IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Il secolo della destabilizzazione: chi ha deciso il destino del pianeta?

Crisi mondiale

di Pompeo Maritati

Dopo gli attacchi contro l’Iran e il precedente intervento in Venezuela, il mondo ha superato una soglia che non è solo geopolitica, ma storica e morale. Non si tratta di episodi isolati, né di improvvise esplosioni di follia politica: questi eventi hanno cambiato il volto del pianeta perché hanno reso evidente un percorso distorto che da decenni si stava preparando sotto traccia. Un percorso che oggi appare in tutta la sua brutalità: la progressiva dissoluzione dei sistemi democratici, la marginalizzazione della diplomazia, la normalizzazione della forza come strumento di governo globale. È come se la storia avesse imboccato una strada che porta inevitabilmente verso la destabilizzazione permanente, verso un mondo in cui la legge del più forte torna a dominare, mentre i popoli più fragili pagano il prezzo più alto. Molti penseranno che tutto questo sia opera di qualche leader scellerato, di personalità che hanno accelerato la corsa verso il baratro. È vero che figure come Trump, Netanyahu o Putin hanno spinto con decisione sull’acceleratore della tensione, della polarizzazione, della violenza come linguaggio politico. Ma sarebbe un errore attribuire loro l’intera responsabilità. La strada era stata imboccata molto prima, quasi inconsapevolmente, subito dopo la Seconda guerra mondiale, quando il mondo uscì dal conflitto con la promessa di un ordine internazionale fondato sul diritto, sulla cooperazione, sulla diplomazia multilaterale. Una promessa che, però, è stata tradita quasi subito, sostituita da una logica di potenza che ha generato una lunga serie di conflitti “periferici”, spesso ignorati dall’opinione pubblica occidentale, ma fondamentali per capire il presente.

Le guerre in Corea, Vietnam, Afghanistan, Medio Oriente, Africa, America Latina non sono state semplici episodi regionali: erano tasselli di una strategia globale, strumenti per controllare risorse, rotte commerciali, equilibri politici. Ogni intervento, ogni colpo di Stato appoggiato dall’esterno, ogni embargo devastante ha lasciato cicatrici profonde nei popoli coinvolti. Cicatrici che oggi si riaprono, alimentando rancori, desideri di rivalsa, sfiducia totale verso l’Occidente e verso qualsiasi discorso di democrazia e diritti umani. La storia non dimentica, e ciò che per decenni è stato presentato come “insignificante” torna oggi come un boomerang che colpisce l’intero ordine mondiale. La diplomazia, che avrebbe dovuto essere il pilastro della pace, è stata progressivamente relegata in soffitta. Non che fosse mai stata pura o neutrale, ma almeno rappresentava un linguaggio condiviso, un tentativo di contenere i conflitti. Oggi, invece, il linguaggio dominante è quello della minaccia, dell’ultimatum, della sanzione. La diplomazia è diventata un rituale vuoto, una formalità che precede decisioni già prese altrove, nei consigli di amministrazione delle multinazionali, nei centri di comando militare, nelle stanze delle intelligence. In questo contesto, ogni crisi locale rischia di trasformarsi in un conflitto globale, perché manca la volontà e spesso la capacità di mediare, di ascoltare, di trovare compromessi.

La conseguenza più grave di questo processo è la destabilizzazione dei sistemi democratici. La democrazia non è solo un insieme di regole, ma un ecosistema fragile che richiede fiducia, partecipazione, rispetto delle istituzioni. Quando il mondo esterno è dominato dalla forza, questa logica penetra anche all’interno degli Stati. Si assiste così a un’erosione dei diritti civili, alla concentrazione del potere esecutivo, alla criminalizzazione del dissenso, alla crescente sfiducia verso il voto e verso la politica. La democrazia diventa una facciata: si vota, si discute, ma le decisioni fondamentali, guerra, pace, investimenti militari, alleanze strategiche, vengono prese in spazi opachi, lontani dal controllo dei cittadini. È una deriva lenta ma inesorabile, che trasforma le democrazie in sistemi ibridi, formalmente liberi ma sostanzialmente controllati da poteri economici. Al centro di questo meccanismo c’è un elemento che non può essere ignorato: il ruolo delle lobby. Le guerre non sono solo tragedie umane, ma anche affari colossali. L’industria bellica, energetica e finanziaria trae profitto dalla destabilizzazione, dalla paura, dalla distruzione. Il circolo vizioso è evidente: si alimentano tensioni, scoppia il conflitto, si vendono armi, si distruggono infrastrutture, e poi si vendono ricostruzioni, appalti, privatizzazioni. Chi paga? Non certo le lobby. Pagano i popoli, gli Stati più deboli, le generazioni future. La guerra diventa un modello di business, e finché sarà redditizia, la pace resterà un’illusione, un discorso retorico buono per le cerimonie ufficiali.

I conflitti che per decenni sono stati considerati marginali hanno preparato il terreno alle grandi fratture di oggi. Guerre in Africa, colpi di Stato in America Latina, scontri etnici in Asia, repressioni in Medio Oriente: eventi relegati a poche righe di cronaca, ma che hanno generato odio, instabilità, migrazioni di massa, gruppi armati, terrorismo. Oggi questi fenomeni esplodono in tutta la loro forza, perché il mondo non ha mai affrontato davvero le cause profonde di quei conflitti. Li ha ignorati, minimizzati, strumentalizzati. E ora ne paga il prezzo. Il ritorno della legge del più forte ricorda un Medioevo nero, non nel senso storico, ma simbolico. Un mondo in cui la forza prevale sul diritto, la vita umana ha valore relativo, il potere è concentrato in poche mani, la paura diventa strumento di governo. La tecnologia, invece di emancipare, controlla; l’informazione, invece di illuminare, confonde; la globalizzazione, invece di unire, crea gerarchie e disuguaglianze. È un Medioevo ipertecnologico, in cui la barbarie convive con l’innovazione, e la violenza si veste di modernità.

La responsabilità delle élite politiche è enorme. Non si tratta solo di incompetenza o cinismo individuale, ma di un sistema che premia chi alza la voce, chi mostra i muscoli, chi promette sicurezza attraverso la forza. Leader che delegittimano la mediazione, che trasformano la politica estera in strumento di consenso interno, che trattano le istituzioni internazionali come ostacoli da aggirare contribuiscono a normalizzare l’idea che la guerra sia una possibilità sempre sul tavolo. In un mondo così, basta un errore, un calcolo sbagliato, un incidente per scatenare una catena di eventi incontrollabili. Il mondo si trova davanti a un bivio storico. Continuare su questa strada significa accettare un futuro di conflitti permanenti, di democrazie svuotate, di popoli sacrificati agli interessi delle lobby. Invertire la rotta richiederebbe coraggio politico, visione, capacità di ricostruire la centralità del diritto internazionale, di limitare il potere dei complessi militari-industriali, di rilanciare la diplomazia come pratica reale, non come teatro. Richiederebbe soprattutto la volontà di ascoltare i popoli colpiti dalle guerre, di riconoscere le responsabilità storiche, di costruire un ordine mondiale più giusto.

Il rischio più grande è l’assuefazione: abituarsi all’idea che il mondo sia così, che la guerra sia inevitabile, che la democrazia sia un lusso, che la pace sia un’utopia. Ma nominare il pericolo è il primo passo per non accettarlo. Raccontare questo percorso distorto, denunciarne le cause, mostrare il filo che lega passato e presente significa mantenere viva la possibilità di un’altra storia. Una storia che non sia scritta dalle lobby, dalle armi, dalla paura, ma dalla volontà dei popoli di vivere in un mondo più giusto e più umano. In questo scenario, il timore che ci si trovi davanti non a una fase transitoria, ma alla costruzione di un nuovo ordine mondiale più duro, più instabile, più gerarchico non è frutto di pessimismo irrazionale, ma di una lettura lucida dei segnali che provengono da ogni angolo del pianeta. Un ordine in cui la forza prevale sul diritto, la diplomazia diventa un ornamento, la democrazia un involucro svuotato, e i popoli più deboli vengono sacrificati sull’altare degli interessi strategici. Un ordine che non nasce da un progetto dichiarato, ma dall’incapacità collettiva di fermare una spirale che si autoalimenta.

Resta la consapevolezza che la storia non è mai completamente predeterminata, ma oggi la sua direzione sembra scorrere lungo un binario che pochi hanno la volontà o il coraggio di deviare. È questo, forse, l’aspetto più inquietante: non tanto la presenza di forze che spingono verso il conflitto, quanto l’assenza di quelle che potrebbero ancora difendere la pace, la giustizia e la dignità dei popoli.


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