, organizzato e sistemico di relazioni pubbliche non tanto come è, bensì probabilmente (e machiavelliamente) “come vorremmo che esso fusse” entro l’ottica del pensiero giudicato ‘ideologico’ da Canfora. A tal proposito sarebbe interessante, richiamandoci a ragionevoli angolature di analisi, riflettere su quanto sia attuale la critica di “confinamento storiografico” verso tali impostazioni ermeneutiche non solo canforiane. Vale a dire la necessità di pensare la democrazia sia come ideologia (operazione intellettuale e, in parte, epistemica, egregiamente realizzata dallo studioso barese), sia nell”accezione di democrazia come un sistema politico strutturato in istituti, ordinamenti e procedure, apparati tecnici di tutele sociali in uno con i valori etici e con le ampie garanzie libertarie cogenti e operanti in una società libera e plurale. Il che può, d’altra parte, arricchire la nostra conoscenza storica, connotando di oggettività e di concreta plausibilità giuridico-politica le conquiste sociali più sviluppate e prevalentemente operative in questa parte del mondo. Per poi, magari, chiedersi ancora, come nascano e si trasformino le idee, interagendo con uomini, fatti, circostanze e processi sociali e culturali. Solo così una critica appropriata e fecondamente anti-ideologica può dare luogo ad una connotazione di una determinata epoca storica, come Marx ci ha egregiamente edotti.

Si tratta di fenomeni che, nella loro complessità interattiva, assai simile al concetto di concreto storico (marxiano) di “astrazione determinata” (Grundrisse, Introduzione del 1857), immettono in epoche nuove, ricche di processi e di feconde contraddizioni. Insomma, di precipitati storici reali che ci interrogano su che cosa sia una civiltà, quali valori innovativi e rivoluzionari la connotino e, eventualmente, quali spazi umani di conquista progressiva essi aprano ai popoli e alle loro conquiste . E, ancora, se esiste e in cosa consista e quale rapporto si instauri tra relativismo ideologico – sotteso quale ispiratore dell’indagine canforiana – ed ineludibile assolutezza etica.

Non si deve, infatti, trascurare che è proprio quest’ultima garanzia, che è posta a fondamento dei valori morali, pur dovendola intendere, gramscianamente, come feconda e dinamica condizione storica e ideologica.
Anche perché, ove così non fosse – cioè se non sapessimo distinguere tra epoche, fatti e condizioni storiche strutturali e sovrastrutturali – non usciremmo mai dalla “notte in cui tutte le vacche sono nere” (Hegel). Tantomeno, e in cupa coerenza con un tale presupposto metodologico parziale, potremmo purgarci dall’indefferentismo cinico e maligno, intimo nemico della democrazia e del sano realismo politico e conoscitivo. In un un simile atto etico, liberatorio e libertario, nessun discrimine normativo potrebbe mai distinguere la ragione di stato degli accadimenti empirici ‘de facto’ da uno stato di diritto positivo e sistemico, riconosciuto e sovranamente legittimato ‘de iure’. Il che, su un piano politico paradigmatico, equivale e sceverare un Putin da uno Zelenski, un aggressore da un aggredito, una democrazia da una autocrazia.

Tucidite, allora, in una democrazia moderna forse non serve a farci impietosire dei Meli e neppure a ribadire nel 2026 la pretestuosa ‘Dottrina di Monroe’, traslata surrettiziamente dal 1823 al Venezuela del 2025. Potrebbe aiutarci, invece, a costruire democraticamente l’alternativa valoriale del principio essenziale dell’autodeterminazione dei popoli, oltre Monroe e oltre il gangsterismo di Trump. Scopriremmo, probabilmente, che la ragion di stato non è altro che il cosiddetto, falso, violento e immorale diritto del più forte, che si nasconde nella formula abusata del dominio della forza e uccide ogni diritto internazionale.
Se una tale “Storia di una ideologia” Luciano Canfora ce la racconta come un processo per contrastarne le brutture autoritarie illiberali, il suo magistero ci serve a capire il mondo e forse anche per migliorarlo. Se, invece, lo si considera sempre e comunque una inesorabile legge della storia, saremmo in qualche modo complici della violenza legalizzata e, quindi, addio diritti di uguaglianza, di libertà, di giustizia sociale.

Capire senza giustificare implica intelligenza conoscitiva e onestà intellettuale per un normale esercizio civile di lotta politica. Usare, invece, la ricerca con cinismo relativistico, sarebbe una forzatura. Nessun algido disincanto può redimerci dalla ricerca di un convinto costume di democrazia e di pace.


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