IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Il rumore che educa male: quando il turpiloquio diventa linguaggio televisivo

Turpiloquio in TV

di Ada Serena Zefirini

Dai talk show politici alle arene mediatiche, la parola perde dignità e diventa arma: le conseguenze educative su giovani e famiglie

C’è stato un tempo in cui la parola era misura, forma, persino responsabilità. Non era soltanto un mezzo per comunicare, ma uno strumento di costruzione culturale, un veicolo di civiltà. La televisione, soprattutto quella pubblica, custodiva gelosamente questo principio: il linguaggio doveva essere comprensibile, sì, ma anche rispettoso, composto, degno di entrare nelle case degli italiani. Oggi, invece, quella stessa televisione — in particolare i programmi di opinione politica — sembra aver smarrito ogni freno, ogni pudore linguistico, trasformandosi in una piazza rumorosa dove il turpiloquio non solo è tollerato, ma spesso implicitamente incoraggiato.

Non si tratta più di episodi isolati o di scivoloni occasionali. Il linguaggio volgare è diventato parte integrante del format, una componente quasi strutturale della narrazione televisiva. Le parole si fanno taglienti, aggressive, talvolta triviali, come se la forza di un’argomentazione dipendesse dalla sua capacità di colpire, di umiliare, di sovrastare l’avversario. Il confronto si trasforma in scontro, il dibattito in rissa verbale.

E qui si apre una questione ben più profonda, che riguarda non tanto il gusto o la sensibilità individuale, quanto la funzione educativa — o diseducativa — dei media. Perché la televisione, volenti o nolenti, continua a essere una presenza quotidiana, un sottofondo costante nelle case, un riferimento implicito soprattutto per i più giovani.

Come si può chiedere a un figlio o a un nipote di usare un linguaggio corretto, rispettoso, misurato, quando ogni sera assistono a spettacoli in cui le parolacce scorrono con la stessa naturalezza di un saluto? Come si può insegnare il valore della parola quando chi dovrebbe rappresentare l’opinione pubblica — giornalisti, opinionisti, politici — ne fa un uso così impoverito e degradato?

Il problema non è soltanto lessicale, ma profondamente culturale. Il linguaggio costruisce il pensiero. Se il linguaggio si impoverisce, si impoverisce anche la capacità di ragionare, di argomentare, di ascoltare. Il turpiloquio continuo non è semplicemente un segno di maleducazione: è la spia di una regressione del discorso pubblico, di una perdita di complessità, di una riduzione della realtà a slogan urlati.

Eppure, non molti decenni fa, esisteva un sistema di controllo — la cosiddetta censura — che, pur con tutti i suoi limiti e le sue rigidità, garantiva almeno un certo livello di decoro. Era forse eccessiva, a tratti soffocante, ma aveva un merito: riconosceva che la parola pubblica aveva un peso, una responsabilità sociale. Oggi, in nome di una libertà spesso fraintesa, si è passati all’estremo opposto: tutto è consentito, tutto è spettacolo, tutto è audience.

Ma questa libertà senza filtro rischia di diventare pericolosamente diseducativa. Non tanto perché i giovani non siano in grado di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma perché vengono immersi in un contesto in cui la volgarità è normalizzata, banalizzata, resa quasi inevitabile.

A questo si aggiunge un altro elemento, meno discusso ma altrettanto significativo: la gestione del tempo e della parola nei programmi di opinione. I conduttori — o, sempre più spesso, le conduttrici — sembrano incapaci di esercitare quella che dovrebbe essere la loro funzione principale: moderare. Le domande si dilungano in premesse interminabili, quasi monologhi, mentre agli ospiti viene concesso uno spazio ridotto, spesso interrotto, sovrapposto, frammentato.

Il risultato è un caos comunicativo in cui nessuno ascolta davvero, tutti parlano contemporaneamente, e lo spettatore si ritrova immerso in un flusso disordinato di voci, opinioni, interruzioni. Non è più informazione, né confronto: è rumore.

In questo contesto, alcune figure televisive — spesso molto presenti nei talk show — finiscono per diventare emblematiche di un certo modo di fare comunicazione: incalzante, invasivo, talvolta irritante. Non si tratta di una questione di genere, ma di stile. Uno stile che privilegia la visibilità sulla sostanza, l’interruzione sull’ascolto, la performance sull’approfondimento.

E allora la domanda sorge spontanea: possibile che nessuno lo faccia notare? Possibile che il pubblico debba accettare passivamente questo deterioramento del linguaggio e del confronto?

Forse il punto è proprio questo: l’assuefazione. Ci si abitua lentamente, quasi senza accorgersene. Ciò che ieri scandalizzava oggi diverte, ciò che ieri era inaccettabile oggi è normale. È il meccanismo più insidioso: non la rottura, ma lo slittamento progressivo dei limiti.

Eppure, una società che rinuncia alla qualità del proprio linguaggio rinuncia anche a una parte della propria identità. Educare i giovani diventa allora una sfida ancora più complessa, quasi una resistenza quotidiana. Significa spiegare, contestualizzare, offrire alternative. Significa, in fondo, ricostruire un senso critico che la televisione, troppo spesso, contribuisce a erodere.

Non si tratta di invocare un ritorno nostalgico al passato, né di chiedere una censura cieca e indiscriminata. Si tratta piuttosto di recuperare un principio semplice ma fondamentale: la parola pubblica deve essere all’altezza della responsabilità che comporta.

Perché ciò che si dice, e come lo si dice, non è mai neutrale. E quando il linguaggio si degrada, a degradarsi, lentamente, è anche la qualità della nostra convivenza civile.

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