Il risveglio dal Letargo delle Cose: Fight Club e la prigionia del Consumo

Di Fabrizio Manco
Sai cos’è un piumino?! Una coperta! …. E sapere che cos’è è una coperta è necessario al nostro istinto di sopravvivenza di cacciatori e raccoglitori?! No !!!… quindi cosa siamo?! …. Siamo consumatori, nient’altro che consumatori !!!…. siamo i sottoprodotti di uno stile che ci ossessiona a comprare cose per cercare di impressionare gli altri ai quali non importa nulla di nulla di noi!!!… quello che mi spaventa non sono i crimini o le guerre ma il fatto che siamo in un mondo dove ogni televisione ha 500 canali e i nomi di persone sconosciuti sono stampate nella nostra biancheria intima e che siamo schiavi delle cose che compriamo: le cose che possiedi alla fine ti possiedono!!!….
Introduzione.
Fight Club,capolavoro dello scrittore Chuk Palahniuk trasposto sul grande schermo dal regista David Fincher, non è un semplice inno alla violenza e alla ribellione del Sistema, ma una delle critiche più feroci e lucide della società dei consumi del tardo ventesimo secolo. Il film ci presenta una società ridotta ad un insieme di automi che recitano inun teatro dell’assurdo,dove l’identità non è più definita dall’ Essere, ma dall’avere.
Paragrafo primo: la dittatura del catalogo IKEA.
Il protagonista senza nome ( l’ IO narrante) vive inizialmente in uno stato di trance ipnotica, tipica del “ consumatore perfetto “. La sua vita è una lista della spesa: ogni mobile, ogni soprammobile di design svedese non serve a soddisfare il suo bisogno, ma a riempire un vuoto esistenziale. Come afferma Tyler Durden, il suo alter ego e nemesi: “le cose che possiedi finiscono per possedere te!”…
In questo contesto, l’oggetto non è più uno strumento, ma una sorta dipadrone invisibile.L’uomo diventa uno schiavo che lavora in impieghi che odia per comprare oggetti di cui non ha bisogno, allo scopo di impressionare persone che non gli piacciono. È un circuito chiuso, una gabbia dorata dove l’individuo è ridotto ad un simulacro di se stesso, un attore che recita una parte scritta dai dipartimenti di marketing.
Paragrafo terzo: il teatro degli Automi e la perdita del Se’.
Riprendendo il concetto del “ Teatro degli Automi,Fight Clubmostra come la società industriale abbia creato una versione standardizzata dell’essere umano. Siamo tutti fotocopie di fotocopie. Il protagonisti soffre di insonnia perché non è più “ sveglio “ alla vita; è un ingranaggio di una macchina che produce alienazione.
Il desiderio di accumulare beni materiali funge da sedativo. Se possediamo il set di cucina perfetto, possiamo ignorare la nostra disperazione. Tuttavia, questo teatro dell’assurdo crolla quando Tyler Durden introduce il concetto diauto- distruzione. Ma la società ci spinge all’ auto perfezionamento continuo ( che è soltanto un altro modo per venderci prodotti ). L’ individuo è valido soltanto se è efficiente. Tyler propone la via della demolizione dai falsi idoli. Far esplodere l’appartenenza pieno di mobili di marca è l’atto simbolico della rottura della prima catena: la liberazione dal peso delle cose.
Paragrafo terzo: il dolore fisico come ritorno al Reale.
Il “ Fight Club “ nasce come una sorta di rito di iniziazione per risvegliare i sensi intorpiditi dal velluto dei divani. In un mondo dove tutto è filtrato, asettico e “ confezionato per il tuo piacere “, il dolore fisico diventa l’unica prova tangibile dell’esistenza. Colpire ed essere colpiti serve a rompere la crosta dell’automa per fare uscire fuori l’uomo reale.
È una filosofia brutale, quasi gnostica nella sua volontà di punire la carne per fare liberare lo spirito, ma serve a sottolineare quanto sia profonda la prigione in cui siamo inclusi. Gli “ Space Monkeys “ che Tyler Durden recluta sono uomini che hanno smesso di essere consumatori per diventare soldati di un caos primordiale , cercando di abbattere i templi del Consumo ( le banche, le multinazionali ) per azzerare il debito e, con esso, la schiavitù morale.
Conclusione: oltre il Consumo.
Fight Clubci lancia un avvertimento silenzioso che risuona oggi più che mai : noi non siamo il nostro conto in banca, non siamo il contenuto del nostro portafoglio, né i vestiti che indossiamo. La nostra società tuttavia ci spinge attraverso gli stimoli della Dopamina ad essere soltanto dei consumatori compulsivo; ma non soltanto consumatori di oggetti o di beni di consumo, ma anche consumatori di relazioni, di sessualità e di tempo. Accettiamo così sempre di più passivamente i valori che che ci vengono imposti.
La vera libertà descritta nel film non è l’acquisto del nuovo modello di automobile o di vestiti per la sera o mobili, ma laconsapevolezza che la nostra dignità non ha un prezzo di listino.La filosofia diFight Clubè straordinariamente vicina alle riflessioni di grandi filosofi del Novecento che hanno scritto molto sul tema consumismo, beni immobiliari e oggetti di consumo: Gunther Anders ( 1902 -1992 ) Herbert Marcuse ( 1898 – 1979 ) e Zygmunt Baumann ( 1925- 2017 ).
Soltanto uscendo dal finto teatro dell’ assurdo formato dagli Automi consumatori possiamo smettere di identificarci con gli acquisti e con il possesso. In questo modo, possiamo ritrovare un barlume di autenticità in un mondo di maschere di plastica: perché come dici Tyler Durden“ soltanto dopo avere tolto il superfluo possiamo essere liberi di fare qualsiasi cosa!”….
Di Fabrizio Manco.
Fabrizio Manco nasce a Marsala l’antica Lilibeo Romana dove vive e lavora come Operatore Culturale e turistico accompagnando scuole e turisti alla scoperta dei luoghi culturali e artistici della città. Collabora alla realizzazione di convegni e serate culturali oltre a collaborare con alcune riviste online come il Pensiero Mediterraneo, riviste nelle quali scrive di argomenti culturali più diversi come arte, scienza, storia dell’arte, filosofia, cinema e psicologia.







